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Dambuzo Marechera -La casa della fame- a cura di Giulia De Martino

  • Category: Recensioni
  • Lunedì 25 Maggio 2020 16:48

 

 

 

 

 Dambuzo Marechera

 La casa della fame

 Racconti edizioni, 2019

 traduzione di Eva Allione

 

 

E’ sempre complicato procedere ad una recensione di un autore morto a 35 anni, tormentato da un’esistenza segnata da malattia, droga  e alcolismo, perché l’ombra della vita inevitabilmente si proietta sulla lettura del testo, rendendoci meno obiettivi nel giudizio.

Ma in questo caso non è proprio evitabile: la lotta che il protagonista narratore conduce contro l’apartheid in Rhodesia anni ‘60-70, contro i fantasmi e le allucinazioni della schizofrenia, il grido contro la povertà e il razzismo, il desiderio di libertà di essere se stesso, ha riguardato l’autore in toto nella sua breve vita e il testo è perciò di sapore fortemente autobiografico.

Nato nel ‘52, quando lo Zimbabwe era ancora Rhodesia, a Rusape, da un becchino e una bambinaia, Marechera precocemente s’interessa di libri e letteratura. Nell’intervista a se stesso, posta alla fine del piccolo testo che consta di un centinaio di pagine, racconta come, insieme a due amichetti, fossero dediti a razzolare nella discarica del sobborgo con l’intento di trovare giocattoli, libri, fumetti, gettati dalle benestanti famiglie bianche. Avevano trovato una macchina da scrivere per bambini con cui venivano registrate le preziose acquisizioni: quella fu la sua prima biblioteca e  alle pagine stampate, di qualsiasi genere, rimase attaccato sempre, leggendo furiosamente per distanziare il degrado e le violenze, sotto il giogo colonialista inglese prima, e poi sotto quello separatista di  Ian Smith. Con l’epiteto di “Cacalibri di merda”, viene apostrofato sprezzantemente il protagonista del racconto (che rappresenta l’autore) dal  fratello maggiore Peter, che capisce solo di fatica, di pugni e alcol e non è dominato dalla stessa ansia di spaziare mentalmente fuori dalla desolante realtà circostante. Marechera frequenta il locale college e poi vola all’università a Oxford, da dove però, a un certo punto, viene espulso, ormai in preda ai suoi furori psichici, dopo un tentativo di incendio di un fabbricato. In Inghilterra conosce il carcere che, del resto, aveva già assaggiato in patria, conducendo una vita da squatter, prima di vincere un importante premio letterario che lo porta sulla via del successo, proprio con la pubblicazione, nel 1978, di “The house of Hunger”, tradotto ora in italiano a distanza di più di 40 anni.

Il racconto è dominato da un  rapporto di attrazione e odio nei confronti della lingua inglese e della cultura occidentale in generale, riproponendo una variante allucinatoria e viscerale de “L’ Ambigua avventura” di Cheick Hamidou Kane. Nella testa del protagonista lottano, come due personaggi reali, l’inglese e lo shona, la sua lingua nativa, maggioritaria nello Zimbabwe, che si distruggono in duelli e agguati estenuanti, con, nelle retrovie, la presenza tutt’altro che discreta del francese e del latino. Il risultato era spesso, soprattutto da ragazzino, l’afasia, visto che i suoi genitori al solo sentirlo parlare nella lingua dei colonizzatori lo caricavano di botte.

Certo è che il testo abbonda di citazioni di scrittori e filosofi, storici e poeti inglesi e francesi, senza parlare poi della letteratura classica. Sembrano costituire un intercalare quasi della narrazione.

A contrastare la cultura occidentale vengono evocati quelli che l’autore chiama gli eroi neri, coloro che hanno cercato di contrastare l’avanzata del colonialismo e quelli che in seguito conducono la guerriglia contro Ian Smith. Ma sono invocazioni vane, i bianchi hanno ormai vinto ad ogni livello, i cadaveri di giovani guerriglieri vengono scaricati davanti alle scuole come monito terribile; i tentativi di mandare avanti una rivistina culturale d’opposizione, fatta dal protagonista insieme ai suoi amici di college, è stroncata sul nascere. Non esiste altra possibilità, per i neri, che la rivolta o la sottomissione.L’autore, come il suo protagonista, voleva credere di poter arrivare a una coscienza politica e a un desiderio di libertà autentico, ma queste si intossicavano ancor prima di averle effettivamente  scovate.

Siamo lontani dalla letteratura delle indipendenze, attuate da scrittori che credono “al sol dell’avvenire” e hanno del futuro uno spiccato senso collettivo. In questo autore domina soprattutto una immagine della libertà individuale contro gli schemi di una società che ti etichetta e non ti accoglie nella tua peculiarità. Più Bukowski e Kerouac che Achebe o Wa Thiong’o. Ma proprio questo lo rende unico nel panorama letterario africano degli anni’70.

La popolazione stessa, grida convulsamente il protagonista narratore, era ormai irretita dalle immagini che venivano loro proposte dai bianchi: che corpo avere, che gradazione di colore di pelle, che tipo di capelli, che genere di lavoro a cui aspirare, possibilmente il più sfruttato di sempre.L’unico modo per sottrarsi erano la birra e la dagga, una sorta di cannabis sudafricana, con cui i ragazzi si fanno tutto il giorno e ovviamente il sesso. All’educazione sessuale dei bambini del ghetto ci pensavano i fratelli più grandi, dando pubbliche dimostrazioni di masturbazione o assistendo ai coiti con le puttane della contrada  o peggio ancora agli stupri. 

Se gli uomini sono rappresentati distrutti dal colonialismo fin nel profondo, come  diceva Fanon, il peggio è per le donne.

Tra le pagine più belle citiamo quelle dedicate ad alcune figure femminili. Sua madre, dura con i figli, ma che di fronte alla incapacità del marito di provvedere alla famiglia, non esita ad arrangiare il bilancio familiare con la prostituzione. La cognata Immaculate, moglie del violento e manesco fratello, offre uno spiraglio di umanità nella Casa della fame, da cui il protagonista cerca continuamente di scappare: figlia di un prete cattolico è una figura dolce e angelicata, vittima sacrificale  delle botte continue del marito e porta probabilmente in grembo il figlio del fratello minore, con cui ha tentato di alleviare la triste vita. E’ l’unico essere umano a cui il narratore racconta le origini della sua schizofrenia e la convivenza con un cervello frammentato. Nestar, la ragazzina amata nella sua infanzia, stuprata e resa madre a 12 anni che decide di diventare la regina delle puttane del paese, arricchendosi anche alle spalle dei bianchi, malati di sesso ed eccitati solo dalle stramberie. Julia, la ragazza di cui si innamora al college, condivide anche intellettualmente con lui gli anni delle rivolte giovanili e delle speranze della rivista letteraria: il protagonista la ruba al suo migliore amico. Patricia, la bianca stravagante e alternativa, conosciuta in una manifestazione contro il governo, che non si riprenderà più da ciò che ha subito dalla polizia.

La vita di tutte le donne nere era più difficile : bombardate  dalle reti televisive che le consideravano  irrimediabilmente brutte e buone solo per pulire i cessi, fare il bucato o badare ai figli delle signore bianche. Negate nel corpo e nella mente. Senza contare la convinzione di molti uomini neri che se non picchiavi tua moglie voleva dire che non le volevi bene. Colpiti nella loro essenza di uomini dal potere bianco, si rifacevano della virilità perduta con la violenza sulle donne. Proprio le donne tuttavia avevano una maggiore capacità di resilienza degli uomini. “C’erano più squilibrati maschi che femmine; più mendicanti maschi che femmine: più alcolizzati maschi che femmine...E sembrava che lo sapessero che il pugno sollevato del potere avrebbe piuttosto riempito manicomi che accresciuto le fila dei nostri martiri politici.”

Il testo ha questo incipit perentorio: ”Presi le mie cose e me ne andai” che fa presagire la fuga del protagonista verso il tentativo di un’altra vita. In realtà, esce dalla Casa della fame, si rifornisce di alcol in un emporio, in attesa dell’apertura del bar, vi entra e non ne esce più : la vicenda si svolge tutta nella sala di un  caffè, srotolando gli incontri con individui e donne sciroccati quanto lui, con cui beve, parla e ricorda non solo a chi ha di fronte, ma soprattutto a se stesso, episodi che hanno segnato la sua infanzia e giovinezza, in un guazzabuglio lisergico di parole, pensieri e storie, fra cui non è semplice districarsi. Ne risulta un ritratto vivido del ghetto con i suoi abitanti, di cui descrive i tic e le vite quotidiane, dei tempi della scuola e dei suoi compagni. Un avventore gli richiama alla memoria degli eventi, da cui geminano altri ricordi, che fanno scattare altre narrazioni...  Si è parlato di un Joyce africano: non siamo sicuri di questa etichetta ma certo è che la frammentazione mentale di cui soffriva lo aiuta ad individuare uno stile personalissimo, con un intreccio di trivialità e squarci lirici notevoli, come nella rappresentazione di una pioggia eccezionale e salvifica e la lotta nel fango con il compagno di college Harry.

Deluso dall’Inghilterra, Marechera torna nello Zimbabwe nell’81, richiamato da una casa cinematografica che vuole trarre un film dal suo libro. E’ appena arrivato al potere Robert Mugabe, il futuro distruttore dello Zimbabwe. Il progetto  non va a buon fine, a causa delle intemperanze a cui lo conduce la sua schizofrenia.  Inizia una vita da vagabondo folle che si trascina appresso una macchina da scrivere, dorme nelle strade di Harare e, affetto da Hiv, muore solo, povero e dimenticato nel 1987.

Un non allineato autodistruttivo per eccellenza, profetico in alcune considerazioni sul ruolo degli scrittori africani, riportate in fondo al libro: ”Quando era Smith a dettar legge, il nostro compito era opporci sempre e comunque in quanto scrittori- a maggior ragione dovremmo farlo oggi che abbiamo la maggioranza. Dovremmo essere più vigili sui nostri errori. Non appena qualcuno parla del ruolo dello scrittore nella società , non si fa in tempo a dirlo che subito si ritrova censurato. Gran parte degli scrittori in Africa, e immagino in quasi tutti i paesi del Terzo mondo, sono in conflitto coi loro governi[...] L’idea che uno scrittore debba essere positivo ci viene ficcata a forza in gola”.

Infatti, quello che lui ha rifiutato è stata la narrazione ‘realista’, per donarci una trasfigurazione del ghetto, rievocato in una sala di birreria, da cui però non si riscattano né bianchi né neri. Non lo soddisfano le posizioni di chi agita le radici tradizionali, l’attaccamento ossessivo alla lingua e alla cultura locali: non basta per contrastare lo strapotere dei bianchi, occorre anche guardare alle storture interne delle società africane.

Speriamo vivamente che vengano tradotte tutte le poche raccolte da lui scritte e che lo si collochi nel posto che si merita nella letteratura africana.