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Nero d'Africa: piccola storia del noir africano (a cura di Giulia De Martino)

  • Category: Approfondimenti
  • Venerdì 13 Gennaio 2012 07:41

Il perché di tanto successo editoriale è oggetto di tante e approfondite analisi, ma sostanzialmente potremmo ridurle a due. La prima è che  si tratta di un genere considerato “facile” dagli editori e di sicura presa sui lettori, perché il mistero, i “fattacci”, i criminali, le indagini e la figura dei detective continuano ad affascinare, insomma il “male” tira sempre. La seconda è che si è diffusa una tipologia di noir che attira anche lettori di maggiori pretese intellettuali e letterarie: un noir che serve non solo per  parlare della miscela di bene e di male che c’è nell’uomo, della vittoria rassicurante delle forze della razionalità sul caos, cosa che ha riempito la “giallistica “dai tempi di Conan Doyle. Oggi questo tipo di noir serve per parlare dei problemi e delle contraddizioni della contemporaneità, di un mondo che si barcamena tra ricchezze colossali, desideri smodati di guadagno facile e  profonde miserie dei più, della distruzione del pianeta e di traffici loschi che alimentano guerre e acuiscono tensioni sociali, di società in profonda trasformazione che oscillano tra un sistema valoriale tradizionale e una mancanza anomala di punti di riferimento sia laici che religiosi.

Certo in questi testi, prodotti comunque secondo le regole del giallo, non sempre il bene vince o l’ordine infranto torna a posto per rassicurarci tutti che possiamo continuare a vivere serenamente. Infatti spesso il detective arriva ai colpevoli ma sa che non saranno puniti, perché provvisti di protezioni eccellenti, anche internazionali oppure si tratta di colpevoli “innocenti”che meritano solo la pietà perché pagano per altri o che delinquono perché non riescono ad adattarsi ad un mondo che è radicalmente cambiato.
 

E i detective? Sempre sulle barricate, cavalieri spesso perdenti, puri e disillusi ad un tempo, combattono per una giustizia che sentono ormai perdere terreno ovunque e tuttavia non si arrendono, consci che spesso è già una vittoria che certi fatti vengano denunciati e resi pubblici, anche se non sanzionati da tribunali e giudici. Percorrono insieme al lettore i territori del buio, senza la certezza, tipica del genere “giallo”, che la luce dell’indagine ricondurrà l’ordine, per questo a volte sono cinici e un po’ fatalisti.
 

Questi noir sono molto spesso “territoriali”, si legano ad una città o a problematiche di determinati luoghi, producendo con questo un forte interesse e attaccamento nei lettori. E’ inutile fare citazioni, per l’Italia l’elenco è lunghissimo, come pure per la Spagna, la Francia, la Svezia, la Germania, la Grecia, la Turchia, la Cina, l’India e tanti altri paesi ancora. Tuttavia è bene sottolineare che quello che si è ambientato in Africa è il noir europeo, o meglio quello mediterraneo che per antonomasia è diventato un genere narrativo sociale, anzi il romanzo sociale contemporaneo, come dicono gli stessi autori italiani. Per coloro che volessero approfondire rimandiamo ai tanti siti web che si occupano di questi temi, dato che l’argomento è interessante e affascinante.

Fino ad ora non è un elenco lungo quello degli scrittori africani che hanno praticato il genere noir o il thriller, o meglio non è lungo l’elenco degli scrittori tradotti, ignoriamo la reale estensione del fenomeno. Molti hanno polemizzato sull’avvicinamento al genere degli africani, quasi fossero condannati alla letteratura che il pubblico ha imparato a conoscere dopo le indipendenze, al di fuori della quale si parla di abbandono dei grandi temi civili in favore di contenuti, generi e stili considerati meno importanti. Come se si potesse legare per sempre un paese ad una modalità narrativa o la letteratura africana potesse essere eterodiretta dall’Europa. I tempi, le società, le arti cambiano per tutti: fanno bene i più recenti autori africani a rivendicare libertà di soggetti, contenuti e linguaggi per narrarli, bisogna rassegnarsi ad un’Africa raccontata in un altro modo.

Non sono più gli anni in cui si deve violentare il francese, il portoghese o l’inglese per dimostrare di essere finalmente liberi, o i tempi delle grandi speranze politiche da realizzare: oggi si narra quello che c’è, un mondo su cui non ci si fa illusioni, quello che quotidianamente vivono gli africani, i bisogni reali senza ideologizzarli, nella lingua e nel linguaggio che si desidera, senza dovere dimostrare niente a nessuno.

Allora, chi sono questi autori? Il primo a prodursi nel genere è il marocchino Driss Chraibi, fin dagli anni ’80-90, scrittore del formidabile testo Mamma mia, la civiltà, sul rapporto tra islam e occidente; il secondo a uscire sul mercato editoriale italiano è l’algerino Yasmine Khadra, che adopera uno pseudonimo femminile, cui seguirà lo scozzese dello Zimbabwe Alex McCall Smith, autore dell’unica donna detective, l’angolano Pepetela, il maliano Moussa Konaté, il sudafricano Deon Meyer e l’americano ghanese Kwei Quartey. Altri autori si sono serviti di inchieste e criminali ma allontanandosi di molto dal genere, come per esempio Tierno Monenembo nel Grande Orfano o le pièces teatrali della sudafricana  Reza de Wet che virano decisamente al gotico. Ce n’è qualcun altro, ma questi ci sono parsi i più significativi.

Tranne nel caso di Precious Ramotswe, la signora che dirige la prima agenzia d’investigazione in Africa e di Lemmer, la body guard-detective ed ex-poliziotto dal passato un po’ misterioso, quasi tutte le figure investigative di questi romanzi sono appartenenti alle forze dell’ordine - commissari e ispettori- o a unità speciali come nel caso di James Bunda. Sono spesso in attrito o in rotta con i superiori ma vengono tollerati perché sono i migliori e senza di loro le inchieste rischierebbero di non essere risolte. L’altro punto in comune è quello di aprirci uno squarcio sul funzionamento di corpi di polizia in paesi con mezzi scarsi dal punto di vista finanziario e tecnologico: i poliziotti africani sognano sulle serie televisive americane e sospirano tutti per poter avere analisi del dna, veloci sistemi di rilevamento tracce molto più sofisticati o mezzi di trasporto più veloci ed adeguati, in generale, ahimè, annessi soltanto ai servizi di polizia segreta e non alla polizia comune. In molti è presente anche la convinzione che parecchi membri di queste istituzioni, soprattutto nelle alte sfere, siano corrotti e bramosi di potere e servano a proteggere i pezzi da 90 della società. Ma risulta diffusa anche la piccola corruzione della parentela o dell’arrangiamento di uno stipendio basso.

E’ ora di presentarli questi eroi! L’ispettore Ali di Driss Chraibi  ha una storia un po’ complicata. L’ordine in cui i romanzi sono apparsi in italiano non è lo stesso in cui sono stati scritti. Nel 1982 l’autore pubblica Une enquete au pays , in cui due investigatori della polizia marocchina, il capo Mohammed e l’ispettore Ali, si recano in uno sperduto villaggio dell’Atlante per una inchiesta tra montanari berberi. Chraibi si affeziona a questo personaggio, testardo e anomalo che invece di sbrogliare le investigazioni in quattro e quattr’otto, come vorrebbe l’arrogante e sussiegoso capo, per tornarsene nella civiltà lontano dagli zoticoni berberi, si attarda in convivialità e amicizie, nella faticosa comprensione della popolazione locale, ammirandone la dignità e il senso di uguaglianza. Lo fa ricomparire ne L’ispettore Ali (Zanzibar1992) dove però è solo il personaggio di una fortunata serie scritta da uno scrittore marocchino, il cui pseudonimo è Brahim O’Rourke, che ha fatto tanti soldi all’estero con questi gialli: si assiste al ritorno dello scrittore, con moglie scozzese e due bambini, mentre è colto da dubbi letterari e intellettuali. Continuare a scrivere il serial di Ali o tornare alle scritture più serie realizzate da giovane? E’ evidente, Ali e 0’Rourke sono degli alter-ego di Chraibi. Finalmente nel 1998 compare nella Marcos y Marcos L’ispettore Ali al Trinity college e L’ispettore Ali e la C.I.A nel 1999, in cui il poliziotto è protagonista di avventure investigative che sfiorano lo spionaggio, in Inghilterra e in America. La serie ha un certo successo e il lontano primo testo dell’82 viene pubblicato nel ’99 con il titolo di L’ispettore Ali al villaggio. Di queste storie non è tanto importante la trama quanto le caratteristiche del poliziotto e del suo originale metodo di indagine. A vederlo con jeans sbrindellati, l’aria sonnolenta, attaccato perennemente alla sigaretta, al tè o al whisky scozzese, come pure alle alici fatte secondo la ricetta del suo paese, intento a citare poesie e canzoni, a lanciare sguardi di fuoco alle donne o semplicemente a straparlare a vanvera, tutti si convincono che è un cialtrone e abbassano la guardia, svelando cose che non avrebbero detto, mentre lui li osserva con fare distratto e sornione.
L’autore è interessato a mostrarci la sua consuetudine con la pluridentità di cui lui è dotato come l’ispettore Ali, la lotta ai pregiudizi, come quello dell’arabo con la testa…nelle mutande, ma si fa anche fustigatore dei tic e difetti nazionali. Testi spassosi, scritti in uno stile canzonatorio e dissacrante: hanno a che fare con il noir? Comunque ne rappresentano una interpretazione.
 

Assolutamente all’opposto l’ispettore algerino Llob, alle prese con la sua professione durante la terribile esperienza del terrorismo islamico, uscito dalla penna dell’ex-colonnello delle forze armate Mohammed Moulessehoul che si firma Yasmine Khadra, con il nome di famiglia della moglie, anche se è uscito dall’esercito e vive in Francia. Il cupo ispettore compare in Morituri  per e/o nel 1998, sembra uscito dal giurassico in una società tutta improntata ai traffici illegali, ai guadagni maledetti e subito, si porta la morte dentro, quella dei tanti compagni uccisi dai terroristi, delle immagini spaventose delle vittime sgozzate, soprattutto donne, intellettuali, artisti, giornalisti. Si aggira in una Algeri splendida, solare e ad un tempo putrida e mortifera. Inizia con una inchiesta qualunque, una ragazza scomparsa e arriva alla cima del marcio: l’islam è diventato un mezzo per conquistare potere e ricchezza, in collusione con la borghesia dimentica dei sacrifici della lotta di liberazione, ingrassata coi vertici militari sulla pelle dei cittadini, vogliosi di una vita dignitosa e libera. In Doppio bianco, di e/o del 1999 l’ispettore opera in una Algeri, ormai in preda al panico, cerca di risolvere il caso di un suo amico diplomatico ucciso e incontra altri orrori senza fine. Sembra non aleggiare più la speranza in questa città lacerata e violentata.
Torna nel 2005 con La parte del morto, edito da Mondadori, in cui l’ispettore, che non demorde mai e non rinuncia a quell’idea di giustizia che si è formata nel popolo algerino durante gli anni della resistenza ai Francesi, addirittura deve fare i conti con le oscurità del passato, mostrando come certe connivenze e atrocità possano risalire agli anni ’60 quando furono perpetrati assassinii ingiustificati di intere pacifiche famiglie restate fedeli ai Francesi: lo scopre inseguendo uno psicopatico serial killer che è uscito dal carcere dopo aver scontato la sua pena. Llob assomiglia più che mai al Marlowe di Chandler, cinico e romantico, spietato e nostalgico di un mondo che sembra ormai scomparso, capace però di battute ironiche, se non ferocemente sarcastiche, espresse in un linguaggio idiomatico duro e trasgressivo, pieno di metafore insolite.
 Il personaggio di Llob ammicca a certi noir americani, ma è al Mediterraneo che si rivolge l’autore: il titolo latino Morituri, la voglia di dire quello che i media europei non rivelano sulla riva opposta del mare mediterraneo, la scelta di aderire al noir di tipo italiano o francese per narrare delle storie islamiche ne sono una spia. Il noir gli sembra adatto per raccontare il disordine del mondo, per denunciarlo, per scrollare la nostra disinformazione .

Artur Carlos Mauricio Pestana dos Santos, in arte e in guerriglia Pepetela, mette in scena un giovane agente tirocinante dei servizi segreti angolani, Jaime, detto Bunda non solo per una caricatura di James Bond ma per via del suo spropositato deretano e, infatti, in portoghese bunda vuol dire “chiappe”. Non è solitamente autore di noir e forse neanche questo può essere definito tale nonostante il titolo Jaime Bunda agente segreto, edito nel 2006 da e/o. Ci sono tutti gli ingredienti, però: agenti e poliziotti, inseguimenti mozzafiato, noiosi pedinamenti e botte da orbi, uno scenario internazionale di trafficanti di valuta falsa, di diamanti, arresti clamorosi e indagini difficili, a partire da una inchiesta su un caso di stupro e assassinio di una quattordicenne. Il fatto è che siamo su uno scenario tropicale bello quanto infido, in una Luanda uscita da una generazione che ha fatto la guerra civile e che ha subito il regime marxista, con i quadri politici e militari anestetizzati da una propaganda devastante ma che si esercitano nell’arte dell’ipocrisia dell’ossequio ai princìpi, in realtà puntando a favoritismi e arricchimenti. Il povero Jaime non è nessuno ed è povero, ma ha un parente importante che lo introduce nell’ambiente.
Nella sua formazione culturale c’è un antidoto alla cultura pedissequa e meschina degli altri agenti: da ragazzo ha macinato tanti gialli americani, soprattutto di serie b, alla Mike Spillane, per intenderci, e si è fatto l’idea che le indagini devono essere effettuate con un altro stile, più scattante, più moderno, con armi e macchine più appropriate . Stridono i mezzi di cui dispone l’apprendista agente, ma proprio per la sua forma mentis e la voglia di imitare i modelli dei gialli di cui si è nutrito riesce, sia pure in un modo assolutamente sconclusionato, ad arrivare a dare un senso alle indagini e ad indirizzarle verso una conclusione; verrà premiato con la tanto sospirata promozione, segno per lui di una migliore condizione sociale.
Il tono è del tutto satirico: James Bond e Ian Fleming sono lontani mille anni luce, Bunda è un ingenuo, imbrigliato in avvenimenti più grandi di lui, perso dietro una donna che non lo vuole più, si avvicina ad occhi sgranati  a personaggi come il trafficante libanese Said , la fascinosa ex-danzatrice algerina Malika o il commerciante senegalese Boubacar che non avrebbe mai pensato potessero esistere, abituato al suo piccolo mondo un po’ provinciale. Ancora una volta non attrae tanto la trama, ma i personaggi e i luoghi descritti. Le indagini di Bunda e le sue disavventure sentimentali ci trascinano  a percorrere Luanda in tutti i sensi: l’ile, il porto, le spiagge, le bidonville e la città alta, sede di tutti i poteri, ma mentre assistiamo ai magheggi dei potenti, dei corrotti e dei poveri cristi, scorrono davanti ai nostri occhi bambini che non vanno a scuola, giovani diplomati disoccupati e giovani di famiglia bene tornati con titoli dall’estero, pagati con borse statali che non meritavano, stregoni indovini consultati dalle alte sfere e pagati con favori enormi, alti gradi dello stato che cercano di accollare a stranieri un complotto che nasce all’interno stesso del paese per mascherare le mancanze con un nazionalismo stupido. Forse troppo lungo il testo che ci frastorna con avvenimenti di cui il lettore non riesce più a padroneggiare il filo conduttore, ma ancora una volta il genere letterario serve per mostrarci una realtà disgregata e degradata meglio di un saggio sociologico.
 

In tutt’altro clima si svolgono le storie dello scrittore del Mali Moussa Konaté e dell’americano-ghanese Kwey Quartey. Del primo vediamo all’opera una coppia investigativa della Squadra anticrimine di Bamako, apparsa con La maledizione del dio del fiume di e/o del 2010, in L’assassino di Banconi della casa editrice Del Vecchio, 2010 e con la stessa nel 2011 ne L’onore dei Keita. Del medico-scrittore Quartey finora è comparso un solo testo (ma promette bene) con l’ispettore Darko Dawson della Criminal Investigation Department di Accra, capitale del Ghana, in Omicidio nella foresta per Feltrinelli, 2010.

La coppia di Konaté rispetta evidentemente i canoni di opposizione fissati da Doyle per Holmes e Watson: infatti il commissario capo Habib Keita e il suo giovane ispettore Sosso Traoré hanno pregi e difetti opposti. L’anziano è riflessivo, filosofo, aperto alla razionalità, ma conscio dei misteri della cultura tradizionale, pondera bene le sue azioni, non disdegna però scenate ai subordinati quando le cose non filano come dice lui,  e ormai si sente pronto per la pensione. I tempi sono diventati difficili e forse la sua flemma e i suoi princìpi non sono più adatti ad una professione che vede crescere compromessi e corruzione, ma anche un dinamismo di cui non si sente più portatore. Capisce anche che alla polizia vengono richiesti compiti di contenimento della rabbia dei poveri che nulla hanno a che fare con il crimine vero e proprio. Il giovane Sosso è un tipico esempio di africano urbanizzato, vestito alla moda come tutti i ragazzi e sempre pronto ad agganciare una bella ragazza, cresciuto nel tumulto e nel caos della metropoli inforca una moto sulla quale strombazza nel traffico, cercando di avere la meglio negli inseguimenti, è spesso imprudente, ma la sua generosità nel tuffarsi nell’azione qualche volta aiuta a risolvere casi in stallo, anche se la paga cara.
Sostanzialmente sono delle persone semplici, che amano ridere e rilassarsi, prendersi bonariamente in giro, amano bersi una birretta veloce durante spuntini immancabili, hanno tempo per parenti e amici, sono rispettosi delle regole del vivere civile degli africani, rivelando uno stile di vita assai lontano dal nostro.
 

Al contrario il commissario Dawson di Quartey è un personaggio un po’ tormentato e occhieggia di più ai modelli americani o ai più recenti svedesi: ha un problema con l’alcol, compra e fuma marijuana quando è sotto pressione, non riesce spesso a controllare l’ira e la violenza, soprattutto quando sono stati offesi e violati donne e bambini. Questo aspetto è reso meno stereotipato dalle sue sofferenze familiari: la moglie, che pure lo ama, vuole lasciarlo per quel suo carattere impulsivo e incontrollabile, il suo bambino che lui adora è un cardiopatico, la suocera lo tormenta con il suo insulso perbenismo e una spiccata superstizione. Va ad investigare nella stessa zona in cui 25 anni prima è scomparsa sua madre. Antichi segreti verranno a galla.  

I testi dei due autori hanno qualcosa in comune: ci sono sì efferati delitti, violenze e furti, ma non hanno a che vedere con i gialli classici, perché s’inquadrano in culture in trasformazione che devono misurarsi con riti ancestrali, usanze arcaiche, strutture sociali che affondano l’origine nella notte dei tempi. Oggi stridono con i concetti di uguaglianza e democrazia, con la speranza di vite che vogliono superare la sussistenza per poter cominciare a vivere. Se a questo aggiungete come di tali credenze si possano servire le caste al potere per continuare a perpetrare il dominio di pochi sui molti vedrete che si tratta di una miscela esplosiva che quando dirompe provoca effetti sconcertanti. Konaté e Quartey mandano i loro investigatori in lontani villaggi, ai bordi di foreste misteriose, fiumi pieni di coccodrilli, alle prese con stregoni, sacerdoti animisti, capi e caste tradizionali, con mogli poligamiche gelose e giovani che tentano di sottrarsi alle regole degli anziani. Ovunque incontrano anche povertà, soprusi e Aids, ma anche una incredibile energia di resistenza.
Non c’è suspence come viene comunemente intesa, i romanzi si leggono tutto d’un fiato per questo loro spalancare mondi, storie di piccola gente, dei villaggi o delle bidonville delle grandi città, lontano dal folklore o dagli esotismi di maniera. Qualcuno ha coniato il termine di noir antropologico. In ogni caso sono scritti con mano leggera, ironica ed umoristica, quasi, in Konaté, lirica in Quartey e si fanno perdonare qualche ingenuità o incongruenza narrativa della trama gialla.


Con Deon Meyer, scrittore in afrikaans di thriller mozzafiato, molto noto nel suo paese,  ci trasferiamo in Sudafrica. In Italia ha pubblicato tra il 2000 e il 2006 tre romanzi con Piemme, ma è dal 2007 con Afrikaan blues, edito da Mondadori e Safari di sangue e Tredici ore, entrambi pubblicati con e/o nel 2010 che è diventato famoso in Italia, al tempo dei mondiali sudafricani. Diciamo subito che, a parte i soggetti e i contenuti, legati alla dura e contraddittoria realtà del dopo apartheid, le modalità di confezione narrativa sono simili a quelle dei grandi bestseller internazionali, a base di multinazionali, spie, grandi speculatori, droga e catene di pedofilia, violenza a non finire e armi, tante armi.
Anche i suoi poliziotti come Benny Griessel o investigatori privati come Lemmer hanno problemi con l’alcol o con il contenimento della propria rabbia, hanno conosciuto carcere e sfortuna, non fanno carriera perché sono dei solitari che seguono solo il proprio istinto e non si lasciano mettere i piedi in testa da nessuno. Ma sono considerati, ovviamente, dei segugi formidabili, i migliori.  Nella vita privata stentano, sono dei disillusi, quando amano sanno che non finirà bene. Se fosse tutto qui non varrebbe la pena di appassionarsi. Due elementi, però, ci inducono a lasciarci guidare in questa conoscenza non banale del Sudafrica ai tempi del post-Mandela. Il primo è l’enorme amore e rispetto per la natura dell’autore che dedica un romanzo come Safari di sangue al parco Kruger. Nel testo si trova sorprendentemente la descrizione del ciclo vitale degli avvoltoi, così negletti e aborriti dal grande pubblico che visita, a milioni, questo habitat o la interdipendenza, nel territorio, dei “big five”, cioè leoni, bufali, leopardi, rinoceronti, elefanti. Infatti, l’investigatore Lemmer deve scoprire il mistero riguardante la scomparsa di un paladino della difesa della natura e degli animali, a suo agio solo con questi ultimi, lontano dalla malvagità umana, che si presenta sotto forma di speculatori, bracconieri, di clan locali che rispondono alla sirena dello “sviluppo” senza pensare alla distruzione di un miracolo di equilibrio di un ambiente che ha impiegato migliaia di anni per formarsi e che è una eredità da passare alle generazioni successive. Ma ovviamente le cose si complicano e altri fattori si affiancano ai tasselli del mistero, che rimandano a segreti dei tempi dell’apartheid. Il lettore viene sballottato su e giù per il Sudafrica insieme a Lemmer , alla bella sorella dello scomparso e ad una quantità industriale di killer di svariata estrazione.
E così arriviamo al secondo elemento di interesse per questo autore: uno sguardo che parte dalle divisioni del passato tra bianchi e neri  per arrivare alle divisioni, diciamo, intertribali (Zulu, Xhosa, Bantu ecc.) che permangono anche se ufficialmente non esistono. Il fatto è che tutti sono attaccati dalla febbre dell’arricchimento cieco e ad ogni costo: non è facile costruire un governo di tutti, quando non si è d’accordo neanche su quale lingua adottare. Questo quadro è particolarmente vivace in Tredici ore, dove restiamo a Cape Town, quando l’ispettore si mette all’opera per scoprire una relazione tra due assassinii, quello di una ragazza americana e di un noto discografico e ha soltanto 13 ore  per aiutare una ragazza in fuga. Non ci sente al sicuro con una polizia divisa tra bianchi e neri e tra neri e neri,  che non sa affrontare il mondo dei pescecani là fuori, in questo caso quello delle cifre da capogiro intorno alla musica: intanto il lettore apprende un sacco di cose sulle attuali tendenze della musica afrikaan.

Prima le signore, dice la buona etichetta, ma noi abbiamo preferito lasciare per ultima la signora Precious Ramotswe  di McCall Smith per le caratteristiche assolutamente differenti evidenziate dal personaggio della simpatica e corpulenta lady che dirige la The No.1 Ladies’ Detective Agency a Gaborone, capitale del Botswana. Dimenticatevi delitti, sangue, complotti: qui , tra una tazza e l’altra di tè rosso e una modesta scorazzata in città su un furgoncino bianco, con il solo aiuto di una segretaria scalcinata e imprevedibile e di un fidanzato bello, muscoloso e meccanico di professione, si risolvono solo inchieste di piccola taglia. Qualche tradimento coniugale, beghe di vicinato, qualche furtarello di derrate alimentari o in tipografia,  partite di calcio condotte in modo non ortodosso, ricerca di parenti e via dicendo. Lungo l’elenco dei titoli della serie che è cominciata, per l’Italia, nel 2004 con Le lacrime della giraffa per la Tea edizioni e continuata fino al 2010 con la stessa e anche con Guanda. Lo scrittore è peraltro autore di altre serie investigative ambientate in Inghilterra.
Sorpresi i lettori nel trovarsi davanti a una realtà provinciale e anche un po’ idilliaca in cui dominano i valori tradizionali coniugati con una modernità non invadente e aggressiva, in cui si trova tempo per godersi un bel tramonto o un’alba rosata o l’incanto di una pioggia che rompe la siccità.  L’autore, nato in Zimbabwe, da famiglia scozzese,  ha vissuto a lungo anche a Gaborone e conosce da vicino questa realtà avendo contribuito alla nascita dell’università di questa città e ha cercato di mescolare humour britannico con la tradizionale concretezza africana, soprattutto femminile, di affrontare e risolvere le cose che accadono. La protagonista viene dotata di un passato doloroso, di un padre morto molto amato per sottolineare la particolare permeabilità di Precious alle sofferenze altrui, piccole o grandi che siano, e l’abilità nell’aiutare gli altri a riflettere e a rimuovere gli ostacoli: infatti, il suo metodo d’indagine è soprattutto psicologico e ha qualcosa della concatenazione incantata degli eventi delle favole tradizionali, quando ad un certo punto la matassa si scioglie e non si sa bene ancora perché.
Anche per questi romanzi si è parlato di “gialli etnici”per quella ostinazione dei critici di trovare definizioni ad ogni costo o di paralleli con la Miss Marple inglese: nulla di più lontano. L’unico punto di incontro è l’osservazione di un microcosmo, che nell’inglese si rivela essere quello di un nido di vipere mascherato dalla tradizionale educazione britannica e nella detective del Botswana quello di un mondo di gente normale alle prese con problemi quotidiani, da risolvere con un po’ di intuito ed ottimismo. Una volta tanto senza pensare alla corruzione dei governanti o ai disastri associati normalmente all’Africa: mica la normalità deve essere per forza dotazione dell’occidente!