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Scholastique Mukasonga, Nostra Signora del Nilo, (a cura di Giulia De Martino)

  • Category: Recensioni
  • Venerdì 07 Marzo 2014 15:28

Scholastique Mukasonga, Nostra Signora del Nilo

Edizioni 66THND2ND, 2014


Traduzione di Stefania Ricciardi

 

“La scrittura per me è stata il solo mezzo terapeutico per sopravvivere. Il passato non deve essere oblio e la scrittura serve per depositare la verità. Io avevo un veleno dentro di cui non riuscivo a liberarmi. Sono riuscita a farlo solo con i primi tre romanzi autobiografici”.
 Così si esprime in un’intervista in Italia la scrittrice ruandese al momento di un giro di presentazioni del suo primo testo tradotto in italiano “Nostra Signora del Nilo”.
Di etnia tutsi è stata costretta a fuggire prima in Burundi, poi in Francia per sfuggire alla persecuzione degli hutu, scampando così, nel ’94, ai massacri che hanno visto la morte di quasi un milione di persone. Dal ’92 risiede in Normandia e solo con la scrittura è riuscita forse  a superare il terribile fatto che 27 membri della sua famiglia sono stati barbaramente trucidati, il suo villaggio interamente distrutto, non senza aver sviluppato, come spesso succede in questi casi, la sindrome del sopravvissuto.
Ma se “Inyenzi ou Les Cafards” , “L’ignifou” e “ La femme aux pieds nus”narrano eventi dichiaratamente autobiografici, in modo particolare del suo villaggio e della madre, il romanzo che vi presentiamo ricorre alla fiction: finalmente, cessata l’urgenza personale di ricordare tutti i suoi morti, la trama si allarga a narrare eventi di un microcosmo femminile, situato in un liceo ruandese, ai tempi degli anni’70, quando il genocidio era ancora di là da venire, ma già scoppiavano pogrom e crescevano pregiudizi e intolleranze: ora la Mukasonga si sente finalmente una scrittrice e ha vinto un premio letterario francese nel 2012.
Sente l’autrice che sono le donne le protagoniste del riscatto e della rinascita lenta e complicata del suo paese, dove è riuscita a tornare dopo molti anni dal massacro del ’94. Le donne hanno pagato più degli altri, con gli stupri sui loro corpi, oltre che con la sofferenza e la fame e si sono adoperate per prime per il ristabilimento della legalità e di una sia pur difficile riconciliazione .
Per questo forse la lente d’ingrandimento offerta dalle storie di  vita delle studentesse liceali di Nostra Signora del Nilo, innocenti eppure già carnefici in pectore, apre uno squarcio sulla società in generale. Queste non sono liceali qualunque, ma le figlie della crema del partito hutu al potere, degli alti papaveri militari,dei banchieri e uomini di affari, merce di scambio, attraverso buoni matrimoni, tra famiglie potenti e clan  per acquisire ancora più lustro. I tempi sono cambiati, si sa, e la dote in bestiame e soldi è meglio se accompagnata da un diploma prestigioso, da un’ottima conoscenza del francese e delle buone maniere all’europea.
Solo poche tutsi sono ammesse, in virtù della cosiddetta quota del 10%,cioè per un obbligo di legge, ma vivono di umiliazioni perpetrate dalle allieve hutu, soprattutto da parte di quelle le cui famiglie sono esplicitamente in politica o in affari con il governo.
Ma il prezzo che deve pagare questa futura elite femminile è l’isolamento, per svariati anni,  in un collegio situato a 2500 metri d’altezza , vicino alle sorgenti del Nilo, onorate con una statua della Vergine Maria, una statua di una madonna bianca,ma dipinta di nero per l’occorrenza,nel 1953,  da cui prende il nome il liceo, che sorge a poca distanza.
Il collegio è retto, con pugno di ferro, da suor Gertrude e dalle sue consorelle, di cui si dice che non sono né bianche né nere, ma solo suore, seppellite in quel posto da talmente tanto tempo da aver dimenticato la loro origine, presumibilmente belga. Assolutamente divertenti sono le descrizioni delle suore e di padre Hermenegilde, nato come umile prete del clero indigeno e assurto a posizione più altolocata dopo la “rivoluzione sociale “hutu, che segna il passaggio del favore del clero missionario dai tutsi, giudicati più intelligenti, ma infidi e maggiormente  inclini a posizioni comuniste (non dimentichiamo che negli anni ’50-’70  siamo in piena guerra fredda anche in Africa) agli hutu,lavoratori della terra e desiderosi di moderato modernismo.
La madre superiora e padre Hermenegilde cercano di preservare il più possibile l’innocenza e l’onore delle ragazze, istradandole su principi cristiani  e della ‘razza maggioritaria’, come veniva eufemisticamente definito l’elemento hutu rispetto ai tutsi.
Ma l’ipocrisia è alla base di tutti questi insegnamenti: la madre superiora, per non avere fastidi con i potenti clan hutu, finge di non vedere il male dell’odio che avanza nel collegio e padre Hermenegilde, oltre a istillare veleni nelle menti tenere delle ragazze, ne usa a suo piacimento, facendole venire e spogliare nella sua stanza, con scuse ridicole, anzi scegliendo ogni anno la matricola più carina.
 Gli insegnanti, tutti stranieri, tranne due ruandesi, non brillano per impegno, sono per lo più belgi o cooperanti francesi che non vedono l’ora di terminare l’impegno preso e ritornare ad una dimensione più normale che l’essere sospesi nel nulla a 2500 metri.
A suor Lydwine è riservato l’insegnamento della storia e della geografia, ridotto da lei alla sola geografia, con la sola eccezione del medioevo europeo, pallino fisso di questa docente. Per il resto:”Per l’Africa, non c’era storia, poiché gli africani non sapevano né leggere e scrivere prima che i missionari aprissero le loro scuole. D’altronde erano gli europei che avevano scoperto l’Africa e l’avevano fatta entrare nella storia. E se anche in Ruanda c’erano stati re, meglio dimenticarli, ora c’era la Repubblica.”
Il collegio sospeso tra le nuvole e reso irraggiungibile ,quasi, nella stagione delle piogge, è stato costruito come una fortezza medievale autosufficiente  (a parte l’acquisto di marmellate, formaggio Kraft e carne in scatola, ‘tipico cibo da bianchi’…o così presumono le fanciulle”) e ben difeso da guardiani, anche se questo non servirà quando gli eventi precipiteranno. La penna della scrittrice è particolarmente brillante nel descrivere la costruzione dell’imponente edificio, tutte le conseguenze che comporta, compresa la nascita di un villaggio intorno a quelle che erano le capanne dei lavoratori, la curiosità dei locali per le macchine nuove usate per lavorare e mai viste da quelle parti, le storie che si intrecciano intorno a questo evento.
Le allieve tutsi Veronica e Virginia  scoprono con amarezza le foto, ormai rimosse per motivi politici,che ritraggono funzionari belgi, missionari bianchi e capi locali tutsi, su cui allora contavano la monarchia belga e la chiesa cristiana : una traccia di cui liberarsi con vergogna ora che comandano gli hutu.
Di fatto gli europei discettavano ancora sull’origine delle tre principali etnie del paese: hutu, tutsi,twa. Si era andati, ricorda la scrittrice, dalle più fantasiose teorie – i tutsi sono eredi dei faraoni neri, sono antichi ebrei erranti, sono egiziani tout court , ecc.- alle posizioni più recenti che vedono la triade etnica come una specializzazione sociale costituitasi nel tempo: i tutsi allevatori e commercianti, legati ad una aristocrazia e a leggi feudali con un re a capo, gli hutu agricoltori e i twa vasai e anche stregoni e ‘pagani’. Sostanzialmente sono popolazioni che condividono la stessa lingua e cultura, sia pure con varianti locali. L’idea di fondo degli etnologi razzisti era che se i ruandesi avevano costruito qualcosa, questo doveva venire da fuori e da lontano, non credendo alla possibilità di una evoluzione locale: prima era parso ai bianchi che i tutsi fossero i più vicini agli europei, per via di alcune caratteristiche facciali, come il naso piccolo e dritto, per poi, come abbiamo già detto, cambiare idea sugli hutu, giudicati più malleabili e ricattabili , a causa della loro voglia di rivalsa sui tutsi ,originariamente più favoriti dalla monarchia belga.
E’ su questo sfondo che vediamo svolgersi la vita, sempre uguale e monotona del collegio, interrotta solo da due eventi: la riapertura delle scuole alla stagione delle piogge e il grande pellegrinaggio alla statua di Nostra Signora del Nilo, che si conclude con un succulento picnic, aperto alle gerarchie ecclesiastiche e ai maggiorenti del paese. In entrambi i casi la curiosità dei poveri nei confronti dei ricchi riempie le strade.
 Nel romanzo c’è anche una godibilissima e ironica descrizione della visita della regina Fabiola che accompagna il marito Baldovino in una visita ufficiale alla ex-colonia.  Dopo una lunga preparazioni di canti, danze e lezioni finte e pilotate da mostrare alla regina, per dimostrare la modernità del collegio, resteranno tutti un po’ delusi per l’enorme fretta con cui sarà condotta la visita di Fabiola, pressata da altri e numerosi impegni. Restano sfavorevolmente impressionate le ragazze dal rifiuto dei reali belgi dell’offerta  della figlia più piccola del loro presidente come risarcimento della sterilità della coppia, secondo le costumanze locali. Di fatto si mescolano, nella testolina delle ragazze ,insegnamenti moderni, europei e cristiani, con spiegazioni tratte dalla loro cultura, impregnate di superstizioni, contro le quali a nulla valgono le prediche di suor Gertrude e di padre Hermenegilde.
La parte più bella del romanzo è nei ritratti delle psicologie delle diverse allieve, le cui storie riempiono il testo e rivelano tutta la società bene ruandese.
La massiccia Gloria, figlia di un pezzo grosso di partito, politicizzata che si fa portatrice delle istanze bellicose e razziste della gioventù militante hutu, la bella Immaculée, esperta di moda e creme di bellezza, che però, per un senso innato di ribellione non cede alla retorica della razza, la timorosa Modeste, che avendo un padre sposato con una tutsi e compromesso con il passato regime deve fare di tutto per mostrarsi più hutu delle altre, la spregiudicata Frida, vittima prima di padre  Hermenegilde e poi di un rozzo e prepotente diplomatico congolese. Ma soprattutto le curiose tutsi Virginia e Veronica, affascinate dagli studi di un ex-piantatore di caffè, aristocratico e maniacale, sul passato delle regine tutsi e sulle antiche credenze.
Non diremo le loro storie, il fascino del libro sta nello scoprirle piano piano, in un crescendo insieme di sorrisi ed orrori. Si passa dalle futili chiacchiere delle collegiali, ai loro sogni di amore e matrimonio, da una visita avventurosa ai gorilla di montagna protetti, oltre ogni dire da Diane Fossey, ai deliri di monsieur de Fontenaille,piantatore fallito e archeologo- antropologo  improvvisato, fino alla tragedia finale, premonitrice di quello che accadrà vent’anni dopo in tutto il paese.
 Il testo ha un impianto semplice e anche la scrittura è piana, ma è solo apparenza, la scrittrice si rivela ormai matura nella struttura della trama e nello stile che rivela ironie distanzianti, ma anche passione disperata per una terra che ancora non riesce a trovare piena pace.