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Americanah di Chimamanda Ngozi Adiche (a cura di Rosella Clavari)

  • Category: Recensioni
  • Mercoledì 25 Marzo 2015 14:02

Nigeria

 

CHIMAMANDA NGOZI ADICHE

AMERICANAH

Einaudi, 2014

traduzione di Andrea Sirotti

 

Il confronto tra Africa e America, o meglio tra il paese d'origine di uno scrittore africano e gli Stati Uniti è stato evidenziato dall'ultima generazione di scrittori pluripremiati tra cui Teju Cole che con “Città aperta” e con “Ogni giorno è per il ladro” mette bene a fuoco i diversi stili di vita e la nostalgia della propria terra nonostante i numerosi problemi ineludibili; tuttavia Teju Cole è tra quelli che decidono di restare a New York e così molti altri intellettuali africani che hanno scelto di vivere e lavorare in Europa o in America.   Chimamanda Ngozi Adiche, invece, fa parte di quelle persone che, dopo l'esperienza americana, ha fatto rientro nella sua città di appartenenza e di questa sofferta vicissitudine ne dà ampia testimonianza in questo libro dove sfoggia tutta la sua abilità narrativa e descrittiva di situazioni sociali concrete.

 

Partiamo dal titolo: “Americanah” è l'epiteto un po' scherzoso, un po' dispregiativo con cui vengono bollati i nigerani che, dopo un periodo di permanenza negli Stati Uniti, rientrano nella loro terra.

Si vede che hanno cercato di adeguare accento e aspetto agli standard americani e ne portano ancora dietro il retaggio per cui vengono subito bollati con quella parola.

Ma c'è dell'altro: Chimamanda scopre di essere nera proprio lì negli Usa; non è vero che il razzismo è stato sconfitto e, se davanti all'elezione a presidente di Obama si ritrova accanto molte persone solidali e combattive, si rende conto che molte incomprensioni e pregiudizi striscianti la accompagnano durante la sua permanenza.

Ne fa esperienza non solo sul lavoro ma anche e soprattutto nei rapporti amorosi, sia nella relazione con il bianco Curt, un entusiasta ottimista, che con il nero americano Blaine, l'intellettuale estremamente corretto, trendy, da cui non ti puoi aspettare sorprese o atteggiamenti improbabili.

Il suo cuore però continua a battere per il primo amore della sua città d'origine, il nigeriano Obize che fa tutt'uno con i ricordi più autentici della sua vita.

Il racconto inizia dalla fine : Ifemelu sta facendo le valigie per tornare in patria e lascia Blaine, il suo ultimo compagno, per cui il resto della narrazione in gran parte sarà un lungo flashback.

Blaine lo aveva conosciuto in treno dieci anni prima e poi non si erano più rivisti, di mezzo c'era stata la storia importante con Curt, dopo di nuovo l'incontro con Blaine e la decisione di chiudere anche questa storia.  Sembrano un po' un'altalena le sue vicende amorose, infatti anche Obize il primo amore, ritornerà alla fine ad affacciarsi nella sua vita.

 

Ifemelu era partita tredici anni prima con molte speranze. Si parte non solo perché il proprio paese è un guerra ma anche per aprire i propri orizzonti, dato che un'ascesa professionale è poco probabile lì in Nigeria e gli studi sono resi difficili dalle università spesso in sciopero.

Figure importanti accanto alla protagonista Ifemulu sono la zia Uju che l'ha preceduta in America, arrivata lì con il figlioletto Dike, avuto da un generale nigeriano caduto in disgrazia.

Da ex protetta, non mantenuta, come sottolinea Ifemulu, la zia Uju parte per l'America dove eserciterà la professione di medico. Passerà, nel giudizio della protagonista, dall'eleganza africana alla sciatteria americana, che la nipote nota subito una volta giunta negli Usa.  Esistono varie tipologie anche nell'assoggettarsi a una logica maschile e Uju dimostra di non essere stata poi così furba e opportunista.

Come esistono queste sfumature tra le donne che decidono di farsi mantenere, così lì in America la società sembra stratificata in base al colore della pelle. Le treccine afro sono bandite in quanto poco professionali, soprattutto se si deve cercare lavoro, e molte tendono a domare la pettinatura crespa lisciandola, per essere nel giusto look americano.

Chi dice che in America la razza non è un problema?  Ifemelu passa a fare una articolata analisi dei vari immigrati.  Parla di integrazione e adattamento di molti africani giunti lì in America: molti restano, alcuni tornano in Africa. Parla della fondamentale differenza tra la “forzosa immigrazione” degli africani avvenuta alcuni secoli fa  e quella contemporanea;  gli afroamericani hanno un contatto volta per volta differente con i giovani immigrati africani, alcuni vedendoli come fratelli, altri ostentando superiorità nei loro confronti.

Interessanti le disquisizioni salottiere tra gli amici di Curt, bianchi e neri ; si può parlare di “sindrome da disordine razziale”, conclude la protagonista notando quante sbagliate convinzioni esistano nei confronti del razzismo. La candidatura di Obama e la sua successiva elezione crea unità e solidarietà nel gruppo di amici e sembra assurgere quasi a un fattore catartico, ma lei sa prendere le giuste distanze anche da un entusiasmo esagerato.

Da tutte queste riflessioni, amarezze, asserzioni nasce la volontà di creare un blog.

Ciò avviene subito dopo la rottura con Curt, l'affascinante uomo dai capelli biondi e gli occhi azzurri che suscitava invidia tra le donne oppure indifferenza, nel senso che ignoravano la sua presenza di donna nera accanto a lui.   Il blog, dal contenuto privo di retorica, molto ironico e pungente, acquista subito un folto pubblico di lettori e diventa anche un incentivo economico.

Il titolo del blog è “Razzabuglio o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una Nera non Americana”.

Che ci faccio qui? a un certo punto si domanda. Tredici anni di gavetta, gli sforzi per imitare perfettamente l'accento americano e ora ha una borsa di studio a Princeton, un blog che le dà molte soddisfazioni e un compagno nero americano molto fedele, Blaine. Quel Blaine definito da lei “come un tonico salutare”, corretto, buono.

Ma le manca il suo paese. A un certo punto Ifemelu sente il bisogno di tornare indietro, di riappacificarsi con il passato, e lo farà anche con i suoi ex salutandoli al telefono, una volta tornata in Nigeria.  Obinze, il primo amore che non ha mai dimenticato, è sposato con una figlia, ma lei lo incontrerà di nuovo lasciandoci con un punto interrogativo sul loro futuro.

Il legame con il nipote Dike è descritto con tenerezza e la solarità del giovane diventa nel nuovo ambiente americano, dove subisce episodi di razzismo, un crescente disagio che lo spingerà a tentare il suicidio. Ifemelu coglierà l'occasione per chiamarlo di nuovo in Africa dove lei è ritornata e così si rivelerà  terapeutico il contatto del giovane con la sua terra d'origine, ora che non è più un bambino.

Chimamanda fa un discorso sociale molto articolato in una forma narrativa accattivante; hanno parlato di un nuovo Achebe, in realtà si sente più empatia con il grande James Baldwin,( che affiora tra i titoli dei libri che Obize le consiglia di leggere) anche se con una poetica meno tormentata ma incrociando quella stessa passione e sensualità descrittiva. E qui torna il discorso, non abbastanza sottolineato dall'autrice, del grande contributo dei neri americani alla cultura americana, nel campo della letteratura, della musica e in tanti altri aspetti culturali.  Chimamanda ha assimilato della cultura afroamericana più di quanto possa sapere o volere, ed ha assimilato il meglio. Descrive  le varie città degli Usa, Philadelphia, Brooklyn, Baltimora, Princeton, riconoscendole dall'odore. Ricerca fin dall'inizio un contatto fisico e spirituale con la realtà circostante. Quando torna in Nigeria e c'è ad accoglierla l'amica Ranyinudo che “sapeva di profumo floreale, di gas di scarico e sudore; sapeva di Nigeria” ha una maniera insolita e poetica di descrivere il primo approccio con la terra natale al suo rientro. Anche a Lagos può continuare a lavorare sul suo blog e poi c'è Obize che ritorna nella sua vita con  l'autenticità di un sentimento che non aveva mai provato “questo era l'amore: l'attesa smaniosa del domani”.  Comprende l'importanza delle proprie origini, della propria singolarità, specificità, che non si può cancellare tuffandosi in una indistinta omologazione di gesti, parole, immagini. Chimamanda parla di tutto ciò arrivando alla pancia e al cuore.

Racconta la sua storia partendo dall'infanzia, poi dall'adolescenza fino alla piena giovinezza : siamo di fronte a una scrittura di fiction nel senso che potrebbe essere tradotto in una seria televisiva ad episodi.  E nella sua altalena di amori e di luoghi geografici, ci rimanda alla realtà attuale dell' immigrazione africana, con il piacere di raccontare storie di vite parallele ( anche Obize aveva tentato con un finto matrimonio non andato in porto, di trovare una collocazione di lavoro in Inghilterra ma venendo, con sua gioia, subito rimpatriato) e che si incrociano, nel paradiso promesso degli States.