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I pescatori di Chigozie Obioma, a cura di Rosella Clavari

  • Category: Recensioni
  • Mercoledì 04 Maggio 2016 11:11

 Si parte da una famiglia numerosa di sei figli: due coppie di maschi e per ultimi un fratellino e una sorellina, quelli che verranno chiamati “gli aironi”, conservando nel loro slancio vitale una purezza e una impermeabilità agli eventi tragici che colpiscono la quiete domestica.

Un padre autoritario e assente per lavoro e una madre sottomessa alla  volontà paterna nei confronti dei figli, offrono una prima immagine dei genitori che si nutrirà di sfaccettature in seguito. Le coppie di fratelli che fanno squadra sono il primogenito Ikenna e Boja da un lato, Ben (la voce narrante) e Obembe, dall’altro. Per vivere la libertà del gioco lontano dal controllo del padre che desidera per loro un avvenire da dottori, avvocati, ingegneri, il loro più piacevole svago è la pesca; ma proprio sulle sponde di quel fiume che tanto amano, incontreranno un folle che lancerà un infausto presagio su di loro.

Vittima principale della maledizione sarà Ikenna e a seguire, in una spirale di violenza inarrestabile, verranno coinvolti anche gli altri tre, lasciando affranti e annichiliti nel dolore i genitori. Sullo sfondo di questa tragedia familiare, c’è la storia del loro paese, della Nigeria, tra gli anni ’90 e quelli più recenti, con frequenti riferimenti alla guerra degli anni ’60 conosciuta da noi come “guerra del Biafra”. Una storia purtroppo fatta di corruzione, violenza, guerra civile, eccidi tra gruppi etnici; fatti drammatici che la cronaca ci ha raccontato estesamente.

Interessante notare come l’autore descriva questi noti fatti storici attraverso la voce dei ragazzi: il primo impatto con la realtà politica avviene dopo aver marinato la scuola, quando si imbattono nel futuro candidato- presidente e nella sua first lady vistosamente elegante. Salta agli occhi il contrasto tra la vita del popolo e quella di chi insegue il potere e soprattutto la divergenza dei loro interessi. Un manifesto- calendario di quella giornata (M.K.O. sigla del nome del candidato) viene conservato come una reliquia nella stanza di Ikenna e Boj, a ricordo di quell’incontro folgorante che avrebbe consentito loro il rientro a scuola con una speciale borsa di studio.

La scrittura ha questa particolare capacità di narrare la storia, riuscendo a prendere le distanze, focalizzando, ricomponendo nella riflessione ciò che è rimasto scisso nella vita, facendo emergere dalla memoria il sangue versato, la bellezza dell’infanzia deturpata dal male.

Il male proprio nella sua spirale di svolgimento viene disegnato a partire dal folle Abulu. Com’è iniziato il male? Da un dissesto finanziario nella famiglia di Abulu cui è seguita la ricerca facile di guadagno attraverso il furto e l’incidente di cui è vittima Abulu, che in seguito all’investimento di un auto rimane menomato per sempre; la sua malattia lo porta a compiere atti criminosi come lo stupro incestuoso della madre e l’uccisione del fratello. La follia di Abulu è analizzata nella sua ambivalenza: aggressività, sporcizia e isolamento da una parte e abulia, astrazione dalla realtà con tendenza ad emettere vaticini sugli altri, dall’altra.

Ritroviamo il “fou” di memoria africana  ma in questo caso la componente positiva e il suo inserimento nella società è senza dubbio molto labile; qui, Abulu è più espressione emblematica di una situazione di violenza analizzata nelle sue origini e nel suo dispiegarsi, estensibile a un paese dilaniato dalla guerra civile, segnato dalla guerra fratricida e oggi anche dai conflitti interreligiosi.

I ragazzi, che cominciano a conoscere la realtà politica del loro tempo, ci offrono nel loro racconto, un punto di vista irriverente e a tratti comico, di una classe politica totalmente distaccata, nella sua sete di potere, dalle necessità delle classi più povere.

Nel contesto sociale di una città come Akure la famiglia in questione è criticata e derisa sia per il numero dei figli che per la ricerca di miglioramento sociale da parte del padre, attraverso l’istruzione e la professionalità. In questo microcosmo sociale che è la famiglia di Ben, la voce narrante, si parlano varie lingue, com’è inevitabile in Africa: quella degli affetti è lo yoruba per i ragazzi, per la madre l’igbo. Il padre parla un forbito inglese con i ragazzi ma quando litiga in inglese con la madre è per creare una specie di barriera tra loro, come per mettere i confini delle loro competenze. L’autore ci ricorda che ogni nigeriano è perlomeno bilingue, per forza di cose.

La capacità narrativa, l’originalità e la freschezza di Obioma ci coinvolgono inseguendo il destino di ciascun personaggio; non si limita a narrare di ciascuno la vicenda ma segue la loro parabola esistenziale fin dopo la morte con una riflessione finale, sondando le profondità dell’animo umano.  L’elemento poetico vive nella connessione di Ben col mondo degli animali, la natura e i componenti della sua famiglia mentre la libertà dell’infanzia dei giovani fratelli trova qui uno dei ritratti più belli tra i romanzi di formazione.

Commovente e ricca l’esperienza umana e artistica di questo giovane grande scrittore da cui attendiamo il dono della successiva opera. Se la scrittura ha la capacità di ricucire le ferite inflitte dalla Storia, in qualche modo una virtù riparatrice, Chigozie Obioma possiede questa virtù, consapevole che l’Africa, nella sua totalità, come ha risposto in una recente intervista che voleva porlo di fronte a un aut-aut, rappresenta sia una speranza che una fonte di problemi per il mondo attuale.