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Igiaba Scego- La linea del colore - a cura di Giulia De Martino

  • Category: Recensioni
  • Martedì 10 Marzo 2020 21:44

 

 

 Igiaba Scego

 La linea del colore

 Bompiani, 2020

 

 

 

Il presente romanzo, lo dice l’autrice stessa, è da considerarsi il terzo di una trilogia iniziata con “Oltre Babilonia” e  proseguita con “Adua”: una trilogia inconscia, secondo la scrittrice, che le si è rivelata  come tale, solo mentre si accingeva a comporre “La linea del colore”. 

Questo perché sicuramente  ritroviamo tutte le tematiche a lei care (colonialismo, razzismo, femminismo, vecchia e nuova  emigrazione, mescolamento di culture e popoli e radici originarie) ma anche perché si è delineato un percorso storico a ritroso: dall’odierno presente del primo romanzo “Oltre Babilonia” al Corno d’Africa  colonizzato dall’Italia in “Adua”, infine al passato di una Roma ottocentesca, incrociata da un personaggio, Lafanu Brown, artista afroamericana, proveniente dagli Stati Uniti all’epoca della guerra di secessione, ne “La linea del colore”. Anche se in “Adua” la protagonista è ormai una donna matura che ricorda il passato somalo in cui è cresciuta  e si misura con i sogni e le disillusioni della sua vita, in tutti e tre i testi ci sono sempre giovani donne che si confrontano con padri e madri che il fascismo italiano l’hanno conosciuto di persona, così come la dittatura di Siad Barre da cui sono scappati. Sono sempre romanzi a più voci che mescolano incessantemente un passato somalo e un presente italiano.

Nel terzo romanzo la Scego allarga l’orizzonte: la protagonista Leila, figlia di immigrati somali, è una curatrice d’arte che, per caso, parlando con una sua amica, viene a conoscenza di una figura femminile fuori del comune, Lafanu Brown, che scelse, ad un certo punto della sua vita, di vivere a Roma. Lo straordinario è che questa artista proviene dagli Stati Uniti degli anni’60 del 1800, alle soglie della guerra civile, ed è una ‘negra’ che cerca di farsi largo tra gli artisti bianchi per conquistare il suo posto nel mondo dell’arte. Nasce da un padre haitiano e da una madre nativa americana, unendo in se stessa le sofferenze e la voglia di riscatto degli amerindi e degli afroamericani.

Seguiamo la sua vita, raccontata in terza persona, in capitoli che si alternano con le vicende, narrate invece in prima persona, della protagonista Leila (che si appresta ad allestire un progetto alla Biennale di Venezia sulla Brown) e  di sua cugina Binti. Quest'ultima è una giovane ragazza, sedotta dal sogno europeo e stufa di una Somalia che stenta a trovare la sua normalità dopo la guerra civile, dato che continua a  restare impigliata tra affarismo, integralismo e violenze di ogni genere. Binti tenta il passaggio in Europa, ma la  brutalità di uno stupro la inducono ad un ritorno a casa, costretta da un trafficante che ne chiede il riscatto alla famiglia in cambio della vita. Non è facile per la giovane somala reinserirsi nella famiglia che la considera disonorata e sporca e cerca di rinchiuderla in uno stanzino senza finestre. L’intervento di Leila e di una psichiatra sui generis giungono in tempo per sottrarla alle storture di una cultura patriarcale.

L’originalità del testo è che stavolta il tema  del colonialismo s’intreccia con quello dello schiavismo afroamericano: nel libro incontriamo personaggi reali che si sono distinti nella lotte abolizioniste, unendo al tema della libertà per gli schiavi quello dei diritti femminili.

Del resto è la stessa scrittrice che in ”Making of”, in fondo al libro, ci dice come si sia ispirata per il personaggio di Lafanu Brown a due donne realmente esistite e vissute liberamente a Roma: Sarah Parker Remond, ostetrica e attivista per i diritti umani, vissuta e morta a Roma nel 1894 e la scultrice Edmonia  Lewis, che raggiunse una certa notorietà, come artista, tra gli anni’60 e la fine del XIX secolo proprio nella capitale  italiana, raggiungendo una fama internazionale.

Roma è l’anello di congiunzione che permette all’autrice di confrontare la libera circolazione e l’accoglienza degli stranieri in una città dapprima papalina, poi italiana e in una Roma attuale, degradata, sporca e ostile fino alla mancanza di umanità. E' anche una occasione per riflettere su una Italia, segnata dal ventennio berlusconiano, da una burocrazia che ha preso il posto dei diritti, dal crescere di xenofobia e razzismo.

Lafanu Brown si integra con Roma, ha un suo studio in centro, ma vive ai margini della colonia bianca anglosassone stanziata a Roma, da cui prende le distanze, perché ai loro occhi  è pur sempre una che è arrivata dove è arrivata, grazie alla spocchiosa generosità  di qualche danarosa dama in vena di progressismo. Inoltre di quella comunità non condivide la loro presa di distanza dalle lotte risorgimentali, il raggiungimento di Roma capitale del’70, l’attivismo dei ‘piemontesi’ e la loro preferenza per una Roma sonnolenta e superstiziosa, ma regale e unica, in quel suo unire insieme poveri straccioni e testimonianze storico artistiche senza uguali al mondo.

Lafanu si sente libera perché è lontana dall’atmosfera razzista che avvelena le città americane, però scopre che anche in Italia può rintracciare tramite immagini artistiche pittoriche o scultoree, la presenza, non poi così distante nel tempo, di schiavi africani. Affida ad alcuni taccuini tutte queste immagini che scrupolosamente annota, insieme ad alcune riflessioni. Per questo l’autrice correda il libro di alcune foto che si riferiscono proprio a tali immagini di schiavi rintracciate in quadri famosi o in fontane, come quelle di Livorno o Marino.

Ma non è facile liberarsi del passato. Ingigantiscono dentro Lafanu ombre che, a volte, rasentano il delirio, proprio come succede alla cuginetta Binti: entrambe subiscono la scomparsa dei sapori e, per Lafanu anche quella dei colori. Igiaba Scego è abile e convincente nel rappresentare i disagi psichici che attraversano il corpo e si manifestano in atti di autolesionismo, lo aveva già fatto con la Zuhra di “Oltre Babilonia”.

Lafanu sarà guarita dai colori e sapori dell’Italia e di Roma, attraverso immagini e situazioni simili a quelle che si trovano nelle descrizioni del Grand Tour in molti artisti e intellettuali tra ‘700 e ‘800.

Per Binti invece non sarà facile, perché a lei è stata negata la libertà di circolazione: a Lafanu, a suo tempo, è stato permesso di viaggiare, confrontare, sperimentare, inseguire i sogni, a Binti no. La fortezza Europa può, al limite, accettare l’idea che si scappi per guerre, fame, disastri climatici, ma non per desiderio di libertà, curiosità, sete di conoscere, come succede ai giovani di tutto il mondo occidentale. Ai giovani africani questo non è concesso.

Dal canto suo Leila avverte con un senso di colpa, l’appartenenza ai”passaporti forti”che ti lasciano andare e tornare dove vuoi. Tuttavia l’autrice termina le due storie di Lafanu e Binti con spiragli di speranza. Lafanu si era difesa dall’amore per paura che non venisse riconosciuta, in quanto donna, la sua determinazione nel perseguire il suo scopo di diventare una brava pittrice. Più matura, accetta l’amore di un uomo che non mette in concorrenza il suo essere donna con quello di essere artista e la sua voglia di riscatto di afroamericana non deve più combattere contro incomprensioni e pregiudizi.

Binti non può ancora venire liberamente in Italia ma la tecnologia le concede, in un fotomontaggio di alcuni artisti africani, costruito per un video della biennale di Venezia, di salire virtualmente libera e felice su un aereo per partecipare ai sogni dei ragazzi bianchi.

Certo, dietro Leila si avverte Igiaba Scego, con la sua aria appassionata, la sua ironia, il disincanto con cui guarda lei, italiana diversa, gli italiani, ma con la certezza di amare questa Roma in cui è nata. Basta abbandonarsi alla lettura della descrizione dei luoghi, quelli importanti e gli angolini nascosti, ciò che fa dire oggi a molti romani “sarebbe ancora la città più bella del mondo se...”