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Mahi Binebine, Il grande salto - recensione a cura di Giulia De Martino

  • Category: Recensioni
  • Lunedì 20 Giugno 2016 12:11
 
MAHI BINEBINE
 
Il grande salto
 
Edizioni Rizzoli, 2016
 
Traduzione di Manuela Maddamma
 
Per chi segue l’arte contemporanea il nome di questo autore finora era stato connesso con la pittura e la scultura, motivo per il quale Binebine era stato in giro per il mondo, anche se c’è da aggiungere una motivazione più personale: suo fratello era stato condannato a svariati  anni di prigione per aver fatto parte di un colpo di stato contro il famigerato re Hassan II, padre dell’attuale sovrano del Marocco. Ora, dopo la liberazione del fratello,  risiede di nuovo in Marocco e da qualche tempo ha intrapreso la strada della letteratura.
Noi non conosciamo le sue opere, ma la maggioranza della critica internazionale dice che l’autore ha portato nei suoi romanzi la stessa capacità lucida e poetica di osservazione del reale. Questo non è il suo primo romanzo ( rimandiamo alla recensione di Cannibali presente nel nostro sito) ma è sicuramente quello che gli ha procurato fama mondiale e il motivo risiede nel contenuto: si parla di quei giovani kamikaze, di cui una parte proveniva dalla favela di Sidi Moumen, che il 16 maggio 2003 insanguinarono il centro di Casablanca, uccidendosi e procurando 45 morti e centinaia di feriti. Così i marocchini scoprirono che non erano immuni da un terrorismo interno, né più né meno di Londra o Madrid negli stessi anni, infrangendo il mito che bastasse la repressione a tenere le cose in ordine.
Vediamo che oggi l’editoria sta scegliendo di pubblicare parecchi romanzi che cercano di illuminare gli europei, impauriti ma ignoranti sull’argomento, su questo triste fenomeno dei giovani che scelgono di morire per far trionfare un’idea di cui a malapena percepiscono il reale significato.
Per chi credesse che ci troviamo di fronte ad una accurata ricostruzione giornalistica diciamo subitoche si tratta di un romanzo vero e proprio. E’ vero che l’autore ci ha messo 5 anni per darlo alla luce, tornando più volte a Sidi Moumen per osservare, parlare con la gente, notare come dopo tutto questo tempo lì non sia cambiato assolutamente nulla: la stessa discarica  a  cielo aperto di 100 ettari, su cui prolifera un quartiere di casupole e baracche di 350.000 abitanti su 47 km quadrati, separato da eleganti sobborghi residenziali da un muro in terra battuta che nasconde questa oscenità a chi passa in macchina e a pochi kilometri dal centro di Casablanca, capitale economica di un Marocco in espansione.
Ma non è l’occhio di un osservatore imparziale a narrare la storia, bensì quello del diciottenne Yacine, ormai spirito vagante che dall’aldilà ritorna ogni tanto a guardare la sua vecchia baraccopoli e a fare considerazioni sulla sua breve vita e di quella dei suoi giovani compagni, con cui ha condiviso la sorte di martire dell’islam, ma anche sulle nuove generazioni che possono ancora incorrere nelle stesse trappole
Ecco così scorrere le immagini di un mondo ai margini, fatto di droga, furti, imbrogli, infanzie violate,padri padroni, madri prostitute, violenze di ogni genere, ma anche di piccoli lavori inventati, di sciuscià , di arte della sopravvivenza ingegnosa, di madri solerti che donano affetto e cibo a questi piccoli diavoli che sognano come tutti i bambini e i ragazzi del mondo di diventare grandi calciatori. Il calcio occupa gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza dei ricordi di Yacine: il titolo originale Les etoiles de Sidi Moumen ci riporta al nome della mitica squadra di calcio fondata dalla sua banda, che riesce a spazzare la concorrenza delle altre gang, non solo a base di tiri in porta, ma anche a suon di cazzottoni con cui si svolgono o terminano queste epiche partite: vittorie festeggiate  con birra, alcol denaturato , hascisch e colla e  con tutto ciò che  serve a sballarsi. A metà tra i ragazzi pasoliniani e quelli di Caligari del film 'Non essere cattivo'. Il capo di questo gruppo è il fratello più grande del protagonista, il forte e bel Hamid: sarà proprio l’ammirazione per tutto quello che fa il fratello a trascinare tra i ‘barbuti’ Yacine.
Infatti, in questo aggressivo ma teneramente buffo eden alla rovescia, si insinua il 'serpente': dei musulmani gentili e generosi, religiosi e compiti, prendono come base un garage. Inizia un’escalation di aiuti in denaro, di offerta di lavoretti puliti e cibo alle famiglie dei ragazzi. Il garage è anche una palestra in cui fare sport come arti marziali:quale ragazzo non ha desiderato di fare come gli eroi dei film di kung fu e naturalmente niente droga e niente alcol, se no che sport è...In cambio pulizia fisica e morale, preghiera e meditazione, studio del Corano.
 All’inizio del 'serpente' non se ne accorge nessuno: i ragazzi sono più calmi, lavorano e aiutano le famiglie e queste sono contente: è il gioco di tutte le mafie, anche di quelle religiose  per attirare e convincere. Senza accorgersene questi adolescenti, in maggioranza analfabeti, istruiti a video a base di bambini ceceni e palestinesi fatti a pezzi,sono presi in una rete da cui non escono più se non come aspiranti kamikaze: chi sono loro ragazzi per opporsi a persone che gli hanno dato dignità, un ruolo nella società, il rispetto di se stessi e degli altri? Tutte cose sconosciute alla loro esperienza di poveri marginali. Solo che il godimento di tutto ciò è demandato al paradiso, dato che conoscono l’inferno della terra è desiderabile aspirare ad una pace e a una gioia eterna. Anche se il povero Yacine, a posteriori,  riflette che lui sta ancora aspettando i famosi angeli che avrebbero dovuto condurlo a queste delizie. Neanche l’amore per la tenera Ghislane distoglie dal suo intento il protagonista : lui, suo fratello e gli amici della banda si offriranno di uccidere i borghesi marocchini, traviati dal satanico capitalismo opulento  e i colpevoli turisti occidentali, facendosi saltare in aria in 14 punti diversi del centro, mentre gli sceicchi del terrore, tagliate le barbe e mutati gli abiti religiosi, si danno alla fuga, mettendosi al sicuro nelle loro basi, ovunque esse siano.
18 brevi capitoli densi, crudelmente dolorosi, senza sbavature di commozioni gratuite, espressi in un linguaggio semplice, ad un tempo realistico e lirico: si sorride perfino in alcune scene, soprattutto dell’infanzia.
 L’analisi sottesa non ne fa un testo politico in senso stretto, ma ugualmente speriamo che il messaggio in esso contenuto venga ascoltato: non lasciate soli questi ragazzi, dategli una educazione di pace e di vita e date loro quella dignità e quei valori che , in modo distorto, credono di  aver conosciuto con gli sceicchi della morte.