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I miei compagni neri e le loro strane leggende, di Henry Morton Stanley (a cura di Rosella Clavari)

  • Category: Recensioni
  • Mercoledì 27 Agosto 2014 15:18

Il sogno e la realtà si incontrano: storie di vita che superano la fantasia del racconto e racconti che riflettono la stupefacente natura africana rigogliosa di vegetazione e di  fiumi e popolata di animali rivali o alleati dell’uomo. E prima ancora, sogni di un ragazzo orfano (che  a 15 anni si imbarca da solo per  l’America)  di esplorazioni e viaggi intorno al mondo che si concretizzano in incontri ricchi di conoscenza e umanità.

Questa è l’Africa raccontata attraverso i suoi amici neri  da Stanley ed era lui il ragazzo giramondo… Fu Stanley ad essere inviato nel cuore dell’Africa per ritrovare il grande esploratore Livingstone di cui non si avevano più notizie; una volta ritrovatolo nell’attuale Tanzania, unico bianco in mezzo a tanti neri, gli rivolse la famosa domanda “Dr.Livingstone I presume?” frase rivelatrice del più classico understatement inglese, di un formalismo che evita gli eccessi e le invadenze nei  confronti del prossimo e che ancora oggi ci fa sorridere. Dopo la morte di Livingstone nel 1873 , con cui  aveva collaborato fin da quel primo incontro nel 1866, Stanley continua il suo viaggio nel cuore dell’Africa , fiero oppositore della tratta degli schiavi, ma non solo come giustificazione della colonizzazione britannica.

L’ abitudine serale di raccontare le storie  intorno al fuoco nasce, per Stanley e i suoi amici, nel 1875 e per  17 anni egli ne fa una raccolta sottoposta poi a una sua accurata selezione. Ci si imbatte in un  testo  dalla forma preziosa: sia le belle illustrazioni  di Walter Buckley che la traduzione di  Adelaide Marchi - leggiamo in sottotitolo  “l’unica autorizzata dall’autore e perfettamente conforme all’originale inglese”- ci rimandano il profumo e il sapore di un tempo che valorizzava la scrittura e il racconto. La scelta equilibrata vede dieci storie con animali alternarsi con dieci storie  di  personaggi  umani.

I narratori provengono  da  due differenti  tribù africane:  i Waganda abitanti del regno di Buganda ( l’attuale Uganda), una delle principali stazioni di rifornimento del sultanato di Zanzibar ; i Basoko, abitanti della regione del Basso Congo.  Non sono esibizionisti, spesso bisogna pregarli per farli parlare ma alla fine cedono dietro un bel compenso, come un abito sgargiante, o una sana competizione ingaggiata tra loro dallo stesso Stanley.    Tra i Waganda prevalgono le narrazioni di animali, considerati molto intelligenti e fonte di ammaestramento per gli uomini, come spiega Kadu : “Tutte le nostre leggende si fondano su queste cose e interpretiamo le mosse degli animali dopo avere studiato le loro abitudini; credo che degli uomini posti in quelle circostanze non agirebbero meglio...”.  Come in alcune favole di Esopo, l'astuzia viene valorizzata rispetto alla forza e alla violenza e si rivela come saggezza che privilegia la vittoria del piccolo e astuto rispetto al forte e prepotente; ecco allora che un animale apparentemente innocuo e umile come un coniglio, una capra, una testuggine, un cane, hanno la meglio di fronte ai re elefante e leone.

Tra i Basoko, invece, prevalgono i racconti con protagonista l'uomo; alcune storie spiccano per originalità, mettendo in luce figure femminili fiere e indipendenti come ne La storia di Maranda ( la ragazza che compare nell'immagine di copertina del libro navigando il fiume sulla schiena di un coccodrillo), oppure ne La Regina della Laguna, la giovane Izoka che, in un luogo compreso tra la laguna e la foresta, governa dando da mangiare a scoiattoli, pellicani, pappagalli, aironi; entrambe le donne imprendono una nuova vita sfuggendo ai maltrattamenti dei loro mariti che per tale condotta verranno giustiziati.

Alcuni racconti risentono di una influenza biblica: nel primo racconto La Creazione dell'uomo, la Luna è regina della creazione prima ancora del Sole dal cui sorgere nasce il tempo, e la prima coppia umana nasce da una rana, simbolo di presunzione e precipitazione; un richiamo alla Torre di Babele è possibile cogliere ne Il principe che voleva possedere la luna, racconto sull'incontentabilità umana, dove si costruisce una torre di legno altissima per arrivare fino alla luna con effetti devastanti per gli uomini, in parte arsi vivi, in  parte trasformati in gorilla e scimmie; nel racconto Il re Gumbi e la figlia perduta, la ragazza protagonista, come Mosè viene portata in salvo alla nascita e, allevata lontano dalla madre, ritornerà poi da grande tra i suoi.

All'interno dell'oralità, un legame sempre vivo nella letteratura africana fino ad oggi, dobbiamo immaginare nella lettura dei testi, la mimica degli interpreti-narratori. Sabadu è tra i più grandi in quest'arte narrativa:”al Coniglio dava naturalmente una vocina piccola piccola, all'Elefante una voce di basso, al Bufalo un cupo muggito. Quando voleva rappresentare il Leone, le vene delle tempie e del collo gli si dilatavano in modo straordinario, tanto era lo sforzo; ma quando impersonava il Cane, il suo abbaiare era così perfetto, che ci si sarebbe aspettati di veder da un momento all'altro un terrier galoppare verso il fuoco”.

In tal modo vanno lette queste storie, riscoprendo il gusto della favola, del racconto come storia da condividere; un approccio al testo consentito dalla casa editrice Terre di Libri che, accanto alle novità di giovani scrittori africani, ha pensato intelligentemente di esplorare le più lontane testimonianze delle terre conosciute dall'Occidente.