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Alain Mabanckou, Zitto e muori, (a cura di Rosella Clavari)

  • Category: Recensioni
  • Lunedì 14 Ottobre 2013 14:04

Congo Brazzaville

 

Alain Mabanckou, Zitto e muori

 

Edizioni, 66tha2nd, 2013

 

traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco

 

La prima cosa che colpisce di quest'autore è la capacità di avvincerti nella lettura, di trascinarti nella storia narrata, stupendoti, divertendoti e manifestando la sua ineludibile vena tragicomica. La storia ce l'abbiamo già sotto gli occhi come in un film poiché la dinamica delle situazioni è incalzante e spazia tra un luogo e l'altro di Parigi.

 

Parigi, la metropoli, è il posto dove si trova il giovane congolese Julien Makambo, di Brazzà, non di Kinshasa, come tiene a precisare, che è sbarcato lì sotto il falso nome, procuratogli dall'amico Pedro, di José Montfort. Già il suo nome originario non portava bene: Makambo, nella sua lingua significa “guai” ma anche quello di José Montfort non muterà la sua situazione.

L'omicidio di una giovane donna bianca caduta dal quinto piano ai piedi di José è il tramite attraverso cui vengono alla luce oltre che le incongruenze e le assurdità della giustizia in Francia anche le condizioni reali degli immigrati africani. Non solo il potere in sé viene preso in giro ma anche le fissazioni degli africani che vivono in clandestinità o che si sono ritagliati i loro spazi di convivenza alle periferie della metropoli.

 

Questi luoghi e locali di varie etnie (congolesi,algerini, maliani,cinesi, e per rimanere nel neutrale curdi) sono descritti vivacemente e i personaggi che vi si incontrano, dai gestori ai clienti, ben identificati nelle loro particolari caratteristiche.

Quando il protagonista si imbatte in un locale maliano nel quartiere rue Bara, lì incontra un certo Yoro che diffida di lui ma non lo dà a vedere, lo interroga per sapere dove vivesse prima e per conferma immediata chiama il giovane marabutto Sidibé, seduto nel tavolo di fronte, che legge nella vita delle persone, a pagamento.

Esilarante è la scena in cui José viene smascherato e invitato a non entrare più nel locale pena la sua vita; Yoro ha capito che è invischiato in un affare sporco e che ha mentito sul fatto che vivesse prima a Nantes, in un quartiere da ricchi.

 

Il mondo degli africani a Parigi è variopinto come i colori degli abiti che si trovano da Connivences, il negozio di abbigliamento gestito da un congolese. Lì il suo amico Pedro lo costringe ad acquistare un abito verde elettrico che José si affretterà a nascondere dopo il fattaccio, per non essere subito riconosciuto. Pedro è un “sapeur” cioé un seguace della Sape- Société des Ambianceurs et des Personnes Elégantes- per lui è normale invece abbigliarsi con abiti dai colori sgargianti, anelli scintillanti su ogni dito della mano sinistra, catene d'oro e scarpe Weston bordeaux.

 

A questo punto occorre dire che il racconto  nasce dal romanzo che il protagonista sta scrivendo nella cella dove si trova recluso, e si alternano momenti di sconforto della sua realtà attuale con quanto è accaduto prima. I suoi ricordi iniziano proprio dal clan di amici che vivono con Pedro, il suo “fratello maggiore” che lo ha fatto arrivare a Parigi con il falso nome di José, con i quali vivrà nei primi tempi.  E' il clan di rue Paradis: “il vecchio”  Moussavou il cui linguaggio è intessuto di sentenziosi proverbi africani, che risiede in Francia da più di 30 anni; rimpiange l'epoca prima della crisi economica, dove era possibile sbarcare il lunario e ora è in collegamento con Shaft che confeziona falsi documenti d'identità  e permessi di soggiorno; Prosper è il vice del vecchio, interessato soprattutto alle donne proprio come Desirè, il musicista grande seduttore di ragazze, in prevalenza bianche; poi c'è il suo rivale Bonaventure, vice di Pedro, e infine Willy, mite e gentile, che fa il meccanico.

 

Dopo un breve periodo di divertimento nelle discoteche dove si sollazza con Kathy la mangiauomini, José vede arrivare il giorno sventurato della sua fuga. Si rifugia , stavolta con il suo vero nome , all'albergo Amandier dove accende la televisione e vede il suo volto sullo schermo in una foto un po' sfocata per fortuna. Quell'angusta stanzetta sarà l'anticamera della cella dove verrà a trovarsi dopo, condivisa con Fabrice, un francese, un bianco che gli ricorda però nell'aspetto e nella sfacciata sicurezza, il “fratello maggiore” Pedro. Proprio Pedro, prima di sparire dalla sua vita gli ha infilato nella tasca una mazzetta di banconote intimandogli- da questo momento noi non ci conosciamo più- Ma come, non eravamo fratelli? pensa il povero José.

 

Intorno al giallo dell'omicidio accaduto in rue de Canada si svolge tutta una storia di razzismi incrociati. Roselyne, la donna uccisa, era una bianca sposata al figlio del  ministro dell'interno del Congo che non aveva digerito questo matrimonio misto. E' un omicidio su commissione, dunque, di cui in realtà è autore Pedro.

Mabanckou evidenzia non solo il razzismo dei francesi nei confronti degli africani ma anche il razzismo dei neri verso i bianchi e quello serpeggiante tra gli immigrati stessi. Ricordiamo  in proposito l'episodio di José, sprovvisto di biglietto e intercettato dal controllore della Ratp, un martinicano; dopo una corsa folle dei due uomini osservati con divertimento  dalla gente come due atleti neri in uno stadio olimpico, il martinicano lo acciuffa e “non la smetteva più di inveire contro gli africani di Parigi”.

 

L'ingarbugliato finale propone a José un ulteriore scambio di identità.

Nella sua cella, aspetterà il verdetto sulla sua vita compreso tra i due poli  della giustizia francese ma anche delle tradizioni di omertà della sua gente governate da un assoluto “zitto e muori”.

 

Anche in questo romanzo, Mabanckou rivela le sue doti di narratore con un registro stilistico diverso da “Verre cassé”, più maturo e avvincente, senza rinunciare alla sua capacità di divertire e suscitare simpatia verso personaggi inquietanti o ai margini della società.