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  • Category: Approfondimenti
  • Venerdì 23 Aprile 2010 17:10

LETTERATURA  EMIGRAZIONE  DIASPORA

di Giulia De Martino
 
Testo dell'intervento presso l'Associazione Time for Africa di Udine, febbraio 2009
 
Nell' ultimo decennio  seminari e convegni, in Italia, utilizzano termini come “scritture migranti”, “scritture meticce”, “scritture della diaspora”, “scritture post-coloniali” e quant’altro per presentare autori stranieri che scrivono in italiano.
Migrant writers è una espressione modellata su migrant workers che in Italia ha l’ambizione di mettere d’accordo un po’ tutti.
Migrants, migranti, calco linguistico dall’inglese: si  è cominciato ad usarlo nei social forum e nelle associazioni per parlare di immigrati, rifugiati, esiliati. E' considerato un nome più politically correct  perché “immigrato”, nei media sinonimo di clandestino e disperato, ha assunto una connotazione negativa.
Comunque migrant writers è una espressione comoda perché permette di  comprendere una varietà infinita di scritture:
- scrittori che scelgono di scrivere in altra lingua diversa da quella del paese di origine, a volte senza essersi mossi granché dal proprio territorio di appartenenza, un po’ come Kafka e la scelta del tedesco.
- scrittori che scelgono integralmente un’altra appartenenza linguistica, come per esempio Ionesco.
- scrittori emigrati, molti per studio, dai paesi d’origine che scrivono nelle lingue ex-coloniali, francese, portoghese, soprattutto inglese.
- scrittori che scrivono in una lingua terza che non è quella del paese d’origine né quella ex-coloniale, ma del paese altro in cui approdano, come l’italiano per esempio.
- scrittori di seconda-terza generazione.
Insomma si può identificare con questa espressione, peraltro contestata da molti scrittori in questione, sia la scrittura della élite intellettuale in migrazione volontaria oppure economica, sia quella di chi si è dovuto allontanare per guerre, guerriglie civili o a causa di regimi politici non liberi.
Potremmo fermarci qui, ma per capire meglio bisogna fare un passo indietro e ripercorrere termini come stato-nazione, diaspora, multiculturalismo.
Non voglio fare una rivisitazione antropologica di questi termini, cosa che non sarebbe del resto nelle mie competenze, ma spesso non chiarire i contesti in cui si utilizzano i termini sopra usati  genera confusioni e classificazioni imbarazzanti.
Mi rivolgo alle parole di un antropologo vero, il portoghese Miguel de Almeida, che ci fa notare come concetti quali stato-nazione e colonialismo, nei secoli XIX-XX, condividevano lo stesso contesto e si alimentavano a vicenda; se lo stato-nazione permetteva di diminuire, se non eliminare, le disuguaglianze interne, la colonia assicurava una disuguaglianza gerarchica nell’idea che alcuni popoli o nazioni sarebbero superiori e avrebbero l’obbligo (il fardello dell’uomo bianco di Kipling) di tutelare quelli inferiori e di civilizzarli.
Negli interstizi di questa organizzazione trovano posto gruppi in situazione di diaspora nel senso più tradizionale: ebrei prima, armeni poi, bene o male integrati nella società europea o americana di accoglienza, anelanti ad uno stato perduto.
Non trovano posto, però, come diaspora riconosciuta, gli zingari, per non essersi integrati nell’ordine borghese dominante, e gli africani, strappati alle loro origini, attraverso lo schiavismo, da un processo violento.
In linee essenziali, questo stato di cose subisce un corto circuito con il nazifascismo, estremo  limite cui giunge il nazionalismo con il suo correlato di razzismo, e con il processo di decolonizzazione.
La II guerra mondiale rappresenta dunque uno spartiacque: da un lato si avranno nazioni colonizzatrici apparentemente ridotte alle loro espressioni territoriali ed etnico-linguistiche, dall’altro ex-colonie, modellatesi come stati-nazione secondo la modalità europea.
In realtà si tratta di processi apparenti: gli stati africani, delimitati nei confini in modo artificioso e arbitrario vedranno alimentati conflitti già creati o esasperati dalle amministrazioni coloniali; gli stati occidentali vedranno la loro composizione demografica modificata in modo irreversibile dalle correnti migratorie, principalmente dalle ex-colonie.
A differenza del migrante diasporico tradizionale che ha una patria o una terra d’origine perduta che non può recuperare, l’immigrato non appartiene alla società d’accoglienza, è transitorio e deve ( ma anche vuole) ritornare nel paese d’origine: migranti e nativi ci metteranno tutti e due molto tempo per accettare che gli stranieri  non sono solo di passaggio, ospiti tollerati finché servono, ma si sposano, fanno figli che  frequentano scuole e condividono sogni e speranze dei nativi, comprano case, sono cittadini elettori, dove ciò sia permesso.
Ma oggi questo sistema è entrato in crisi profonda.
La disillusione, presso gli africani e le sinistre europee, del cosiddetto sviluppo o della democrazia che non si è realizzata, dell’utopia socialista che è sprofondata in dittature, la globalizzazione finanziaria che toglie agli stati-nazione lo status di luogo dell’accumulazione o della produzione e si trova a dislocare processi produttivi o avere necessità di manodopera migratoria in modo strutturale e non congiunturale: sono queste, grosso modo, le cause della messa in crisi di un sistema che nei confronti dei migranti prevedeva o  l’assimilazione/acculturazione o la separazione, se non addirittura un apartheid fisico.
Non è un caso che si sia cominciato a parlare di pluridentità proprio in città post-imperiali multietniche e multiculturali come Londra da parte di élites letterate e di certi gruppi intellettuali: Homi Bhabha, filosofo indiano naturalizzato statunitense ha, per primo, utilizzato l’espressione in-between  per indicare una identità non fissa e continuamente rinegoziata in relazione al contesto. Per capire basta leggere scrittori e intellettuali inglesi di origine indiana, pakistana, bengalese o di origine afro-caraibica, come Hanif Kureishi,  Salmon Rushdie, Vidiadhar S. Naipaul.
Espressioni come ibridismo, contaminazione, abbandonano il territorio della giustapposizione culturale, tipica del multiculturalismo ed entrano in quello della reciproca influenza tra culture.
Questo avviene a molti livelli e non in modo lineare e presenta spesso contraddizioni: ma in effetti ci dice che le identità non sono fisse nel tempo e nello spazio, che si modificano sotto i nostri occhi. Bisogna però uscire dal concetto buonista di mescolanza - “tanto siamo tutti uguali” -, un relativismo che banalizza tutto.
Occorre comprendere invece che le differenze sono in lotta attiva, interagiscono, negoziano, arrivano a percepire soglie di confine in cui i tratti  identitari sconfinano e si creolizzano oppure restano in guardia a fronteggiarsi.
E’ indubbio che, oggi, la maggioranza degli scrittori africani che pubblicano e sono tradotti in più lingue si trova in Europa o negli Usa o in Canada, ma anche in stati africani diversi dal proprio di origine.
E’ interessante analizzare le loro biografie: a volte figli di migranti economici o esiliati, a volte arrivati come studenti si sono sentiti in rotta con le dirigenze attuali o passate di molti stati africani, spesso soffocati da una cultura ufficiale che stenta ad allontanarsi dalla tradizione verso una contaminazione culturale ormai in atto nelle grandi metropoli d’Africa, in qualche caso trattenuti dal tornare da uno stato continuo di guerre e violenze.
Quasi tutti vivono tra 2-3 paesi, spostandosi incessantemente, talvolta non accettando l’etichetta di scrittore “africano”, identificandosi in quella di “scrittore” tout court.
Interessante, a questo proposito, la posizione di Abdourahman A. Waberi, originario di Gibuti, che al salone del libro di Parigi del 2006 ha lanciato una provocazione insieme a circa una quarantina di scrittori cosiddetti francofoni, sostenendo che è ora di farla finita con il narcisismo culturale di certi paesi: per come sono andate le cose nel mondo, ormai le lingue non appartengono ai paesi ma alle persone che le usano e che le fanno vivere.
E’ stato replicato che questo risentimento dei cosiddetti autori delle periferie degli ex-imperi è più tipico della francofonia che della anglofonia.
Ciò non sarebbe successo nel mondo anglosassone perché gli ambienti inglesi, statunitensi o canadesi non hanno avuto quel paternalismo linguistico-culturale che si nasconde, dice Waberi, da sempre dietro gli ideali della rivoluzione francese e dell’illuminismo europeo.
Questo non vuol dire che non esista una letteratura, come dire, rimasta a casa propria e che si esprime in lingue locali, come avviene in Kenia, Tanzania o soprattutto Nigeria.
L’esempio di Ngugi waThiong’o, lo scrittore keniano che fino al 1977 ha scritto in inglese e poi esclusivamente in kikuyo, volendo siglare la fine dell’imperialismo britannico, è un po’ diverso, visto che la scelta, più che di natura letteraria, è stata una presa di posizione politica.
Ma la maggioranza degli scrittori africani conosciuti dal grande pubblico si esprime in inglese: Chinua Achebe,  Wole Soyinka, Ben Okri, Nuriddin Farah, per citarne solo qualcuno.
Naturalmente la scelta della lingua ci riporta al problema: “ma per chi scrivono gli scrittori africani?”.
Le percentuali di analfabetismo ancora alte in Africa impediscono, allo stato attuale, lo sviluppo della diffusione dei libri e della editoria africana. Lo scrittore rischia di avere delle cose da dire che solo pochi sono in grado di apprezzare. D’altra parte l’editoria occidentale che pubblica gli scrittori africani (e non sono poi tanti neanche quelli) spesso li orienta verso soggetti e modalità gradite al pubblico europeo.
In Italia si giunge alla mistificazione del titolo pur di accattivare l'attenzione : un esempio per tutti è Le ventre de l'Atlantique di Fatou  Diomè, che allude alle morti in mare dei disperati che tentano la traversata, cambiato in Sognando Maldini, che ammicca al divertente film Sognando  Beckam.
Inoltre, nei paesi africani (e qualche scrittore ha pagato duro per questo) non sempre è gradito il tasso di forte criticità presente in molti narratori.
Come si vede, la questione è complessa e qui se ne accenna, per sommi capi, la problematica.
Ma non finisce qui: di quale inglese, francese o portoghese, per dire le principali lingue interessate, si tratta?
Certo è che se per una prima generazione di scrittori l’uso della lingua coloniale (parliamo del periodo delle lotte per le indipendenze) recava il segno dell’accettazione delle regole e degli usi tradizionali in nome di diritti universali da conquistare (si pensi a al poeta ed intellettuale Léopold  Sédar Senghor o a Camara Laye), da un certo periodo in poi gli scrittori cominciano a distorcerla, a violarla, cambiandone spesso il lessico, ma anche le regole grammaticali.
In modo particolare ciò avviene per il francese, proprio perché la Francia era andata nella direzione dell’assimilazione culturale e linguistica.
Dopo Ahmadou Kourouma, l’autore de “ I soli delle indipendenze” e di ”Allah non è mica obbligato” (per fare un esempio conosciuto al pubblico italiano), il francese non è stato più lo stesso.
Non solo soggetti e contenuti differenti, diversità di approccio narrativo (si pensi all’introduzione di un codice che si fonda sulla “oraliture”, come viene chiamata), ma anche un modo nuovo di pensare e scrivere il francese o l’inglese pieno di “africanismi” e di mescolanza di lingue, o anche abbandonando il portoghese a favore del creolo, per esempio a Capoverde.
E in Italia, cosa sta succedendo?
Per qualche tempo si è sentita l’espressione “letteratura della emigrazione”, riferita ad opere
(poesie o racconti) a sfondo più o meno autobiografico (ma non sempre), a testimonianze di vita del proprio percorso migratorio. Gli autori erano arabi, mediorientali, africani, balcanici, sudamericani e chi più ne ha più ne metta.
Questo perché, a differenza delle altre correnti migratorie, la composizione di quella che si è diretta verso l’Italia non è stata compatta dal punto di vista della provenienza, come è avvenuto per la Francia, l’Inghilterra o la Germania.
E’ stata scelta la lingua italiana come espressione, senza avere alle spalle un paese ex-colonizzatore, a parte per coloro che venivano dal Corno d’Africa, che comunque, all’inizio, erano alcune voci tra le tante, come Ribka Sibhatu per esempio.
Questi autori, molti dei quali poi non sono diventati effettivamente degli scrittori, sono stati editi in gran parte dall’associazione Eks&tra o da piccoli editori che hanno occupato una nicchia di mercato non sfruttata dalla grande editoria.
Senza voler polemizzare con queste etichette che pure hanno avuto il merito di imporre volti e tematiche nuovi per la letteratura italiana, oggi molti autori non si riconoscono giustamente in questa definizione di “letteratura della migrazione”, rivendicando l’appartenenza alla comunità transnazionale degli scrittori e basta.
Ma, tuttavia si può parlare, per l’Italia, oggi di una letteratura postcoloniale?
Recentemente si sono imposte all’attenzione del pubblico e degli studiosi una serie di scrittrici africane nate in Italia, come Cristina Ubax Ali Farah e Igiaba Scego, meticce come Gabriella Ghermandi o emigrate come Martha Nasibù e Ribka Sibhatu, o nate da famiglie italiane stanziate nelle colonie come Erminia Dell’Oro (Eritrea) e Luciana Capretti (Libia) per nominarne qualcuna: tutte provenienti dalle ex-colonie italiane d’Africa.
Per alcune di loro l’italiano è lingua nativa o studiata in scuole italiane in Africa, la scelta è d’obbligo anche se parlano bene altre lingue; hanno in comune il fatto di avere pluridentità d’appartenenza e un rapporto speciale con la storia italiana, soprattutto ovviamente il passato coloniale.
Ci sono tutte le premesse per narrazioni in cui si cerca di far emergere il rimosso coloniale.
Persa la guerra, l’Italia ha pensato di chiudere la vergognosa pagina coloniale, breve, certo, rispetto a quella francese, inglese o belga, ma non per questo meno violenta e prevaricatrice, senza passare attraverso un processo pubblico di decolonizzazione, senza una reale valutazione di questo evento.
“Gli Italiani brava gente” è stato lo stereotipo dietro il quale ci si è trincerati per evitare la riflessione critica.
L’apertura degli archivi segreti, lo sviluppo di una storiografia coloniale critica e moderna, la presenza di rifugiati dalla Somalia, dall’Eritrea e dall’Etiopia hanno dato impulso ad una riflessione più matura e critica.
Anche molti scrittori italiani (riprendendo un filone critico che era iniziato con Flaiano nel lontano 1947 con “Tempo di uccidere” e subito interrotto), come Davide Longo, Fabrizio Coscia, Carlo Lucarelli, Luciano Marrocu, per citarne soltanto qualcuno, hanno preso a sollevare il tabù coloniale: moda o autentico interesse, insieme alle autrici citate ci chiedono di entrare in contatto con quello che non volevamo sapere e con le conseguenze di quel passato, di misurarci con le responsabilità successive dell’Italia nei confronti del Corno d’Africa, su cui l’Italia ha così facilmente sorvolato.