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Osvaldo Costantini- La nostra identità è Gesù Cristo - a cura di Rosella Clavari

  • Category: Approfondimenti
  • Mercoledì 18 Marzo 2020 21:39

 

 

 

 

 

 Osvaldo Costantini

 La nostra identità è Gesù Cristo

 Pentecostalismo e nazionalismo tra gli eritrei e gli etiopici a Roma.

 Franco Angeli, 2019

 

Diremo innanzitutto che fa piacere vedere di nuova attiva la collana fondata da Bernardo Bernardi, insigne studioso dell'Africa e nel contempo l'entusiasmo e la passione  di un giovane ricercatore come Osvaldo Costantini, conosciuto durante la presentazione del libro presso la libreria Griot di Roma. L'argomento da lui scelto non è certo dei più facili data la complessità di una cultura come quella eritrea ed etiopica in un intrecciarsi delle identità politiche con quelle religiose e con i cambiamenti intervenuti nel corso del tempo.

Il discorso dell’autore ( supportato da numerose citazioni bibliografiche) inizia esponendo il motivo e l'approdo della ricerca, prosegue per quattro capitoli illustrando le radici storiche di due paesi partendo dal passato più arcaico, il passato coloniale che ha determinato maggiormente il distacco tra l'Eritrea e l'Etiopia, quindi gli anni cruciali di una guerra  durata 30 anni (1961-1991) e dopo una tregua quella seguente (1998-2000)  fino ad arrivare ai tempi più recenti che si arrestano al 2016 con la conclusione della ricerca; in un frequente andare avanti e indietro nel tempo, l’autore chiude in forma inclusiva ritornando all'argomento delle motivazioni e constatazioni iniziali.

La riflessione sul testo comporta necessariamente una descrizione piuttosto analitica anche per richiamare l’attenzione degli studiosi e degli addetti ai lavori sull’argomento, suscettibile di ulteriori approfondimenti.

Il fulcro della ricerca, all'interno della complicata situazione storica sopra descritta, è l’analisi delle dinamiche relative alla diffusione della religione pentecostale nei gruppi di immigrati etiopici ed eritrei a Roma. All'interno di questi gruppi, il ricercatore presenziando alle funzioni religiose e attraverso numerose interviste ai fedeli in ambienti neutrali come i bar, ha potuto constatare questo: la religione, in questo caso quella  dei pentecostali ( legata al protestantesimo) è stata in grado di creare uno spazio libero dalle implicazioni politiche e dalle identità nazionali ed è stata capace di riavvicinare due popoli sempre in lotta tra loro, superando le vecchie conflittualità. 

Il titolo riflette questa situazione in maniera esplicita: “la nostra identità è Gesù Cristo”. Una volta entrati nel movimento pentecostale, si assiste alla rinascita dell'individuo, prima attraverso il rito del battesimo con l'acqua e poi, con l’invocazione dello Spirito Santo, del battesimo nello spirito, rinnovando la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel cenacolo con Maria.  Aggiungiamo che esiste anche in ambiente cattolico il movimento carismatico di rinnovamento nello spirito, con numerosi fedeli al seguito.

La prima entrata dei missionari cattolici e protestanti nell'area etiopico-eritrea, si trovò di fronte la  pacifica convivenza tra musulmani e cristiani ortodossi ma con un forte legame con il potere centrale da parte di questi ultimi.

Piano piano fece proseliti nell’area e ad oggi il movimento pentecostale è quello con il più alto tasso di crescita a livello globale.  L'indagine non è limitata all'aspetto religioso ma coinvolge quello della migrazione, in particolar modo il nazionalismo eritreo con le sue defezioni totali da parte dei “convertiti” o adesioni a metà nelle giovani generazioni e una fedeltà sconcertante da parte di coloro che hanno conosciuto la guerra e lottato per l'indipendenza. Molti giovani eritrei emigrano per sfuggire al servizio militare pluridecennale e trovando la nuova fede, hanno occasione di rivedere il loro percorso di vita scrollandosi di dosso un passato troppo pesante. Non vuol dire, a mio parere,  essere privi di senso di responsabilità ma essere stati privati della libertà, dell'anima....

Quello che l'autore del testo comprende abbastanza rapidamente è che non deve fare domande dirette, anzi un imperativo presto compreso è “non chiedere”, questo a proposito di domande sulla politica agli eritrei.  Si arriva a costruire una possibile verità attraverso una paziente assemblaggio di tasselli, tra una chiacchierata informale, una predica di un'ora nella chiesa, una conversazione al bar.  Vi sono otto chiese pentecostali a Roma di cui due eritree e sei etiopiche, ne sceglie due per la sua ricerca, una eritrea e l'altra etiopica.

L’analisi storica parte dall'epoca della Regina di Saba ( I millennio a.C.) che unendosi a Salomone diede alla luce Menelik I, il futuro fondatore dello stato etiopico. L’excursus sul periodo arcaico è per evidenziare che Etiopia ed Eritrea allora vivevano pacificamente, essendo molto labili i confini sia geografici che linguistici, per lungo tempo; parte della popolazione eritrea condivide con il Sudan i  legami etnici e la fede musulmana, così pure il legame esiste con il Tigray al confine nord dell'Etiopia, con cui condivide lingua, religione, e cultura.

Un evento importante nel marcare il loro distacco può essere considerato nel 1890 il costituirsi dell'Eritrea come colonia italiana (1890-1942).  Gli italiani, di contro in Etiopia, vengono sconfitti nel 1896 nella famosa battaglia di Adua.  Ma quella “piccola lingua di terra che costituisce l'Eritrea” isola l'enorme stato etiopico dall'accesso al Mar Rosso; non è solo una rivalità creata da una presunta maggiore modernità ricevuta dal colonialismo italiano a dividerli, ma anche questa ragione economica.  Poi c'è la questione linguistica: la maggiore valutazione dell'amarico (in Etiopia) rispetto al tigrino ( in Eritrea) spesso declassato come dialetto. Dopo il colonialismo, l'Eritrea passò sotto l'amministrazione britannica e nel 1950 si costituì lo stato federale etiopico con l'Eritrea che manteneva una sua autonomia . Nel 1961 Hailé Selassié vietando l'uso della bandiera eritrea e della lingua tigrina, rivelò le reali intenzioni imperialistiche dell’Etiopia. Gli anni '70 rappresentano quelli della riscossa armata  (EPLF) fino alla liberazione nel 1991 e alla creazione nel 1993 di un proprio governo.

La guerra riprende purtroppo tra il 1998 e il 2000.  A tutt’oggi il regime di Isaias Afewerki non consente di parlare di una Eritrea libera.

A questi intrecci complicati della situazione storico-politica si aggiungono le divergenze in campo religioso. Consideriamo che il Regno di Aksum, il nucleo della futura Etiopia, è il più antico stato africano e il primo dell'area subsahariana ad assumere la religione cristiana. L'imperatore etiopico si dimostrò sempre protettore della chiesa e difensore della fede fino al 1995 quando si opera una distinzione tra le due sfere. La Chiesa ortodossa, dal suo canto, ha mantenuto sempre il suo distacco dalla Chiesa cattolica non riconoscendo l'autorità del Papa nell'elezione del Capo nella propria chiesa e ci sono anche sostanziali divergenze teologiche e dottrinali: il cristiano ortodosso (copto-egiziano) riconosce solo la natura divina di Cristo (monofisismo), l'umano è assorbito nel divino e non distinto e unito come sancito nel concilio di Calcedonia (451). C'è anche l'uso di un calendario diverso: il giuliano e non il gregoriano. Tutto ciò contribuisce al suo definirsi in uno splendido arroccamento e fedeltà alle sue tradizioni e al mantenimento della sua forma.  Parallelamente l'Islam si diffonde sia tra Etiopici (33,9 %) che tra Eritrei (40%) con relazioni pacifiche tra le due religioni.

A dare una scossa a questo equilibrio interviene a metà del XVI sec. l'arrivo dei missionari gesuiti mandati dai portoghesi a difesa dell'Etiopia cristiana in funzione anti-Islam; bollati come anti-mariani vennero respinti decisamente, anche perché era evidente il loro tentativo di riportare la chiesa etiopica sotto il potere del Papa di Roma. Nei secoli successivi i missionari evangelici e pentecostali proporranno un cristianesimo di tipo nuovo, criticando le pratiche e teologie ortodosse della chiesa locale.  Un campo che assumerà notevole importanza sarà quello delle pratiche terapeutiche e delle forme di guarigione.

Prima di descrivere l’arrivo del pentecostalismo in Etiopia ed Eritrea, l’autore parla delle sue radici storiche: il pentecostalismo ( discendente del metodismo di J.Wensley)  nasce nel 1906 con W.Seymour a Los Angeles con le relative pratiche delle lingue parlate e dello stato estatico sotto il potere dello Spirito Santo; si rivela subito interessante al suo interno la partecipazione interazziale e il fatto che raccogliesse sotto la sua egida tutti gli emarginati per povertà, classe sociale, etnia.  La caratteristica fondamentale del nuovo movimento è la rinascita o meglio la seconda benedizione nello spirito, la santificazione. Il battezzato come primo segno della sua rinascita può parlare in lingue (glossolalia o lingua degli angeli, espressione durante la preghiera di invocazione dello Spirito), e ricevere altri doni come la guarigione, il discernimento degli spiriti, la profezia.  In questa rottura con il passato rivela la sua modernità ed elasticità anche se nel campo della morale ha le sue posizioni conservatrici.

Una corrente dei pentecostali che si affermò in America tra gli anni '60 e '70 proclamava il “Vangelo della prosperità” affermando che attraverso la fede si conquistava oltre alla salute fisica la prosperità materiale e il successo (un riflesso della dottrina calvinista della predestinazione di cui parlava Max Weber). Nelle varie interpretazioni, in questo affidarsi alla propria scelta individuale, c'è anche chi ha creato un nesso tra pentecostalismo e neo-liberismo negli anni '80.

Nel 1911 l'opera evangelizzatrice pentecostale arrivò nell'Africa dell'Est. Per quanto riguarda l’ Eritrea ed Etiopia la crescita del movimento è andata di pari passo con l'emigrazione manifestatasi soprattutto tra il 1965 e il 1990 . 

La vicenda del pentecostalismo presenta delle differenze storiche profonde tra Etiopia ed Eritrea.

A partire dagli anni '90 quando ci sarà la libertà di culto e di predicazione, l'Etiopia avrà il più alto numero di protestanti, circa 14 milioni di persone; in Etiopia il pentecostalismo iniziò con l'azione di alcuni missionari statunitensi negli anni '30 soprattutto presso gli studenti universitari e divenne ben presto una questione politica per il modello di soggettività che proponeva . Fin dal 1967 i cristiani ortodossi cominciarono a insultarli bollandoli come “setta” ,“virus straniero” e schernendo i loro canti urlati, l'assenza di una gerarchia, il loro rivolgersi direttamente a Gesù senza la mediazione dei santi, la mancanza di gentilezza e riservatezza che dovrebbero caratterizzare il fedele ortodosso. Nel 1972 ci fu una vera e propria alleanza tra stato e chiesa ortodossa che determinò l'arresto dei seguaci ad Addis Abeba. Qui si può notare come il movimento pur professandosi fuori dal mondo e quindi anche dalla politica, pone suo malgrado una sfida politica.  Solo negli anni '90 e dopo la caduta del regime derghista, il primo ministro riconobbe libertà di culto a tutte le religioni e il pentecostalismo si sviluppò rapidamente.

Invece in  Eritrea il pentecostalismo è stato maggiormente osteggiato. Già presente,  fin dal 1866, il protestantesimo a Massawa, il pentecostalismo  subì durante il colonialismo italiano l’ostracismo e l’espulsione negli anni ’30 ’40 insieme ad altri gruppi protestanti. La presenza dei pentecostali riprese in modo alterno negli anni ’70- ’80 . Dopo l'indipendenza del 1991 la crescita del movimento in Eritrea  non si arrestò e si è potuto notare anche l'accettazione del vangelo della prosperità a differenza degli etiopici che lo ripudiarono. Dopo il nuovo conflitto con l'Etiopia ( 1998-2000) il governo eritreo  ha inasprito la sua posizione nei confronti delle chiese protestanti a partire dal 2002 con tristi storie di esilio, prigionia e torture. In un paese fortemente militarizzato come l'Eritrea non veniva accettato dal potere un movimento difficilmente controllabile come quello dei pentecostali che proclamava il rifiuto delle armi e della violenza.   Sarà il fenomeno della migrazione, con insediamenti di chiese della diaspora, a dare maggiore impulso al movimento presso gli eritrei.

All'interno della dinamica migratoria, l'autore parla nel capitolo terzo del ruolo del movimento pentecostale nella comunità eritrea ed etiopica a Roma.  Nel primo incontro con il pastore di una chiesa nel centro di Roma, questi rileva subito il primo errore che sta commettendo il ricercatore: “non si dice chiesa eritrea ed etiopica, si dice chiesa amarica ( etiopica)  e tigrina ( eritrea)” . Si dà quindi la possibilità di associarsi a una chiesa per la lingua non per la nazionalità.  Ma è un divisione  che regge poco perché vi sono molti etiopici, soprattutto tra i più illetterati che conoscono bene il tigrino, così come molti eritrei che conoscono l'amarico .  Forse è un tentativo strategico di riunificazione passando per la lingua anziché per la nazione.  L'autore offre tutti i dati statistici sulla presenza migratoria sia a Roma che in Italia e dimostra una buona conoscenza,  soprattutto a Roma, della situazione migrante attraverso la frequentazione dei centri di occupazione abitativa : Collatina, Anagnina e  Indipendenza ( sgomberata nel 2017).  Nell’ambito della questione migratoria, l’autore offre con dovizia di particolari la differenza tra le varie forme di accoglienza : asilo politico, protezione sussidiaria, protezione umanitaria con le situazioni giuridiche diverse che si vanno profilando tra i giovani rifugiati e quelli più anziani che godono dei vecchi permessi di lavoro. 

Intorno alle chiese pentecostali c’è la maggiore mescolanza dei due gruppi, mentre nei bar e ristoranti che si trovano soprattutto nella fascia tra stazione  Termini e Porta Pia, ci tengono a mantenere le distanze. Troviamo separate anche le vecchie istituzioni religiose, proprio come nella terra d’origine: la Chiesa ortodossa eritrea vicino a Campo de’ Fiori e la Chiesa di Mariam degli etiopici ortodossi a via Cavour. Una nota: la chiesa ortodossa eritrea è divenuta indipendente da quella etiopica nel 1994 e può così stabilire le sue sedi nella diaspora, tuttavia è da rilevare che si pone fortemente in connessione con l’ambasciata a Roma e quindi con il governo eritreo.

Con un passo indietro nel tempo, la prima chiesa pentecostale “habesha” a Roma nasce  negli anni ’80 quando Eritrea d Etiopia erano un unico paese e viene fondata da un prete cattolico eritreo che aveva rotto con la chiesa cattolica romana. Si tratta ( è l’unico citato il cui nome non sia di fantasia) di Teklezhi Equbaghiorhis e con lui i culti si officiavano in tigrino, successivamente molti fedeli amhara suggerirono l’adozione dell’amarico. Questo movimento si è espanso continuamente con sedi in varie parti del mondo, creando numerose relazioni : uno dei successori del pastore fondatore è oggi un medico in California ed è a capo di un’associazione che riunisce le chiese dei paesi dell’Africa orientale. Una donna carismatica del movimento, guaritrice ed esorcista, emama Dehab oggi vive a Washington.

E’ stato già sottolineato che un momento importante per l’Eritrea è  il 1991 quando il paese raggiunge l’indipendenza e nel contempo l’Etiopia si libera dal regime derghista dopo 30 anni di guerra. 

Benito Serra (nome di fantasia come gli altri che seguiranno, per ragioni di privacy e prudenza)  un eritreo di origine italiana  vissuto in Etiopia, viene in Italia e fonda la Church of Rome (chiesa etiopica). Sapeva di rischiare molto nella sua terra  in quanto pentecostale, ricco ed eritreo ma è proprio grazie a questa tripla appartenenza ( italo-eritreo e vissuto in Etiopia)  che poteva fare da collante tra le due chiese. Lui aveva una visione unionista  delle due terre che considerava un unico grande paese ma doveva prendere atto della realtà locale: la Chiesa evangelica degli Etiopici con 300 membri e con liturgie in amarico che risvegliavano negli eritrei la volontà di fondare una loro congregazione nella loro lingua nativa, il tigrino. La divisione, come già detto, diventa soprattutto linguistica.

L’autore della scissione originaria è l’evangelico eritreo Kaleb Mekonnen , arrivato in Italia durante la guerra tra i due paesi, che fonda la Mulu Wenghel. Di lui si nota la vicinanza all’ideologia nazionalista. Il suo successore, Filmon Menghisteab dopo un percorso in Sudan, dove molti si rifugiano nelle chiese pentecostali, duramente provati dal passato militare, e una sua crisi personale, si riavvicina al movimento e viene in Italia.

Il ricercatore a questo punto sente la necessità di spiegare quali sono i punti forti della religione pentecostale, i suoi riti, la liturgia settimanale, i modi di viverla tra i fedeli.   Lui è stato ben accolto ( tranne in alcuni incontri di guarigione di piccoli gruppi) in tutti i luoghi, pur rimanendo a latere come ricercatore e non come fedele. Dimostrando e ricevendo un grande rispetto, così si evince dagli incontri raccontati in cui si confronta anche con persone con le quali si è stabilito un legame affettivo. 

Dunque il primo momento per il convertito è l’accettazione di Gesù come salvatore, il secondo è il battesimo con acqua in cui la persona “muore per il mondo” e rinasce a nuova vita. Questo per una libera scelta della persona che si avvicina spontaneamente e accoglie il messaggio di salvezza .Un fedele esemplifica con queste parole:  “Dio è il contrario del diavolo, rispetta la tua volontà. Il diavolo è un ladro”.   Nelle chiese pentecostali l’età dei fedeli è tra i 18 e i 38 anni; tutti compiono dopo il battesimo dell’acqua,  quello dello spirito che porterà in ciascuno uno o più dei nove carismi promessi in dono dallo Spirito Santo: fede, parola di saggezza, di conoscenza, guarigione, miracoli, profezie, discernimento degli spiriti, varietà di lingue, interpretazione delle lingue. A presidio dell’assemblea ci sono tre pastori , un consiglio direttivo e un consiglio degli anziani ( già presenti questi ultimi per antica tradizione nel villaggio africano).  La maggioranza dei fedeli provengono dal credo ortodosso o cattolico, difficilmente dall’Islam. Tutti soffrono nel corpo e nella mente sia per la fallita rivoluzione, che per gli anni di guerra e di oppressione militare oltre alle ferite della migrazione e la nuova fede offre conforto in queste situazioni difficili.

Ci si incontra nella chiesa tre volte a settimana: il giovedì è destinato alla lectio della Bibbia  ( nella chiesa etiopica è il martedì), il venerdì alle preghiere di guarigione, la domenica alla liturgia solenne con la predica del pastore  ma altri momenti di incontro sono le prove del coro, il consiglio degli anziani e le “crociate di evangelizzazione”; in questo modo tutta la settimana è impegnata spiritualmente e concretamente nella comunità. Anche per questo motivo è inevitabile che il discorso nazionalista passi in secondo piano. Poiché tra gli eritrei il movimento pentecostale in patria è stato represso, molte conversioni sono avvenute durante gli spostamenti territoriali.

Dalla Church of  Rome  ( chiesa etiopica) ne sono nate altre con scissioni dovute a motivi di ordine economico ( presunte questioni di denaro e potere con reciproche accuse tra i dirigenti). Le chiese staccatesi da quella principale di Benito Serra, manifestavano interesse per l‘esorcismo e per il cosiddetto “vangelo della prosperità” da lui sempre osteggiato.

Questa descrizione delle modalità liturgiche è accompagnata da testimonianze di conversione accomunate da una espressione : la vita ha acquistato un senso nuovo come seguendo un disegno divino; tutto, anche la propria vicenda migratoria sono spiegabili alla luce di questo evento salvifico. Risalta un fatto: la costituzione di una Associazione a Roma in cui far convergere tutte le congregazioni etiopiche ed eritree della città. Cinque leader delle chiese si riunivano periodicamente pregando per le sorti del mondo, dell’Italia, dell’Etiopia, dell’Eritrea e dei migranti.

A differenza delle chiese ortodosse dove la separazione tra etiopici ed eritrei era usuale, tra i pentecostali era più frequente che i fedeli partecipassero ad eventi organizzati dagli etiopici e viceversa. Ci si poteva riunire in quanto tutti “figli di Dio”  E’ proprio qui che la creazione di spazi religiosi a livello interno e transnazionale diviene uno strumento per il superamento della mera appartenenza nazionale. Dei vecchi conflitti e delle nuove soluzioni si occupa il capitolo quinto.

Per la chiesa pentecostale eritrea rompere con il passato significa l’allontanamento dall’impegno politico.  Un impegno politico che per alcuni poteva significare fedeltà al nazionalismo, per altri, fedeltà al governo nonostante i conflitti interiori per il fallimento della rivoluzione. C’è stata una grande attività della diaspora a sostegno delle due guerre affrontate dall’Eritrea e la tassa del 2% sul reddito di ognuno oltre a un controllo sui rifugiati da parte di una rete di spionaggio in Germania e Sudafrica.   Essenzialmente  per i pentecostali la loro nuova fede dice no alla politica.

Un esempio significativo è la celebrazione della festa dell’indipendenza eritrea a Roma, il 24 maggio: gli oppositori al governo in realtà la festeggiano due giorni dopo, marcando la loro ribellione. Proprio quel giorno l’autore decide di andare a trovare un amico pentecostale ( che non andrà né all’una né all’altra festa) nel palazzo occupato di Collatina; per lui il passato è abitato da una presenza demoniaca e il presente è abitato da Gesù di fronte al quale tutte le durezze del passato scompaiono. Inoltre il rapporto conflittuale con gli etiopici è stato riassorbito nel nuovo linguaggio spirituale. La guerra fredda tra Etiopia ed Eritrea è giunta al termine con gli accordi di pace firmati nel 2018 tra Isaias Afewerki e Abiy Ahmed Ali. Ma la situazione di repressione e persecuzione ancora perdura in Eritrea…

Il pentecostale non rifiuta le tradizioni legate al vestiario, al cibo, all’uso del tigrino, ma nello specifico della religione, si pone contro le tradizioni religiose ortodosse antiche e le pratiche terapeutiche tacciate di demoniaco; inoltre il culto dei santi e della Vergine viene visto come una forma di idolatria. La chiesa ortodossa ha sempre avuto un forte legame con il potere in carica. I pentecostali lo rifiutano. Un elemento importante nella loro dottrina è la profezia, pronunciata in una particolare circostanza: nel 1991, una volta ottenuta l’indipendenza dopo 30 anni di guerra, si parla di un’Eritrea lontana da Dio, orgogliosa e incosciente; nell’identità eritrea viene condannato lo spirito guerriero e l’incapacità di perdonare e i tristi frutti del dopo indipendenza purtroppo faranno la loro comparsa. 

I pentecostali non accettano la violenza, la guerra e la politica; riconoscono solo le differenze linguistiche parlando volutamente di Chiesa in lingua amarica e Chiesa in lingua tigrina.  Tuttavia non c’è un fronte unico e compatto di pensiero, esistono delle divergenze in seno ai membri delle due chiese. L’autore parla a tale proposito di diverse prospettive: per esempio il fatto di riunire le chiese etiopiche ed eritree è visto non tanto dal punto di vista spirituale  quanto come proiezione dell’ideale unionista della grande Etiopia.  Oppure un giovane pentecostale che frequenta la festa degli oppositori il 26 maggio, afferma che un coinvolgimento politico per cambiare le cose è necessario. L’autore sottolinea l’ambiguità e la complessità in seno alle diverse prospettive spesso difficile da prosciogliere. L’ambiguità a volte risiede nel modo in cui si chiama una cosa con lo stesso nome ma con significati e sfumature diverse, nel “non detto” più che in quanto viene dichiarato, nella volontà di staccarsi individualmente per orgoglio. 

A livello individuale il movimento pentecostale si trova a dover aiutare nell’elaborazione del dolore persone affette da traumi profondi ( guerra, violenze, torture, stupri) più diffusi nella generazione nata nel 1991. Non si tratta solo di elaborare un passato difficile da districare ma di ricostruire un presente e progettare un futuro all’interno di reti sociali e di connazionali.   In persone che hanno vissuto dentro la spirale dei sospetti e dei rancori si tenta la ricostruzione e l’inserimento in un gruppo sociale, ricreando nuove forme di relazione. La comunità in tal senso diventa la vera famiglia, offrendo cura, sostegno, gentilezza, soccorso sociale ed economico. 

Inoltre risulta più efficace inserire, osserva l’autore ( com’ è successo in Sudafrica con la fase della riconciliazione) anziché l’oblio del passato, la capacità del perdono: “il perdono riconosce l’errore ma decide di andare avanti nonostante quel male”.

Nelle conclusioni, l’autore evidenzia che il rapporto politica e religione qui analizzato comporterà ulteriori approfondimenti essendo piuttosto complesso: sia con uno sguardo alla società eritrea ed etiopica che a livello globale nei rapporti tra pentecostalismo e linguaggi egemonici.

C’è chi sottolinea il linguaggio fortemente individualizzante del pentecostalismo, un tipo di soggettività adatta al neoliberismo, ma a mio avviso, ciò si verifica in quelle frange di pentecostali che aderiscono al “vangelo della prosperità”.

Più convincente mi sembra constatare che pur partendo da una libera adesione individuale ( come in tutte le religioni) ciò non significhi soggettivismo e assenza di responsabilità ma integrazione conseguente con il gruppo; è quanto viene sottolineato dall’autore quando afferma che per i pentecostali “ il mondo non è solamente un ambiente compromesso dal quale scappare, ma qualcosa che richiede azione e trasformazione.”