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L’ultima notte del Rais di Yasmina Khadra - a cura di Habtè Weldemariam

  • Category: Recensioni
  • Venerdì 18 Dicembre 2015 18:53

Yasmina Khadra

L’ultima notte del Rais

Sellerio, 2015

 

La sfida degli ultimi dittatori- di Habtè Weldemariam

Il libro «L’ultima notte del Rais», di Yasmina Khadra, ed. Sellerio 2015, interamente incentrato sul dittatore libico Muhammar Gheddafi, racconta le ultime ore di vita e la morte di un uomo nato sotto il segno dell’ingiustizia, che sogna un riscatto individuale e collettivo; dalla sua statura di attore politico reale l’autore ha tratto un personaggio romanzesco, esaltandone alcuni tratti e indagando sulla sua storia, soprattutto sulle sue zone d’ombra. Si tratta di una scelta ardita, quello di far vestire al personaggio letterario i panni del Rais Muammar Gheddafi nelle sue ultime ore, prima che venisse catturato e ucciso.

“Sono come il buon Dio, il mondo che ho creato si è rivoltato contro di me”, sono le parole che Yasmina Khadra, mette in bocca a Muammar Gheddafi braccato in Sirte, Libia, la notte fra il 19 e il 20 ottobre 2011. E’ l’ultima notte del dittatore. E’ nascosto in una scuola abbandonata dove mai nessuno penserebbe di cercarlo. Con lui un pugno di uomini fedeli in cui, tuttavia, la fedeltà cieca incomincia a creparsi lasciando infiltrare dubbi.

Seguendo il canovaccio della cronaca, l'Autore racconta una vitale e sottile presentazione del Rais, un ritratto che delinea, sin dall'inizio l'evoluzione di un dittatore, scrutando l’anima oscura di un irriducibile personaggio shakespeariano nel quale lui stesso è autore e principale attore.

Prigioniero delle sue azioni e delle sue angosce, di eccessi e di ossessioni, il Fratello Guida vede improvvisamente crollare un mondo. Lui, un dio in terra che di colpo si scopre uomo, ripeteva: «sono Muammar Gheddafi. Questo dovrebbe bastare a mantenere la fede. Sono colui per mezzo del quale arriva la salvezza».

Abbandonato da tutti, assalito dai dubbi, il Rais, presagendo la sua fine imminente, ripercorre le sue ultime ore nella solitudine che lo costringe a guardarsi dentro e a ripercorrere con la memoria la propria vita, in prima persona, la sua rabbia nei confronti di chi l’ha tradito, la sua infanzia, l’adolescenza e la vita militare. Un’esistenza costellata di fasti, di provocazioni e di orrori. I potenziali oppositori torturati e fatti sparire, ricorda l'offensivo rifiuto del padre della prima donna amata, contro la quale, divenuto il Rais, si vendica violentandola.

L’immensità di questa visione e di quel potere, lo stato di isolamento in cui versa, si sono trasformati in terrore e autoritarismo. Per questo Gheddafi non esiterà a bombardare la popolazione civile "per sedare la rivolta". E come si ricorda allora, l’Onu aveva approvato una risoluzione che mirasse a porre fine alle “gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani”, istituendo una no-fly zone sui cieli libici.

Il libro si legge tutto d’un fiato sì, perché tratta di un avvenimento recente che tutti noi ricordiamo, ma  permette anche di aprirci a diversi livelli di riflessione: tra gli altri la questione del Maghreb, l’evoluzione della cosiddetta "primavera araba" tutt'ora in corso, etc. etc.

La narrazione è coinvolgente, proietta il lettore come uno spettatore davanti ad una pièce teatrale, inchiodato a guardare i personaggi che si incontrano e si scontrano tra loro, che vivono il tempo dell’attesa.

In questa breve presentazione del libro vorrei - per non dilungarmi troppo - soffermarmi su quest’ultimo aspetto, appunto, il tempo dell’attesa: “Ogni minuto che passa porta via con sé una parte di noi” penserà la voce narrante del libro e il Rais, con i suoi sbalzi di umore, con i suoi incubi e le sue manie, sembra far salire la febbre dei fedelissimi adulatori che lo circondano, tra questi il famigerato capo della Guardia nazionale, Mansour, che viene trattato come una marionetta dal Fratello Guida; il generale Abu Bakr; il giovane tenente colonnello Trid, che sembra essere l’unico, in questo momento di attesa, ad avere fiducia per il futuro. E nessuno può parlare liberamente con il Fratello Guida. Nessuno può essere sincero. Le domande che il Fratello Guida rivolge sono retoriche. Non ama essere contraddetto, non ammette di aver tradito gli ideali con cui si è imposto. E' rivelatore, ad esempio, quando Mansour si confessa chiedendo di volere ritirarsi per occuparsi del suo giardino e per pregare, per farsi perdonare, il male che ha fatto.

Il confronto che segue tra i due criminali è drammatica

Il Fratello Guida gli chiede se ha fatto del male.

“È inevitabile” rispose Mansour, “Nessuna autorità sfugge all’abuso. Senza rendersene conto, a volte sarò stato ingiusto, e in certe occasioni anche crudele”.

Al Fratello Guida non piace questa riflessione di Mansour. Perciò gli chiede ancora se riteneva che anche lui fosse stato ingiusto e crudele.

“Parlo di me, Rais” risponde Mansour

E il Fratello Guida ripete la domanda per ben tre volte se lui è stato ingiusto e crudele. E gli urla in faccia mentre aggiunge un’altra domanda: “Ho sbagliato nei confronti del mio popolo?”

“Solo Dio è infallibile”, è la risposta di Mansour.

E qui, il Rais è come se fosse cascato dal cielo quando afferma: “per me è come se di colpo non riconoscessi più il luogo in cui mi trovavo, né quello da cui vengo. Sono fuori di me, offeso, profanato, crocifisso”.  Insomma, non accetta che sia proprio il suo popolo a rivoltarglisi contro.

Le megalomanie, il porsi al centro dell’universo e finire per credere loro stessi di aver diritto al culto del personaggio che hanno creato, sono i mali che affliggono tutti i dittatori. Infatti, quando il popolo ha cominciato a ribellarsi in Tunisia, lui non ha preso la cosa sul serio. Lui era Gheddafi, l'acclamato, l'eletto. Non aveva coscienza che i popoli possono essere portatori di una rivoluzione. Lui era già la Rivoluzione. E non crede possibile che la violenza in Libia possa scoppiare, perché lui è il salvatore, adorato, addirittura venerato. In diverse interviste concesse ai mezzi di informazione estere, il Rais ripeteva continuamente che "il nostro è un popolo che mostra le proprie emozioni nei confronti dei suoi capi. È un popolo sempre dalla parte del capo, chiunque esso sia". Ci sono delle verità in queste affermazioni e non è solo questione del Maghreb o Mashreq. Perché l'emozione verso un capo ha qualcosa di “tribale”. Anche perché, nelle culture tradizionali il capo è come un dio, non lo puoi contestare.

Tutti i dittatori hanno approfittato di questa ambiguità dei popoli, ma il caso di Gheddafi è ancora più singolare. Diverso ad esempio da quello di Saddam Hussein, da quello di Ferdinand Marcos, da Ben 'Ali o da qualsiasi altro dittatore. Gheddafi, occasionalmente visionario, ma più spesso completamente cieco, ha continuato a commettere errori su errori pur essendo convinto di fare la cosa giusta. La sua idea tribale di sovranità, sacra ai beduini, gli ha permesso ogni sorta di nefandezza e abuso di potere. E' stato vittima della propria fiducia nel coinvolgimento delle masse. Il caso Gheddafi è soprattutto la prova del fatto che le nazioni arabe - come anche la stragrande maggioranza africane - preferiscono la sottomissione all'emancipazione, lo slogan alla ragione, il servilismo alla democrazia partecipativa.

Infine, questo bel libro di Khadra mi ricorda tra l’altro un film che avevo visto circa dieci anni or sono che aveva come titolo “La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler”. In questo film, mentre il mondo sta crollando, la persona che ha causato il crollo, a tutto pensa tranne che alle vittime. Non solo vuole essere rassicurato fino alla fine, ma vuole anche dimostrare di essere sopra ogni giudizio ed è incapace di vedere la realtà che lo circonda. In tal senso la cecità del Rais quando dice  “sono Muammar Gheddafi, il mito fatto uomo”: di tutti i morti, di tutti gli orrori che ha inferto sulla popolazione libica è giustificato. "Non aveva fatto lo stesso anche Stalin? Non si può essere discriminanti con un popolo che deve essere diretto".