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Teju Cole, Città aperta, (a cura di Rosella Clavari)

  • Category: Recensioni
  • Sabato 31 Agosto 2013 14:13

Nigeria

Teju Cole

Città apertà

Einaudi, 2013

Teju Cole, con questo suo primo romanzo ha già avuto numerosi riconoscimenti e premi e va ad aggiungersi a quella piccola schiera di autori di origine africana emigrati in America che disegnano con originalità la situazione del mondo contemporaneo. L'autore, cresciuto in Nigeria, vive a Brooklyn, dove svolge la sua attività di scrittore, storico dell'arte e fotografo.
Giustamente definito una sorta di romanzo-saggio-diario (Goffredo Fofi) il testo rivela in parte il suo carattere autobiografico. Il protagonista, Julius,un meticcio di madre tedesca e padre nigeriano, è all'ultimo anno di specializzazione in psichiatria  e quando stacca dal suo tirocinio di lavoro cerca di liberare la mente attraversando New York con delle lunghe passeggiate.
La frammentarietà della vita si oppone al suo bisogno di ricomposizione armonica e questi itinerari sembrano fare al suo caso.  Partire nelle sue passeggiate da Morning-side Heights significa avere poi varie opzioni: ad ovest nella direzione opposta c'è Sakura Park, a nord si va verso Harlem costeggiando l'Hudson, si può visitare di giorno la grande piazza assolata di Columbus Circle o guardare il sole che tramonta sul New Jersey. Quando il giro diventa parecchio lungo non resta che tornare a casa in metro. E' un viaggio solitario alla scoperta dei luoghi metropolitani, osservando la città con i mutamenti che nel tempo la caratterizzano: la storia nascosta che sta dietro a un monumento, quell'angolo o quel palazzo che spesso viene ignorato, un edificio abbandonato, considerati nella loro essenza acquistano un significato di connivenza con gli uomini ("ogni quartiere pareva fatto di una sostanza diversa...un diverso peso psichico").
Gradualmente questa solitudine si popola di relazioni, a partire dall'osservazione del volo migratorio delle oche, immagine- simbolo del volo migratorio di persone da una parte all'altra del mondo.
Spesso Julius si reca a visitare il suo vecchio professore Saito, anziano e malato, che del suo passato predilige ricordare gli studi e le sue migliori traduzioni; proprio con lui Julius scopre di avere più familiarità che con i suoi veri nonni, eccetto la  nonna materna tedesca, sua antica alleata spirituale, il cui ricordo tenero affiora ogni tanto con il desiderio di rivederla. Il vecchio professore gli ricorda il valore di sapere a memoria le poesie, bastano due versi e tutto ritorna a galla come preso da una amo, e così pensare diventa una musica mentale. Proprio la musica è il rifugio preferito del protagonista e  lo accompagna per esempio durante uno dei suoi viaggi in metro, dopo aver visitato un negozio di cd in svendita; indugia con appassionata sapienza sulla musica di Mahler e quando si recherà a sentire una sua sinfonia alla Carnegie Hall si stupirà di essere lì l'unico nero. Esiste forse una musica solo per bianchi? si domanda.
Il lavoro però non lo abbandona mai -le ferite dei suoi pazienti tornano ogni tanto nella sua mente- e anche il mondo da lui osservato si popola in realtà di esclusi, emarginati. Una sua paziente si è dedicata alla studio degli indiani Delaware e Iriquois, soffrendo per la soppressione totale dei nativi americani. Entra nell'American Folk Art Museum dove c'è una retrospettiva dei dipinti di John Brewster e dopo una lunga osservazione, scopre che l'autore era sordo e sordomuti i bambini da lui ritratti. Nelle visite in carcere che fa per lavoro incontra il giovane liberiano Saidu, fuggito dagli orrori della guerra, che vorrebbe ricominciare a vivere in America ma verrà rispedito a Lisbona; sia lui che Farouk, il colto marocchino che, dopo aver visto rifiutare la sua tesi, lavora in un café internet a Bruxelles, "avrebbero potuto avere una chance prima dell'11 settembre". Ora sono entrambi guardati con diffidenza e sospetto, sia in America che in Europa. Nel corso del racconto, il protagonista si reca a Bruxelles, città  definita "in attesa e sottovetro", per poi tornare a New York. Si immerge nuovamente nei vari quartieri: quelli più ricchi e più bianchi, Harlem nella cui notte "non ci sono bianchi", Chinatown, Manhattan, il mondo dove vivono i latino americani, dove incontri nigeriani, libanesi, malesiani, haitiani, cinesi. 
Si ferma ad ascoltare la storia di un anziano lustrascarpe haitiano che insiste per far brillare le sue scarpe, nonostante il visibile imbarazzo di Julius.
All'improvviso il passato si affaccia nella sua vita attraverso una ragazza nigeriana che incontra per caso; è Moji la sorella di un suo compagno al collegio militare di Lagos. Il colpo di scena finale che riserverà questo incontro è un punto interrogativo sui ricordi sfocati di Julius. La ragazza lo accusa di una violenza sessuale quando erano adolescenti a una festa, inebriati dall'alcool. Probabilmente vuol far comprendere che nessuno è escluso dalla possibile violenza esercitata sull'altro, nessuno è risparmiato dall'inconsapevole oblio della propria umanità.
Julius ripensando alle storie dei suoi pazienti, è capace di trarne situazioni comiche da raccontare agli amici, così come di riflettere sulla comparazione tra l'elaborazione di un lutto personale e di un lutto collettivo : dopo il tragico 11 settembre del 2001 "l'elaborazione del lutto non era completa e l'ansia avvolgeva la città".
La solitudine non è solo scoprire che la moglie del vicino è morta da un anno quando una sola parete li divideva, ma anche la massa di gente che viene inghiottita dalla metropolitana e il ricordo degli incomprensibili silenzi con la madre :"i nostri sguardi erano pieni di stanza buie".
La mancanza di dialogo si risolve in una trasfigurazione pittorica, dopo un'incomprensione con il tassista nero che lo giudica troppo indifferente alla loro fratellanza: "rimanemmo in silenzio e mentre il taxi si dirigeva a nord lungo l'Hudson sul Westside, il fiume e il cielo formavano un'unica lastra scura sfocata e l'orizzonte era svanito".
E' un mondo multiculturale come quello di tutte le grandi metropoli, eppure a volte lo guarda come un grande paese dove è ancora possibile seguire il volo degli uccelli o cogliere il silenzio di alcune strade. Una volta avuta la possibilità di scegliere, attraverso il lavoro, un luogo più calmo, lui preferirà in ogni modo la sua città: "rimanere qui in città è l'unica opzione che ha un senso emotivo per me".
Se possiamo riscontrare un limite in questo primo romanzo di Cole, forse è nella presenza che suona pretestuosa di tanti personaggi diversi tra loro che frammentano il racconto, poiché a lui preme parlare dell'esclusione, della propria frustrazione o dare spazio al proprio estetismo letterario.
Condivisibile invece è la perplessità del protagonista di fronte alla lettura mentale di un testo: un libro va letto ad alta voce per cogliere la sonorità della parola e il carattere interlocutorio dei discorsi; dobbiamo riappropriarci della bellezza delle parole, cogliere la vita di un testo come se fosse un'opera teatrale.
Parallelamente alle numerose citazioni erudite dell'autore di carattere letterario, musicale, pittorico, ci permettiamo una citazione del film "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino ( un regista napoletano che offre un'originale e inconsueta visione di Roma, magica all'alba e sordida di notte) arrivando a una riflessione:  sono i non romani ( così come i non newyorkesi doc) che ci offrono uno sguardo originale e autentico su quello che crediamo di conoscere vedendolo scorrere tutti i giorni sotto gli occhi, spesso senza alzare gli occhi. Un'abitudine su cui ci adagiamo mollemente perdendo di vista le molteplici relazioni che si instaurano con le cose e le persone.