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Ahmed Mourad, Polvere di diamanti, - Florent Couao-Zotti, Non sta al porco dire che l'ovile é sporco, (a cura di Giulia De Martino)

  • Category: Recensioni
  • Lunedì 14 Ottobre 2013 13:45

Egitto

Ahmed Mourad, Polvere di diamanti

Marsilio editore, 2013

 

Benin

Florent Couao-Zotti, Non sta al porco dire che l'ovile é sporco,

Edizioni  66thand2nd

Come abbiamo fatto, in passato, per altri noir, trattiamo due testi insieme, primo per non cedere alla tentazione di raccontarvi la trama, secondo perché , pur essendo diversi per lingua, cultura e ambientazione, presentano dei punti in comune. Quello di Ahmed Mourad è egiziano e si svolge al Cairo, quello di  Couao-Zotti è del Benin ed è ambientato a Cotonou, non la capitale, ma la città più grande del paese.
Si tratta , quindi, di trame che si annidano in alcune zone della metropoli ‘tentacolare’,mostrando locali equivoci in zone malfamate, case di superlusso, costosi club privé,personaggi in preda al sesso, all’alcol e alla droga, individui malati di potere. Ovunque corruzione e malgoverno. Ma le somiglianze terminano qui, perché le modalità narrative sono assai diverse come i loro scrittori.
Veniamo agli autori. Mourad è stato il fotografo ufficiale del presidente-dittatore Moubarak, finché questi non è stato violentemente destituito. Una volta forzosamente ‘disoccupato’ha avuto bisogno di stare un po’ dietro le quinte, a riflettere e a cercare di dare una svolta alla sua vita: si è messo a scrivere un giallo, pubblicato in Italia nel 2012 sempre con la Marsilio, con il titolo di Vertigo. In quel romanzo c’era un po’ di autobiografia, dal momento che il protagonista era un fotografo immischiato in una brutta storia proprio a causa del suo mestiere: stesso ambiente cairota, stessa voglia di dare un’ immagine di un paese che scricchiola sotto il peso dei problemi e della corruzione delle classi dirigenti. Scritto quattro anni prima delle folle in rivolta a piazza Tahir è stato sentito da tutti coloro che lo leggevano come una acuta anticipazione di quello che sarebbe accaduto. Ma il grande successo raggiunge Mourad con Polvere di diamanti, tradotto in più lingue e pronto per diventare un film. In effetti la sua seconda prova è assai più complessa dal punto di vista della rappresentazione storica( copre infatti un arco di tempo dal ’54 ai giorni nostri) e meno farraginosa nella presentazione e nelle azioni dei personaggi, con risultati di gran lunga più efficaci. Il ritmo è ben calibrato e l’occhio fotografico dell’autore già presenta delle vere e proprie inquadrature cinematografiche.
L’autore mette in scena una saga familiare di padre in figlio intorno  a segreti che non sono noti al protagonista Taha e che questi apprende insieme al lettore mano a mano. All’inizio le sue motivazioni alla vendetta non saranno le stesse della fine. Un thriller dotato anche di un topos cinematografico: il padre del protagonista è sulla sedia a rotelle e spia il vicinato con un binocolo… È per ciò che ha visto che verrà ucciso? O per ciò che sa da suo padre e affidato ad un misterioso quadernetto?La catena degli omicidi non è quello che sembra, anzi nulla è ciò che appare a prima vista. Non è di quei romanzi in cui non si sa chi è l’assassino e la storia consiste dell’investigazione di qualcuno, in genere un detective privato  o un poliziotto, fino al disvelamento finale.
 La storia  ti tiene inchiodato attraverso l’orrore e il senso di putrefazione che nasce dai personaggi. Abbiamo un commissario, peraltro ad inizio trama, esautorato dai suoi poteri, marcio fino al midollo, mentre dovrebbe difendere i perseguitati in questa storia. Abbiamo una indagine, ma non è quella che si svela nel finale: cosa può fare il giovane Taha, se non seguire le orme del nonno e del padre e farsi giustizia da sé?Non c’è un personaggio che si salvi, nemmeno il protagonista che fa lo scatto da ragazzo amante della batteria, della shisha al caffè con gli amici, da bravo lavoratore come piazzista di farmaci  negli studi medici e  commesso notturno in una farmacia a folle giustiziere, non fermato neanche dall’amore per Sara, una giornalista sua vicina di casa. Sembra che la devastazione della società egiziana abbia raggiunto tutto e tutti: si espande un cupio dissolvi, stemperato appena da un’ amara e pungente ironia.
E tutto ruota intorno ad una polvere bianca, un misterioso veleno,  conosciuto e diffuso nel quartiere ebraico dagli anni ’50, alla cui scoperta arrivano , per diverse motivazioni sia Taha sia la giornalista sua amica. Sara è l’unico personaggio cui l’autore affida la volontà e possibilità  di cambiamento della società: non a caso ha scelto una donna  come portatrice di una mutazione sociale e di genere. Sara cerca di mandare avanti la sua accurata indagine giornalistica sulla catena di omicidi, nonostante  che, ad un certo punto, lo stesso Taha le metta i bastoni tra le ruote: sarà solo perché lui l’allontana dalla sua vita che lei non troverà piena conferma delle sue intuizioni .
Un thriller è certo una storia inventata, ma gli scuri scorci del Cairo e il malcostume rappresentati svelano la volontà dello scrittore di dipingere la realtà egiziana ancora totalmente in ebollizione.
Mentre Ahmed Mourad ha al suo attivo solo i due romanzi di cui sopra, Cuao-Zotti è già un autore consumato:scrittore di romanzi e racconti,  sceneggiatore televisivo, fumettista satirico, commediografo ha già avuto numerosi premi in patria e in Europa. Nel 2010 per la prima volta il premio Ahmadou Kourouma, intitolato al grande scrittore ivoriano, è stato assegnato ad un polar, come chiamano i francesi i noir di questo genere, esattamente Non sta al porco dire che l’ovile è sporco.
Il titolo è un proverbio tradizionale africano: nei 24 capitoli in cui è diviso il libro troviamo altrettanti titoli-proverbio o presunti tali, dal momento che alcuni sembrano proprio usciti da una penna satirica e giocosa. Se il romanzo di Mourad non potrebbe che essere ambientato al Cairo, quello di Zotti è contemporaneamente molto beniniano e molto americano. Se ci lasciamo trasportare dalle suggestioni della storia immaginiamo i personaggi con i tratti della gangster-movie americana di serie b e con il ritmo indiavolato e granguignolesco dei film di Quentin Tarantino. Un pulp, dunque tutto schizzi di sangue e pestaggi.
Questo perché, come rivela l’autore in alcune interviste, ha voluto giocare con i cliché dei film d’azione, con il detective privato sfigato e in bolletta, con il cattivo, un libanese chiamato l’Arabo, tutto denaro e sesso, narcotrafficante e ammanicato, ad ogni livello ,con il potere, con le ‘pupe’ dalle curve esplosive, puttane e traditrici, con la bella delle belle assassinata e barbaramente mutilata, con la classica coppia commissario e giovane ispettore della polizia di stato. Ha voluto offrire un divertissement ai giovani del Benin amanti dell’azione e dell’erotismo: tutto si gioca intorno ad una valigetta piena di droga e a tanti, tanti soldi da acchiappare ad ogni costo, anche quello dell’amore e dell’amicizia.
Un mondo sordido che potrebbe essere ambientato ovunque se non fosse per la precisione maniacale con cui l’autore ci trascina, dicendocene il reale nome esatto, in quartieri alti, nei bassifondi, all’aeroporto, sulle spiagge paludose, sui binari della ferrovia ,nei mercati,nelle bettole e nei locali di lusso, negli hotel di eccelsa ed infima categoria. Sembra una guida turistica  di una polverosa Cotonou pronta a spalancare, a tratti, abissi di piogge torrenziali e fango a non finire. Per tutto il testo c’è il tormentone delle buche delle strade e del terreno riempite d’acqua  : vengono attraversate da lussuosi bolidi , macchine della polizia, macinini e catorci  che sfrecciano a tutto spiano, aumentando il disagio.
Intravediamo tetti di lamiera, fabbriche in rovina, metalli arrugginiti sparsi dappertutto: un marciume esteriore che è solo la visualizzazione di una interiore mancanza di valori etici su cui fondare un po’ di speranza e voglia di costruire qualcosa di buono. “Da una parte, i binari, due parallele di ferro che si univano per poi perdersi nel paesaggio umido di Cococodji, il quartiere-giungla di Godomey; dall’altra, i tetti delle case e i cantieri-lamiere arrugginite, tegole, cemento- che salivano come ombre dentellate e irregolari, alternandosi alle scompigliate cime degli alberi”. E’ questa l’inquadratura iniziale del libro in cui troviamo tre persone, un uomo e due donne, già tagliuzzati e sbrindellati, alle prese con una torma di campagnoli incazzati e randellosi: sono il Libanese e “due gioiellini da bordello”. Chi sono?Perché sono lì attorniati da quella gente?La stessa scena ritorna circolarmente nell’ultimo capitolo:la resa finale…
E anche il lettore partecipa della frenetica sarabanda, andando velocemente a consultare il glossarietto in fondo, tentando di raccapezzarsi tra i numerosi termini in corsivo ,espressi nelle lingue locali, a partire dall’onomatopeico, per noi, tchoukoutou  (birra di miglio). Il linguaggio è asciutto, di allegra ferocia,senza peli sulla lingua, con un senso straordinario per i colpi di scena  e le immagini ad effetto.
Chi lo dice che un giallo non può essere buona letteratura?E per dirla con l’autore (titolo cap.21) Bisogna vivere un bel po’ per vedere tutto e il contrario di tutto.