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Jennifer Nansubuga Makumbi- Kintu - a cura di Rosella Clavari

  • Category: Recensioni
  • Sabato 13 Giugno 2020 13:00

 

 

 

Jennifer Nansubuga Makumbi

KINTU

 

66thand2nd, 2019

traduzione dall'inglese di Emilia Benghi

 

 

Abbiamo parlato di come abbia preso piede presso gli scrittori africani di ultima e penultima generazione la voglia di ritrovare la propria storia, la storia della propria nazione africana fin dalle origini più lontane (vedi in Approfondimenti: Leggere l'Africa 2, cap.5. Le storie per narrare la Storia) e vogliamo ricordare in particolare due autori del Camerun, Patrice Nganang e di recente Léonora Miano; ma ci sono anche il nigeriano Chigozie Obioma, il mozambicano Ungulani Ba Ka Khosa, l'algerina Kaouther Adimi. l'egiziana Yasmine El Rashid.

Vincitore di molti premi internazionali, Kintu è stato definito l'equivalente ugandese de “Il crollo” di Chinua Achebe. Racconta le storie parallele della caduta di una stirpe maledetta – il clan Kintu - e l'ascesa dell'Uganda moderno.

Noi rileviamo che è un testo di più facile comprensione per chi ha un contatto profondo con la cultura e le tradizioni africane rispetto a un punto di vista occidentale; non vi leggiamo quella mediazione e sintesi poetica che abbiamo colto nella scrittura della Miano, ma un procedere in  forma zigzagante da un periodo storico all'altro con un andirivieni continuo tra un passato più lontano e il presente, poi di nuovo il passato più vicino e il ritorno al presente. In questo tessuto dove la linea retta è ignorata, si narrano dettagliatamente le vite  intrecciate di molti discendenti della dinastia Kintu.  E' senz'altro una testimonianza densa di un modo di vedere la vita e le esistenze intorno, all'insegna della fede nelle forze invisibili, dove la politica è un semplice sfondo, dove la malattia ereditaria convive con  quella derivante dalla maledizione, dove i nonni sono coloro che crescono miriadi di nipoti i cui genitori sono stati uccisi dall'hiv. 

La violenza inaspettata  introduce il romanzo ai tempi nostri con il linciaggio da parte di una folla inferocita di un certo Kamu Kintu ; la sua vita sembrava scorrere tranquillamente in casa della sua amante preferita, quando viene prelevato da due funzionari e ammanettato per essere condotto in carcere ma sarà la folla in realtà a giustiziarlo anzitempo. Kintu in Uganda significa cosa e anche il primo uomo della mitologia Ganda.

Nel capitolo successivo ci troviamo improvvisamente trasportati nel 1750, nel regno del Buganda dove si reca il governatore della provincia di Buddu, Kintu Kidda, il capostipite dei Kintu, a rendere omaggio al nuovo re Kyabaggu.  Durante il viaggio perirà il figlio adottivo di Kintu, dopo un banale manrovescio infertogli dal padre e da qui una serie di maledizioni  che si ripercuoteranno sulla stirpe dei Kintu.

Questi eredi sono l'inquieta Suubi, il vedovo Isaac Newton, il predicatore Kanani della comunità dei Risvegliati, la donna-generale Kusi, sorella di Kamu, quello che verrà ucciso, tutti desiderosi di liberarsi dalla maledizione che grava sulla famiglia.

Attraverso queste figure, l'autrice descrive tanti stili di vita:  il fanatismo religioso dei Risvegliati nella coppia  Faisi- Kanani con risvolti quasi comici lì dove entrambi dichiarano pubblicamente  i peccati peggiori di cui si sono macchiati, anche in presenza dei figli, ma solo come strategia per fare proseliti; la guerrigliera Kusi, figlia di Miisi Kuntu; Nitwire, il non integrato presso i Ganda e quindi un tutsi , padre biologico di Kalema che morirà per mano del padre adottivo. Sia il padre che il figlio hanno un destino di isolamento e sterilità rispetto a tutti gli altri  personaggi.

Tornando al capostipite, Kintu Kidda, le cui avventure saranno narrate a partire dal 1750,  avrà due spose: la preferita Nnakato e la sua gemella Babiriye che genererà al posto della sorella quattro coppie di gemelli; tra l'altro presso i Ganda, i gemelli godono di grande considerazione e sono oggetto di superstizioni.

Nnakato curiosamente dopo tanti anni di sterilità, metterà al mondo un solo figlio maschio, Baale che si considererà gemello con l'adottivo Kalema.  La generazione più nutrita discenderà dalla bisbetica Babiriye con le quattro coppie di gemelli menzionate da cui discenderanno: Faisi che sposerà Kanani Kintu e da loro nasceranno i gemelli  Ruth e Job che commetteranno un incesto (anche questo fonte di maledizione) mettendo al mondo Paulo Kalema ; poi c'è Suubi che ha perso la sua gemella il cui spirito continua a seguirla; Isaac Newton da cui nascerà Kizza Baale.

Tornando al versante della prima moglie di Kintu Kidda, Nnakato, da suo figlio Baale discenderà Kidda e poi Miisi Kintu che metterà al mondo 12 figli ma solo la donna soldato Kusi sopravviverà: il cerchio si chiude con la morte, descritta nel feroce prologo, di Kamu Kintu, e la riunione dei sopravvissuti del clan .

Ci sono pagine toccanti nel racconto. Suubi a volte sente la voce della nonna che la invade, nei momenti più impensabili, mentre sta prendendo il taxi,  e inizia a raccontare : “in principio  il Buganda era in pace...[...] avevamo tutto- fiumi, laghi, monti, animali, clima mite, terra fertile. Tutto quanto. Il cibo abbondava....non c'erano guerre, le gente viveva in armonia e nessuno emigrava”. Poi le parla degli stranieri, non gli europei, ma Lundi, Ziba e Tutsi, le popolazioni vicine che sembrano rompere quest'armonia. Suubi cresce da orfana affidata a chi non la ama, ma poi ritroverà, accompagnata dal suo partner Opolot, l'anziana Zizza che l'ha vista nascere.

Isaac Newton, con una infanzia altrettanto disgraziata, frutto di un stupro tra la giovane madre e il maestro Kintu, sarà gratificato dalla riuscita negli studi, ma perderà due gemelli dalla moglie che morirà anche lei lasciandolo solo con  il loro unico figlio Kizza. 

Nel libro V, dopo tante generazioni enunciate e tanti nomi che si susseguono, colpisce la riflessione avviata in obitorio dall'inserviente addetto a mettere i cartelli di riconoscimento: “non c'è nulla di più triste che aver dato tanta importanza al proprio nome per tutta la vita- preoccupandosi di spiegarne il significato e l'origine – e poi ritrovarsi addosso il cartellino SCONOSCIUTO solo perché non sei più in grado di declinare le tue generalità”.

Alla morte di Kamu, l'undicesimo figlio che muore al vecchio Miisi, l'anziano  perde la ragione e si allontana da casa vivendo da randagio; lo va a trovare l'unica figlia rimasta, Kusi, la guerrigliera. La sorella di Miisi pronuncerà una strana sentenza sulla malattia del fratello: “Miisi era dotato di intelligenza sia razionale che emotiva. Ma quando emergeva in lui l'intelligenza emotiva propria della nostra cultura, la comprimeva e la metteva a tacere. Idolatrava l'intelligenza razionale”. Kusi quindi capirà che suo padre è stato sacrificato sull'altare del sapere perché sapeva e rifiutava di sapere. Forse con queste ultime parole l'autrice vuole rivendicare l'unità di queste due intelligenze nell'africano e in particolare nell'artista africano.

Rileviamo nello stile dell'autrice modalità della tradizione orale (usando leggende, proverbi sapienziali, mitologia ed elementi biblici) mescolati a riflessioni moderne con scene violente  oppure tragicomiche. Ha saputo costruire una vera e propria saga catturando l'attenzione del lettore  e dando un volto alla storia della sua nazione, una ricerca della sua identità pre e post- coloniale e delle motivazioni dell'agire umano in senso universale.

La giovane autrice, nata a Kampala e trasferitasi  nel 2000 in Inghilterra ha vinto il prestigioso premio letterario Windham-Campbell Literature Prize ( considerato dopo il Nobel, uno dei premi letterari più importanti) nel 2018 proprio per questo romanzo che è quello del suo esordio, pubblicato nel 2014 e arrivato nella traduzione italiana nel 2019. Un romanzo epico che si basa su 5 storie multi-generazionali che si disperdono, entrano in conflitto, si ritrovano. 

Non dimentichiamo che nella narrazione l'autrice svolge una critica della classe, politica e religione dell'Uganda di oggi. Una lettura intima ma anche priva di sentimentalismi.