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  • Category: Approfondimenti
  • Venerdì 23 Aprile 2010 16:41

Lo sguardo degli italiani sul Corno d'Africa

Intervento di Giulia De Martino in occasione dell'incontro "Doppio sguardo sul Corno d’Africa", Centro Policulturale Baobab di Roma, 18 aprile 2008

Sessant’anni è durata la pagina coloniale italiana (1880-1941), ma la sua memoria quando e come è stata elaborata? La risposta è sotto gli occhi di tutti: essa è stata la grande assente negli storici, nei mass media, nella prevalente opinione pubblica, nell’arte, nel cinema e nella letteratura.
In modo strisciante e però continuo è stata sostituita da una immagine “minimale” della colonizzazione e degli effetti a breve e a lunga gittata del colonialismo, fino al raggiungimento di quello stereotipo, generalmente accettato da tutti, degli “italiani brava gente”.
Ma non sono stati tanto gli storici e gli accademici, nuova leva di studiosi decisi ad alzare il velo in modo deciso e critico sulla questione coloniale, a fornire l’input di un nuovo interesse più generale o di un ritorno alla memoria coloniale e alla decolonizzazione, quanto la circolazione dei migranti, in particolar modo africani e spesso del Corno d’Africa, che a partire dagli anni ’90 si è resa chiaramente e spesso drammaticamente visibile.
Gli italiani, questi migranti se li sono trovati dunque accanto nelle strade, nei bus, nei posti di lavoro, negli stabili condominiali e nei supermercati. Presenza percepita molte volte come minacciosa, anche perché poneva domande e rimandi a questioni su cui si cercava di sorvolare: il mancato sviluppo dei paesi da cui essi provenivano, magari le ex-colonie italiane, il processo incompiuto o fallito di democratizzazione, il ruolo della cooperazione internazionale...
Da un lato, il riattivarsi di un razzismo diffuso che riapriva le ferite antiche delle leggi razziali, dall’altro la ripresa del dibattito sulla questione coloniale, fino ad allora rimosso. La forzata coabitazione di italiani ed extracomunitari rovesciava paradossalmente quella coloniale di un tempo.
Al ritorno della memoria concorrevano diversi fattori che si stavano imponendo sulla scena politica, come le richieste di riparazione provenienti dalla Libia e dall’Etiopia: ritorno di memoria che, in verità, ritornava anche come nostalgia di reduci, di post-fascismo negazionista, oltre che di critiche serrate di storici anticolonialisti. Ma altri eventi accelerano il dibattito sulla memoria coloniale ed animano la scena politica e dell’opinione pubblica, come ci ricorda Alessandro Triulzi in molti suoi articoli:

1992: Operazione Restore hope in Somalia, terminata con un fallimento, ma durante questo intervento Onu, il governo italiano tramite Laura Fincato chiede una specie di nuova amministrazione fiduciaria italiana, provocando discussioni a non finire.
1996: l’Etiopia commemora il centenario della battaglia, della sconfitta, cioè, di Adua; l’Italia è molto reticente a partecipare, e lo farà in modo defilato e  “obtorto collo”.
1998/2000: si riaccende il conflitto Eritrea-Etiopia sul vecchio confine coloniale italiano del Mareb, con l’accusa all’Eritrea da parte della stampa etiopica di aver ereditato ed interiorizzato le mire espansionistiche dei vecchi padroni italiani.
2004: la discussa mostra al Vittoriano sull’Epopea degli ascari eritrei, promossa dalla Difesa, offriva agli stessi eritrei esiliati in Italia una riconciliazione su un passato glorioso ed eroico comune in cui riconoscersi, senza passare per l’autocritica e una profonda messa in discussione.
2005: la restituzione dell’obelisco di Axum, a distanza di 58 anni dall’impegno assunto con il trattato: tutti hanno voluto dire la propria su questa faccenda che, in realtà,  era solo un atto dovuto.

Non ci si dilunga sui rapporti ambigui e complessi intrapresi con la Libia e con Gheddafi.
Senza dimenticare che i mancati diritti degli immigrati e dei rifugiati rimandano in continuazione ad un passato coloniale di dominazione e sfruttamento, ad una mentalità di un razzismo ora esplicito ora strisciante che riempie le cronache dei nostri giorni.
 
Sono, in breve, alcuni tasselli di un contesto storico, politico, culturale in cui collocare il sorgere di un filone narrativo post-coloniale di autori italiani tra gli anni ’90, con una accelerazione a partire dal 2000, in contemporanea alla nascita di una vera e propria letteratura post-coloniale ad opera di autori, o per esser più precisi di autrici in maggioranza, somali, etiopi, eritrei che scrivono in italiano e che dialogano e si confrontano in maniera cosciente con il loro passato storico e il nostro.
 
 
Per i nostri autori l’argomento non è più un tabù e ripartono quasi tutti dall’unico romanzo della letteratura italiana, “Tempo di uccidere” di Ennio Flaiano, scritto ancora a caldo nel 1947, che abbia tentato di rappresentare in chiave di ripensamento critico la guerra coloniale.
Non a caso, la maggioranza dei romanzi ha per protagonisti militari pensosi che si pongono domande che non si dovrebbero porre, come il protagonista di Flaiano.
Come fa notare Cristina Lombardi-Diop nella postfazione a “Regina di fiori e di perle” di Gabriella Ghermandi, anche l’autrice italo-etiope-eritrea  tiene presente il soldato italiano di “Tempo di uccidere” quando fa apparire una guerrigliera che combatte contro i soldati italiani, mandata a prendere l’acqua al fiume che, armata, dopo un attimo di indecisione, ammazza il “talian sollato” apparso disarmato all’improvviso. In Flaiano era stata la visione di una ragazza che gioca con l’acqua a portare il protagonista alla stupida uccisione, per paura e smarrimento, della giovane. Si pareggiano i conti, rovesciando la passività femminile del romanzo italiano in azione.
Non a caso abbiamo preso in esame alcuni romanzi italiani, quali “Un mattino ad Irgalem” di Davide Longo e “Notte abissina” di Fabrizio Coscia, per il filo che li lega in qualche modo a “Tempo di uccidere”.
A parte considereremo “L’abbandono” di Erminia Dell’Oro e “Khadija” di Paola Pastacaldi per caratteristiche decisamente differenti.
Qualche notazione di carattere editoriale: tranne qualche testo uscito presso la grande o media editoria spesso si tratta di romanzi o narrazioni di memorie pubblicate dalla piccola editoria che, per problemi di distribuzione, è difficilissimo  trovare sul mercato librario. Un esempio per tutti, i testi di Nicky Di Paolo o di Mauro Curradi,  che pure sono presenti con diversi titoli.
Ma vogliamo iniziare con un accenno ad ”Assia, fanciulla dancala” di Severina De Lilla edito nel 1937 e ambientato nel 1932, durante la spedizione di esplorazione e sfruttamento del barone Franchetti.
E’ fin troppo facile fare ironia sul suo sapore avventuroso-razzista-propagandistico. Ma si rabbrividisce pensando che l’autrice, direttrice di collegio, scrive per le sue alunne e si può avere un’idea di ciò con cui si riempisse la testa delle giovani menti da educare.
Dunque, è la storia di un frengi, uomo bianco, ingegnere al seguito del Franchetti, impegnato a progettare e costruire strade in Eritrea, con un occhio già al futuro dominio in Etiopia, che si muove a compassione di una ragazzina dancala orfana, di circa 10-11 anni cui, suo malgrado, si affeziona, pensando che dopotutto “nella misera creatura reietta, nella negretta selvaggia vedeva un’anima: un’anima da illuminare e indirizzare al bene”. Non ci riuscirà, perché i perfidi e infidi dancali a cui l’aveva affidata la vendono per 20 talleri ad un vecchio pastore per le sue nozze. Attraverso la bambina intravede qualcosa oltre “la brutta, la pietosa, la rassegnata indolenza degli indigeni lontani dalla vita civile come i primi abitatori della terra, a migliaia e migliaia di anni di distanza”. Ma tanto per mettere le cose a posto, l’autrice fa dire all’ingegnere da un vecchio che viaggia in treno e che vede le stazioni maestose come palazzi, costruite dagli italiani: ”Un vecchio negro come me è un uomo una volta sola; tu sei uomo cento volte, tu sei vicino alla sapienza di Dio, io ne sono lontano. I bianchi sono più vicini di noi a Dio”. Anche se, bontà sua, si accorge che “si amavano quei selvaggi, in fondo, avevano un cuore come i bianchi”. Evidentemente, è inutile un commento.
Comunque, in questo romanzetto di nessun valore artistico, ci sono elementi che torneranno come corredo di pregiudizi nei pensieri o nei comportamenti dei personaggi dei successivi romanzi italiani: la natura ostile e minacciosa, la passività dei nativi, condita con una congenita capacità di dissimulare e tradire, i maschi con un istinto di ferocia animalesca e le femmine solo corpo e sensualità, il cibo immangiabile.
Su tutto troneggia una costante narrativa: il puzzo di burro rancido emanato dai capelli di uomini, donne e bambini.
 
 
I romanzi scelti, a parte “Khadija”, che si ambienta tra gli anni ’80 dell’800 e i primi del ‘900, ricreano, ciascuno a suo modo e secondo una diversa prospettiva, il mondo delle colonie di Eritrea ed Etiopia, colto nel momento dell’aggressione abissina e/o della lotta contro gli inglesi durante la II guerra mondiale, mettendo in scena ufficiali o lavoratori italiani che non si allineano con convinzione alle direttive fasciste.
Il modello di comportamento è offerto dal tenente di Flaiano che si muove sul piano di una rappresentazione coloniale ironica e amara, che punta non sulla esplicita critica politica al fascismo, ma sulla sofferta moralità del protagonista dopo una avventura esistenziale che ne sconvolge i criteri di giudizi abituali. La storia è quella di un tenente che incontra, al fiume, Mariam, una bella ragazza locale, passa ore d’amore con lei e poi, per un tragico e imprevisto incidente la uccide con una pallottola deviata da una pietra, mentre tenta di ammazzare una bestia selvaggia, forse un coccodrillo, che l’ha spaventato. Avendo compreso che per lei non c’è nulla da fare, non la soccorre, anzi la finisce con un colpo e fa di tutto, da quel momento in poi, per nascondere l’episodio. Una strana pustola comparsa su una mano gli fa sospettare d’aver contratto da lei la lebbra. I suoi rapporti con gli altri ufficiali ne saranno compromessi, fino a tentare di ucciderne due e di disertare nel tentativo di occultare la morte di Mariam e la sua malattia. La storia, mantenuta su un filo di suspence, finisce, in realtà con un nulla di fatto: non c’è nulla da punire o di cui essere colpevoli, nessuna lebbra con cui contagiare. Resta il forte dubbio, una strana sensazione di malessere che Mariam, simbolo dell’ Etiopia ed Eritrea martoriate ed umiliate, sia un qualcosa che resti sepolto in fondo alla coscienza, come un fetore di fiori marci che finirà per corrodere e per fuoruscire in modo tragico. Non è un romanzo realistico, secondo i canoni del neorealismo imperante nel II dopoguerra. Fin dall’inizio la rappresentazione dei luoghi e della natura rimanda ad altro. Le piante sembrano “di cartapesta, veri fondi di magazzino dell’universo”, i sentieri dell’Africa “puzzano di muli morti, di resti di muli divorati da animali notturni, di teschi che ridevano e brulicavano di vermi”. Gli uccelli che volano e gridano incessanti, il puzzo delle iene, i coccodrilli come bestie sataniche, i camaleonti con una sigaretta in bocca, sono attraversati da una vena di surrealismo che ne fa il fondale di una scena attraversata dall’assurdo e dal caso. Ma il protagonista comincia a non credere più al caso: il vecchio e rude pastore, padre di Mariam, e il suo fratellino che comincia a stargli appiccicato alle costole, si trasformeranno, ai suoi occhi, in persecutori di un disegno punitivo, difficile per chi si sente in un’ottica laica. Ma di quale colpa? Solo verso la fine il tenente intravede la verità di un’impresa coloniale che gli appare eticamente inaccettabile. Ma le conclusioni sono lasciate al lettore.
 
Davide Longo in “Un mattino a Irgalem” del 2001 eredita l’ambientazione complessiva, il protagonista ufficiale dell’esercito - in questo caso avvocato di un tribunale militare, caratterizzato come “intellettuale” diverso dai suoi commilitoni -, alcuni snodi narrativi, quali l’incontro con una donna nativa e la malattia come stigmate di questi amplessi, che nel caso di Pietro si rivelerà una sifilide drammaticamente reale, e non solo una lebbra supposta e temuta. Le donne, Mariam e la Teneri del romanzo di Longo sono belle, sensuali, primitive, passive: non figure di tentazione diabolica, ma innocenti. La loro magica attrazione è nella mente degli uomini colpiti dal fascino esotico dei luoghi e del loro trovarsi in una situazione di sospensione dalla loro vita abituale, dove è permesso abbandonarsi, proprio perché quelle terre sono considerate selvagge, agli istinti più primordiali. Anche Pietro, infatti, commetterà, a causa di Teneri, un assassinio, uccidendo un rivale odioso e ributtante. I due autori sottolineano perciò aspetti del paesaggio, delle città o dei costumi che rendono profondamente estranei i luoghi in cui si collocano le loro esperienze: le piogge torrenziali di sapore biblico, gli spazi ai confini del nulla, boscaglie di montagna o deserti che siano, la miseria e la sporcizia degli abitanti, l’immoralità famigliare nell’offrire ai soldati le adolescenti più giovani e belle per denaro. In entrambi i romanzi un’altra donna è presente, quella bianca lasciata in Italia, l’amore “vero”. Ma le loro vite ormai così diverse rendono quelle figure evanescenti, più antidoto all’angoscia presente che speranza di ritorno ad una vita normale e forse neanche più desiderata.
Longo, con lo stile scarno ed essenziale che lo contraddistingue e lo apparenta a Fenoglio e a Pavese, ricrea, con i ricordi, la vita elegante e mondana della Torino bene, con le gite in collina, i localetti dove bere e ballare, un sentore di leggerezza fino alla vuota superficialità. Ma la moglie del tenente di Flaiano e la star della radio, amante di Pietro, sono un contrappunto lontano, di nessun autentico aiuto in un mondo in cui si chiede di contrastare una sorta di colpevole abbandono di sé agli eventi, a uomini gettati in una impresa in cui non credono. In Flaiano che scrive nel ’47, sotto l’urgenza di confrontarsi con il recente passato dell’Italia, la lebbra acquista un valore simbolico molto forte. Si diventa lebbrosi come si diventa tiranni: “ereditarietà o contagio” - fa dire al suo tenente, ed è chiaro che spinge in modo più scoperto ad interpretare il romanzo come un mezzo per comprendere eventi storici che hanno interessato tutta la generazione di intellettuali come Flaiano. 
Longo, negli anni 2000, ha in mente lo sconquasso anche di altre guerre di conquista o di sciagurati interventi umanitari e affida ad un altro personaggio, nella sua oscurità, un implicito giudizio sulla violenza della guerra. Pietro, come avvocato militare, è stato chiamato a difendere in un processo ad Addis Abeba il sergente Prochet, rinchiuso in carcere militare per aver sgozzato, squartato, forse mangiato non solo civili ma soprattutto i suoi stessi compagni, inviati per fermarlo. Scheggia impazzita della violenza, quando oltrepassati certi limiti, diventa impossibile tornare indietro: molto simile al Kurtz di “Apocalipse now” o a certi soldati americani di film sul Vietnam o sull’Iraq. Militari che fanno comodo quando serve che facciano il lavoro  sporco, e diventano ingombranti e indifendibili quando il mostro non serve più. Pietro intuisce questo gioco sporco degli alti papaveri dell’esercito, come il tenente di Flaiano si era accorto dei mille loschi traffici all’ombra della copertura militare.
 
Fabrizio Coscia nella “Notte abissina” del 2006 abbandona i tenenti pensosi e rende protagonista una intera famiglia napoletana, quella del colonnello Domenico Meros, detto affettuosamente Mimì. Abitano in una di quelle ville abbandonate precipitosamente dalla aristocrazia etiopica, di cui troviamo una fiabesca descrizione nella “Memoria di una principessa etiope”di Martha Nasibù (recentemente pubblicato). La storia si svolge nel 1940, nell’arco di un giorno, e converge nella realizzazione della festa dei 18 anni di una delle figlie nello splendido giardino, amorevolmente curato dalla figlia maggiore. I piccoli eventi della giornata sono vissuti da un diverso punto di vista dalle singole voci che si alternano nella narrazione fino all’ultimo capitolo intitolato “La festa”, che si presenta con caratteristiche corali.
Domenico Meros, novello Ulisse joycisiano, è un colonnello stanco e disincantato, che guarda ai giovani ufficiali aggressivi ed audaci, plasmati dal regime, con un certo smarrimento. Lui, sostanzialmente rimasto alla patria eroica della I guerra mondiale, ora, alle soglie della II, si sente un mastodonte sopravvissuto. Perché Mussolini li ha mollati allo sbaraglio con gli inglesi? Siamo sicuri che gli sciftà, cioè i resistenti etiopi, siano così facili da eliminare? In effetti qualcuno di loro ha dimostrato una grande capacità militare e morale di resistenza. Ma non sono pensieri e riflessioni da condividere con gli altri militari; ormai alle soglie della pensione Meros vuole solo terminare in pace la sua carriera. Suo fratello Corrado, bel tenente della polizia coloniale, esorcizza il suo ruolo con una vita da “tombeur de femme”: nessuna gli sfugge, né bellezze locali, né annoiate mogli di ufficiali, né aristocratiche al seguito della corte sabauda rappresentata dal duca d’Aosta, superando regole scritte e non scritte della società perbene. I cinque figli del colonnello, due maschi più piccoli e tre femmine, vivono una vita tra scherzi, cacce a cavallo, avventure amorose, avvenimenti mondani che scandiscono la vita di questo mondo coloniale spensierato e gaio, decadente e immemore di tutto, convinto della propria missione di civilizzazione nei confronti della realtà africana sfruttata e soggiogata. La famiglia Meros, però, nasconde al suo interno un inconfessabile segreto: la madre un po’ lupa mannara, un po’ schizofrenica visionaria vive reclusa ai piani superiori, apparendo talvolta alla finestra e ai balconi a profetizzare la fine per tutti.  Novella Cassandra si aggira in una realtà, decisa a restare sorda, facendola assurgere a castigatrice di un mondo malato destinato ad esplodere e scomparire.
Ci prova a dare qualche avvertimento Andrea - ma pagherà per questo - inviato in colonia per punizione come oppositore politico: parlando a una delle figlie di Meros, le rivela l’uso di armi proibite come l’iprite da parte degli italiani, di una organizzazione agguerrita della resistenza etiopica, di una ribellione in Italia e in Europa al nazi-fascismo.
Ma nessuno dei personaggi raccoglie gli indizi della fine. La descrizione dei rapporti con i nativi, tutta improntata di paternalismo ne è un chiaro esempio. Al massimo gli italiani intravedono un odio degli abitanti, tutto addebitato all’invidia, non riescono ad immaginare una voglia di libertà e un desiderio di governarsi in proprio. E’ questo eccesso di sicurezza del proprio ruolo, la sicumera del colono nei confronti del colonizzato, a perdere il colonnello Meros. Nella mattinata ha fatto strani incontri ma non gli ha dato peso, finendo per morire in una trappola di combattenti etiopi, proprio mentre, a casa sua, è in pieno svolgimento la festa, i cui fuochi di artificio preannunciano la caduta finale degli italiani.  
 
Tra i romanzi più recenti, tutti del 2008, come “L'inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi e “Morire è un attimo”di Giorgio Ballario, ci occupiamo qui de “L'ottava vibrazione” di Carlo Lucarelli, a testimonianza dell'interesse attuale di alcuni nostri scrittori per un’ambientazione nell'Africa orientale ex-italiana. Lucarelli è forse quello che mostra più scopertamente l'intento di far affiorare il rimosso coloniale.
Il racconto, che si sviluppa per circa 450 pagine, ti avvolge lentamente, facendoti penetrare, attraverso i personaggi, nei vicoli di Massaua, nel porto, nelle ville, nei postriboli, nel circolo ufficiali.
Siamo nel 1896, nei giorni che precedono la sconfitta di Adua, tra gli agenti commerciali delle diverse società interessate economicamente allo sviluppo delle colonie italiane e tra i militari, ufficiali e umili soldati, delle forze italiane di stanza in quel territorio. Un esercito in parte raccogliticcio di gente impreparata e in parte di ufficiali arroganti, convinti della propria superiorità di bianchi in possesso di armi tecnologicamente più avanzate di quelle dei selvaggi abissini.
Un mondo che si muove tra corruzione, giochi di potere, avventure amorose con donne bianche e nere, sullo sfondo multietnico e multiculturale della Massaua dell'epoca. Una babele di lingue locali, ma anche di dialetti della penisola italiana: l'unificazione politica è avvenuta da appena una trentina d'anni e la lingua comune sta ancora stentatamente nascendo.
S'insinua, in questa società, l'orrore di perversioni folli come quella sadica del maggiore Flaminio o della dark lady Cristina Fumagalli, che vuole spingere all'assassinio del marito l'amante Vittorio, e fanno, a tratti, virare il romanzo verso il noir. Alludono in realtà allo sviluppo distorto che assumerà la società italiana.
Anche qui le donne partecipano della doppia natura: le nere per il sesso feroce e animalesco, le bianche per la passione e l'amore. 
Su tutti impera il caldo, descritto con una minuzia straordinaria che lo fa sembrare il vero protagonista: un caldo che ti mangia l'anima e ti impedisce di pensare, se non all'immediata sopravvivenza. La dialettica tra caldo, vento e temporali della stagione delle piogge scandisce tutti i momenti della vita di questi personaggi, che converge verso il disastro di Adua.
Il tempo di perenne attesa che domina Massaua s'incanala e termina con la visione dei morti in battaglia, descritta, nelle sue diverse fasi, in modo vivo e interessante, con squarci cinematografici mozzafiato.
Ma il romanzo termina con uno spiraglio di futuro: l'immagine del soldato molisano Sciortino, pastore analfabeta e ignorante, poco “italiano”, arrestato per diserzione che, a guerra finita, non scappa verso il mare come gli altri italiani in fuga, ma ritorna da una donna conosciuta sugli altopiani, una vedova con bambino, contadina e pastora come lui, deciso a restare con lei tra le sue montagne a coltivare ceci.
 
Diversi per contenuto e stile altri due libri: di Erminia Dell’Oro “L’abbandono” del 1991, riproposto da Einaudi nel 2006, e “Khadija” di Paola Pastacaldi  edito da peQuod nel 2005: in comune il fatto di avere autori donne e di muovere da una propria storia familiare, legata al Corno d’Africa.
La Dell’Oro, nata ad Asmara da una famiglia italiana emigrata in Eritrea alla fine dell’800, tornerà in  Italia negli anni ’60, quando comincia la guerriglia eritrea per la lunga guerra di liberazione dall’Etiopia, a cui era stata accorpata dopo la guerra mondiale.
La Pastacaldi trae ispirazione da un nonno paterno che si avventurerà nell’Africa orientale, nei primissimi anni della conquista delle colonie italiane, fondando una agenzia commerciale e di informazione al governo nella città sacra all’islam di Harar, sposandosi con Khadija Ahmed Youssouf, giovane aristocratica della tribù Oromo.
“L’abbandono” copre un arco temporale che va dagli anni ’30 alla fine degli anni ’80, seguendo il destino di Sellas, una bella eritrea unitasi, in uno di quei matrimoni temporanei classificati come madamismo, con un giovane lavoratore italiano, già reduce da tentativi falliti di emigrazione negli Stati Uniti, e della loro figlia Marianna. A differenza degli altri romanzi qui la protagonista, anzi le protagoniste, sono donne, una africana, l’altra meticcia. Siamo fuori dello stereotipo delle femmine, corredo esotico e sensuale di un ambiente sostanzialmente estraneo. Fuori dello stereotipo di “faccetta nera”che aspetta solo di essere preda dell'eroe italico. “Faccetta nera sarai romana” si rivela solo uno slogan propagandistico, atto a solleticare gli appetiti razzisti e guerrafondai del macho italico. Infatti Mussolini contrasta e punisce la regolarizzazione di matrimoni con donne locali o di figli meticci, tutto è regolato dai divieti delle leggi razziali, accettando il fenomeno del madamismo: gli italiani, si sa, non potrebbero sopravvivere senza una donna che si occupi di loro.
Sellas, al contrario di Mariam o di Teneri è una donna ritratta a tutto tondo, con i suoi sentimenti di amore, disperazione, astio e rabbia.
Il suo uomo, per non andare in guerra cercherà di imbarcarsi, abbandonandola, ma sarà fatto prigioniero degli inglesi nel ‘41 e finirà in un campo di concentramento in Sudafrica: di lui Sellas non saprà più niente.
Crescerà i 2 figli, avuti da lui, da sola, stringendo i denti nella lotta contro la fame e la miseria e nel disprezzo dell’ambiente familiare e del vicinato, ma scaricando la durezza della sua vita e il suo rancore contro la figlia.  Fra i temi trattati dalla Dell’Oro, anche in altri romanzi, quali “Asmara, addio”, uno dei più sentiti è proprio quello del “meticciato”: alle leggi razziali, che stigmatizzavano le unioni con le donne locali (peraltro largamente tollerate come sfogo sessuale) come inaccettabili perché contratte con persone considerate inferiori, corrisponde il disprezzo dei nativi verso la mescolanza, segno di resa all’invasore e di sconfitta. La ribellione della bimba e poi adolescente Marianna, non è solo quella generazionale delle figlie contro le madri, ma è anche la difesa di una possibilità rappresentata dal mètissage che, guardando oltre gli orrori del passato, si muove verso il futuro. Il percorso, però, è assai più complesso, perché Marianna, giunta in Italia, si ritrova ancora alla ricerca di una identità che anche qui le è continuamente contestata, e alla ricerca di un padre smarrito, inseguito fino allo stremo.
Pagine piene di squarci lirici, malinconicamente colorati dalla profonda nostalgia dell’autrice per l’Eritrea si trovano nella descrizione di Adi Ugri, il natìo villaggio di Sellas sugli altipiani, di Massaua e del suo splendido mare, degli uccelli e dei boschi. Le stesse città, descritte nei quartieri residenziali dei coloni e nei quartieri destinati agli eritrei che negli altri romanzi davano l’impressione di degrado e sporcizia, qui hanno il colore e il calore della conoscenza diretta dell’autrice che ha amato quei luoghi: là l’occhio del colono e del militare invasore, qui si cerca di ricreare lo sguardo dei nativi. In Marianna c’è un bisogno di rapporto positivo con la natura, una voglia di fiaba (anima, dandogli un nome, un cespuglio nato nel cortiletto interno della baracca in cui vivono a Edagà Arbì), una richiesta di espansione affettiva che sua madre non vuole capire e soddisfare. Leit- motiv di tutto il romanzo è la frase pronunciata da Sellas, dopo l’abbandono: “Ma come ha potuto…” che ripeterà ossessivamente fino alla fine. Frase che riassume i suoi sentimenti: come ha potuto lui ferirla in quel modo, come hanno potuto gli italiani umiliare e violare gli africani, come ha potuto l’Uomo fare questo ad un altro uomo? Sellas, chiusa nel suo dolore, non riesce ad andare oltre l’orizzonte del senso di sconfitta, del risentimento e della rassegnazione, non parla, rimugina e porta in cuore una violenza segreta. Marianna oltrepassa questo confine, s’indigna, si arrabbia con tutti, ma agisce, combatte e si confronta, dialoga.
Colori, sapori, profumi, suoni, sensazioni tattili sono assolutamente dominanti nelle pagine di “Khadija” di Paola Pastacaldi, dove il lettore viene letteralmente trascinato da un linguaggio narrativo barocco, ridondante, un colorismo acceso e drammatico che richiama i “fauves”, un lirismo allucinatorio che allude a Rimbaud (non a caso è pensando a lui, vissuto per qualche tempo ad Harar, che l’autrice ha costruito il personaggio del poeta). Quella che balza fuori è l’Africa ottocentesca delle avventure e delle esperienze estreme, percorsa da un giovane livornese che s’imbarca per Aden per sfuggire alla legge (ha infatti ucciso in duello un amico), ma anche per fuggire ai suoi fantasmi di colpa ed espiazione.
Viaggio reale, viaggio letterario, viaggio interiore, viaggio di conoscenza e di formazione, dal Mar rosso allo Yemen, dalla Dancalia ad Harar, si conclude nel corpo sensuale e bellissimo di Khadija e nella sua anima misteriosa ed affascinante. Nel percorso s’incontra un’Africa medievale, fatta di commerci di spezie e di schiavi, di sambuchi e carovane, di malinconici marinai arabi e robusti portuali somali dai corpi d’ebano scolpito, di atroci massacri e rapimenti erotici, di lebbra e carestia, di misticismo musulmano e copto, perfino di un Hailè Selassiè colto ancora bambino. Un cocktail “esotico”, su base però rigorosamente documentata, volutamente enfatizzato e costruito per creare lo spazio magico dell’incontro tra culture, costumi e religioni diversi, per offrire nell’unione di Giuseppe e Khadija una sorta di riscatto dalla dura problematica coloniale, una possibilità di rapporto Europa-Africa che guardi al futuro.
Facile, ad una lettura un po’ rapida e superficiale, etichettare questo romanzo denso ed estenuante come un’ambigua e conservatrice variazione del Mal d’Africa, quel misto di attrazione e repulsione riscontrabile in molti testi. Una lettura più attenta può rivelare uno spessore culturale più ampio e anche più ambizioso.