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Boualem Sansal, 2084 La fine del mondo (a cura di Giulia De Martino)

  • Category: Recensioni
  • Lunedì 30 Maggio 2016 11:51

Boualem Sansal

2084  La fine del mondo

Editore Neri Pozza , Bloom, 2016

Traduzione di Margherita Botto

 

Credevamo con il romanzo fantapolitico Sottomissione  di Houellebecq, edito da Bompiani nel 2015, di aver avuto un saggio abbastanza eloquente  e terrorizzante di un futuro islamista immaginato in un paese europeo quale la Francia. Lo scrittore algerino Boualem Sansal va oltre : si ipotizza la vittoria del Daesh (così leggiamo tra le righe ) su gran parte del mondo e l’instaurazione di una teocrazia totalizzante, superiore perfino a quella immaginata da Orwell, cui l’autore si ispira, nel suo 1984.

Ovviamente l’apparizione del romanzo è stata seguita da una valanga di recensioni che vanno da un estremo all’altro:  entusiastiche o molto negative come succede ai testi fortemente ancorati al pamphlet e alla satira feroce. Si è arrivati all’accusa di fomentare l’islamofobia, ormai dilagante in Europa. Anche se nel testo non compare mai la dicitura Islam , Corano, Allah o il profeta Mohamed. Dal punto di vista linguistico è divertente scoprire tutte le allusioni contenute nelle parole utilizzate nella lingua inventata dell’abilang.

Il fatto è che, se si legge il romanzo senza pregiudizi, Boualem Sansal se la prende con tutte le religioni allorché si radicalizzano e pretendono di essere l’umanità intera con un unico pensiero: infatti l’autore si dichiara ateo e rivendica questa posizione di pensiero in un paese come l’Algeria dove si può essere islamico radicale( anche terrorista)  o moderato benpensante, ma non ateo o miscredente, come si usa dire come insulto. A differenza di altri scrittori non si è allontanato dal suo paese, dove peraltro ha perso il suo lavoro di funzionario statale, dopo aver partecipato, nel 2003, al Festival internazionale degli scrittori in Israele, rivendicando una sua autonomia di artista, e dove anche sua moglie ha dovuto subire l’ostracismo dei colleghi a scuola, rinunciando infine alla sua attività di insegnante.

In molte interviste cita i versi di Tahar Djaout, assassinato nel ‘93, dai terroristi durante la guerra civile.

” Le silence, c’est la mort,

et toi, si tu te tais, tu meurs

et si tu parles, tu meurs;

alors dis et meurs.”

Anche se lui sostiene di non temere nulla dal governo ma  dall’algerino qualunque, toccato dalla guerra civile, lambito dalla crisi economica e dall’arroganza dei nuovi ricchi.

Da parte sua vuole corrodere il ‘politicamente corretto’, vero cancro del mondo odierno, nutrito da una profonda paura e incomprensione del mondo musulmano: oggi occorre incoraggiare non la prudenza ma l’impertinenza per mantenere un cervello aperto e libero. Del resto è nell’humus  dell’impertinenza e della satira che sono state coltivate, da sempre, le rivoluzioni e i cambiamenti storici.

Dunque entriamo nell’Abistan , terra di Abi, il “delegato” di Yolah, immenso territorio forse coincidente con il mondo intero, dove vige un sistema totalitario di interdetti e falsificazioni storiche, basato sulla sottomissione e l’amnesia collettiva indotta, ogni forma di individualismo è punita, ogni forma di pensiero è bandita, ogni critica è messa sotto sorveglianza per evitare comportamenti e idee devianti. Anche una nuova lingua , l’abilang, ispirata ad un arabo semplificato, di cui si scoprono le qualità magiche di fascinazione magica attraverso la ripetizione ossessiva di frasi o preghiere rituali, contribuisce a mantenere la popolazione ad uno stadio di infantilismo ed ignoranza.

Le persone formano un complesso uniforme che accetta gioiosamente la sua condizione, anche se molto si deve ad un sistema capillare di regole e punizioni esemplari e di massa, secondo  rituali precisi che hanno lo scopo di allontanare la minima traccia di dubbi: ecco il vero nemico, il dubbio...

E’ proprio questa la strada che intraprende Ati,un trentenne povero di un quartiere qualsiasi della capitale Quodsabad, quando ne viene allontanato per andarsi a curare in un tremendo sanatorio per tubercolotici in mezzo alle montagne ai confini del mondo.

Il protagonista compie un viaggio anomalo, dal momento che tutti i movimenti sono preclusi, ad eccezione dei pellegrinaggi ai luoghi santi di Abi e delle carovane commerciali, tutti sotto scorta e condotti secondo itinerari prestabiliti, senza nessuna deroga. Il viaggio lunghissimo gli fa vedere terre sconosciute, gente impensabile che non sembra vivere secondo le norme a lui note,in ghetti pieni di vizi e corruzione, gli fa incontrare dicerie e racconti di una mitica Frontiera( ma perché un confine se tutto il mondo è Abistan?) di cui non si sa di preciso dove sta, torme di prigionieri condotti a morte insieme a immani distruzioni di guerra (ma non avevamo vinto definitivamente in un passato ormai lontano?).Queste le riflessioni del giovane Ati, al cui avvio al dubbio contribuisce anche il soggiorno  in sanatorio tra fame freddo e sofferenza: non è che vuole contestare, vuole solo sapere le cose come realmente stanno. Inaspettatamente guarisce e fa ritorno alla sua città, in possesso di alcune confidenze di un archeologo, in grado di sovvertire le basi simboliche stesse su cui si reggono l’Abistan e tutte le sue leggi.

Da qui inizia una sarabanda di avventure e incontri strabilianti che condurranno lui e il suo amico Koa alla scalata delle mura impenetrabili della Città di Dio, dove vive il gotha della burocrazia che tiene in piedi tutto il sistema e dove si accorge che tutto è in mano ad una élite corrotta, avida solo di potere e eternamente pronta a cospirare e far fuori i clan rivali, vivendo in una ostentazione sfrenata degna del peggior  occidente e lasciando il resto della popolazione in preda alla miseria e alle malattie.  C’è chi si concede perfino il lusso di istituire un Museo segreto del XX secolo con tutti i suoi simboli più appariscenti di libertà.

Un mondo dove si mescolano Hitler, Kim Jong-un, Stalin, Daesh e Khomeinismo,Arabia Saudita , multinazionali del crimine e strutture intellettuali,  industriali ed economiche di tipo occidentale. Tutto è tranne che un oriente lontano e distante dalla modernità.

Ma il finale non è certo rassicurante: Ati riuscirà ad andarsene per cercare la strada per la Frontiera, provvisto solo della sua sete di libertà: una illusione o uno spiraglio di speranza?

L’autore non ce lo dice e neanche lo suggerisce e questo ci lascia molto amaro in bocca come in certi apocalittici racconti fantascientifici degli anni’70.

La narrazione scorre tra paranoiche descrizioni,soprattutto dopo la prima metà del romanzo, talmente particolareggiate da ingenerare, a tratti , noia e voglia di ribellarsi all’autore, regalandogli un briciolo di ottimismo.

Ma gli autori vanno accettati per quello che vogliono comunicare loro e non per quello che noi vorremmo ci dicessero.

All’opera, comunque, una fantasia barocca ed allucinatoria, simile a quella sperimentata dal suo conterraneo  Kamel Daoud,da noi recensito nel sito. Gli autori algerini odierni, compreso Yasmina Khadra, fanno sempre molto discutere in Europa come in patria: possono non piacerci, ma sono il segno di una grande vitalità della letteratura dell’Algeria di oggi.