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Intervista a Pepetela (a cura di Anna Fresu)

  • Category: Schede autori e interviste
  • Martedì 03 Novembre 2009 18:32

Incontro con lo scrittore angolano PEPETELA

condotto da Anna Fresu, traduttrice e studiosa di letterature africane di lingua portoghese, presidente dell’Associazione culturale “Scritti d’Africa”

 
TORINO – FIERA DEL LIBRO – 9/5/2005 - LINGUA MADRE
 
PEPETELA é il nome letterario, dallo pseudonimo adottato durante la guerra (pestana in umbundu), di uno dei più importanti scrittori contemporanei, l'angolano Artur Carlos Mauricio Pestana dos Santos (Benguela, 1941). Dopo aver studiato in Portogallo e in Francia si laurea in Sociologia in Algeria. Nel 1969 combatte con l'MPLA (Movimento Popolare per la Liberazione dell'Angola) nel quale avrà un ruolo nel Comitato Centrale. I suoi libri tra i quali Muana Può, Mayombe, O cao e os caluandas, Lueji, A Geraçao da Utopia, O desejo de Kianda, gli valgono nel 1997 il Premio Camoes, già consegnato ai portoghesi Vergìlio Ferreira e José Saramago, e al brasiliano Jorge Amado.
 
A. Fresu:
 
Pepetela è il nome di battaglia, diventato poi pseudonimo letterario, dello scrittore angolano Carlos Maurício Pestana dos Santos (pepetela in umbundu = ciglia). È nato a Benguela nel 1941, ha studiato prima in Portogallo, poi in Francia e in Algeria, dove si è laureato in Sociologia, disciplina che tuttora insegna all’Università di Luanda.
Pepetela è stato guerrigliero, ha combattuto per la guerra di Liberazione dell’Angola (1961 –1975) nel MPLA e ha rivestito cariche governative dopo l’indipendenza.
Ha pubblicato molti libri, fra i quali Muana Può, Mayombe, O cão e os calus, Lueji, A Geração da Utópia, A Gloriosa Família, O desejo de Kianda, A parábola do cágado velho, Jaime Bunda o agente secreto, Jaime Bunda e a morte do americano…
In Italia ne sono stati pubblicati solo due: Mayombe (traduzione di Anna Maria Gallone, prefazione di Basil Davidson, Edizioni Lavoro, Roma 1989) e La parabola della vecchia tartaruga (traduzione e postfazione di Agnese Purgatori, Ed. BESA, Nardò, 2000). Attualmente è in preparazione per le Edizioni E/O la traduzione di Jaime Bunda o agente secreto.
Per il valore letterario e linguistico della sua opera gli è stato assegnato nel 1997 il Premio Camões attribuito, fra gli altri, anche a scrittori della levatura del portoghese José Saramago, del brasiliano Jorge Amado, del mozambicano José Craveirinha.
 
Pepetela è stato guerrigliero; guerrigliero Pepetela continua ad esserlo. Un guerrigliero che usa oggi, con estrema forza e competenza, un’arma diversa: la parola. Una parola che è voce, che è coscienza. Una parola che si esprime in portoghese, in quella lingua rubata al colonizzatore ma di cui poi gli scrittori si sono appropriati, re-inventandola attraverso il confronto con altri termini appartenenti alle diverse lingue bantu dell’Angola, le strutture linguistiche e le invenzioni apportate alla lingua stessa. Guerrigliero, perché attraverso il suo scrivere continua a cercare quello per cui ha sempre combattuto: la verità. La verità che non ha paura, la verità che si pronuncia sempre anche quando è rischioso, anche nei momenti in cui si cerca l’omologazione e il consenso. Quella di Pepatela è quindi una parola stridente. Ciò è già evidente quando scrive Mayombe, una sorta di diario diventato poi romanzo scritto durante gli anni della guerra, dove usa una lingua a più voci (tratto che si ritroverà un po’ in tutti i romanzi di Pepatela); non è mai soltanto l’io narrante che si esprime, ma i diversi personaggi, come pure le figure del mito che, da un passato lontano, prima della storia, ritornano e aiutano a interpretare il presente. In questo modo si celebra inizialmente la costruzione e l’identità della nazione. Col tempo, con l’evoluzione della storia angolana tutto questo si trasforma invece in un grido di rivolta che, rivolto prima contro il colonizzatore, si rivolge ora contro l’oppressione, la dominazione, la mancanza di libertà, per diventare infine  grido contro la burocrazia, la povertà di valori, la caduta dei sogni, ed esprime al tempo stesso il desiderio di far emergere un nuovo sogno, che consiste nella costruzione di una nuova identità. Pepatela fa questo anche attingendo alla storia, studiandola, confrontandosi con essa. Una storia in trasformazione: la storia di ieri, dell’arrivo degli europei in Angola, la storia della guerra di liberazione, la storia delle guerre civili, la storia di un paese che lotta ogni giorno contro la povertà, contro tutti i disagi e anche contro le mire di tutti quelli che vogliono trarre profitto dalle ricchezze dell’Angola (il petrolio, i diamanti). Una storia che non è quella dei grandi personaggi, degli eroi, ma la storia degli uomini comuni, quegli uomini che forse, a volte, nemmeno capiscono che cosa sia la Storia. Quelle narrate da Pepatela sono “estorias”, non la Storia con la s maiuscola. Sono storie di persone che a volte non capiscono “perché” la guerra, non capiscono da che parte stare, non vengono coinvolti se non indirettamente (come ne “La parabola della vecchia tartaruga”). Tutto questo è difficile da capire per la gente che si alza presto ogni mattina per andare a lavorare nei campi e deve lottare per sopravivere contro la fame, la fatica, la malattia… L’eroe oggi è quindi la persona comune. Ma queste storie sono legate anche alla storia delle storie, la storia di prima della storia, il mito, di cui tutta l’Africa è piena, di cui l’Angola è ricchissima. Mito che quindi non è solo oggetto di studio e di ricerca – lavoro che Pepetela svolge in maniera serissima attraverso un lavoro antropologico ed etnografico - ma che è re-invenzione del mito, di un mito che, in un certo senso, chiarisce la Storia. Chiarisce la Storia perché opera in modo da estraniarla quasi, da allontanarla un po’ dalla quotidianità, dall’immediato, per renderla ai nostri occhi più comprensibile, per riportarla soprattutto all’essenziale, a qualcosa che va al di là delle vicende umane, del tempo determinato, per farla diventare “universale”. Questa storia, questo mito che ha le radici più profonde nella terra, nell’acqua da cui sorgono le divinità del parco mitico dell’Angola. Divinità che troviamo in diversi romanzi di Pepatela,  come per esempio in “O desejo de Kianda”. Kianda è una divinità delle acque che vive in una sorta di pantano dove, dopo l’indipendenza, sorgeranno i palazzi della nuova città, la città dei ricchi e dei coinvolti col potere, con la burocrazia e con la corruzione. E allora cosa succede? Kianda si ribella e fa crollare i palazzi, pur lasciando illese persone e cose. È una ribellione della divinità, dell’essere, delle persone contro una società che sta prendendo una piega diversa da quella sognata da chi ha combattuto la guerra di liberazione, da tutti coloro che si sono impegnati e credono nella costruzione di un’Angola nuova. Questo sogno è un altro elemento ricorrente nei romanzi di Pepetela. Un sogno che cambia. Il sogno di Mayombe non è uguale a quello degli ultimi romanzi o, quantomeno, si riveste di preoccupazioni diverse. Un sogno desiderato, coltivato ma anche “preoccupato”, un sogno che deve essere definito. Ritornare alle radici, a ciò che è prima del tempo, a quella che è la natura degli uomini, il legame con la terra, il legame con la natura, con la coscienza profonda dell’essere umano che va anche al di là della Storia, della grande Storia, è questo il nuovo sogno, l’aspirazione costante di tutti i suoi romanzi. Fusione, quindi, di storia, mito e sogno. Tutto trasposto in una lingua ricca, anch’essa in continua evoluzione. Una lingua che negli ultimi romanzi è diventata ancora più ironica, più sferzante. Un’ironia che non diventa mai  cinismo, non è mai negazione del domani, della possibilità di riscatto. L’ironia di Pepetela è una forma di estraniamento, direi brechtiano, che mette le cose alla distanza giusta per poterle mettere a fuoco e far così risaltare la critica feroce e l’indignazione contro la completa assenza di utopie e di progetti nei contesti storici contemporanei.
 
PEPETELA:      
Avevo intenzione di scrivere “La parabola della Vecchia Tartaruga” già da molto tempo; però lo prendevo, poi lo lasciavo, poi lo riprendevo...insomma mi trovavo davvero in difficoltà, cosa che normalmente non mi era successo con gli altri libri, di solito mi viene in mente una storia e la porto avanti fino alla fine. La mia idea era quella di scrivere un libro sulla guerra civile, negli anni ‘90, però non dal punto di vista di quelli che questa guerra la fanno, ma dal punto di vista di coloro che la subiscono. Nel caso angolano erano soprattutto i contadini. I contadini che non distinguevano nemmeno gli eserciti, le divise… Arrivavano dei soldati, passavano in una determinata zona, saccheggiavano, uccidevano, stupravano le donne e poi se ne andavano; arrivava un altro esercito e faceva la stessa cosa, non riuscivano a distinguere quale fosse il loro esercito e quale l’altro. Per queste ragioni non riuscivo ad andare avanti col libro. Fino al momento in cui, un giorno - ma questo l’ho capito solo dopo aver subito anch’io la guerra - per la prima volta nella mia vita mi sono trovato in una situazione in cui ero io a subire la guerra e non a farla. Ero a Luanda, nella capitale, qualche giorno dopo le elezioni e non c’era nemmeno modo di controllare le informazioni - cosa non comune quando la guerra la si sta facendo e quindi si hanno tutte le informazioni. Quindi è stato dopo aver fatto questa esperienza che ho potuto mettermi a scrivere questo libro facilmente. È stato una specie di fetiço, di incantesimo, quello che ho scritto, un incantesimo contro la guerra, per la pace, fare qualcosa, una specie di fattura per la pace, fatture che noi lì siamo abituati a fare e che quando ci crediamo riescono, e anche in questo caso - anche se qualche anno dopo - è riuscita. Questo incantesimo è stato fatto in forma letteraria perché succedesse qualcosa che io volevo. Finalmente è successo, è arrivata la pace, siamo in pace. È per questa ragione che ho nei confronti di questo libro una tenerezza speciale.
 
 
Pubblico: Lei è un bianco che si è schierato con i neri…Com’era considerato dagli altri bianchi, era considerato un traditore? Lei stesso come si sentiva nei confronti della madre patria?
 
PEPETELA                  
Certo che ero un traditore. Anche alcune persone della mia famiglia mi consideravano un traditore. Per fortuna mio padre, mia madre e mio fratello non mi consideravano un traditore. La mia è un’antica famiglia dell’Angola, già radicata lì da molto tempo, che quindi poteva capire le mie aspirazioni. Naturalmente non sapevano bene dove fossi, perché ovviamente i percorsi della guerriglia erano segreti. Cercavamo di evitare il più possibile che la polizia politica sapesse dove ci trovavamo per evitare che  le nostre famiglie subissero rappresaglie. Capitava a volte che io mi trovassi molto vicino ai miei e con le  armi in mano, mentre loro credevano che fossi addirittura in Germania, al punto che mio fratello andò a cercarmi in Germania. Sapevano però che io stavo lottando per l’indipendenza. Tutti gli Angolani, non solo quelli bianchi, erano considerati traditori, perché essendo l’Angola una colonia d’Oltremare che faceva parte della madre patria portoghese, per il Portogallo tutti gli Angolani erano considerati Portoghesi; dunque chiunque combattesse contro la dominazione portoghese era considerato un traditore. Ma naturalmente i bianchi erano considerati più traditori dei neri. Io sono molto orgoglioso di questo. Ci chiamavano anche terroristi. Os turras. Dall’altra parte c’erano i “Tugas”. Va detto che, com’è successo in Africa del Sud, le stesse popolazioni angolane non capivano molto bene la partecipazione dei bianchi alla guerra anticoloniale. Al punto che noi stessi dovevamo controllarci; al punto che io stesso sono dovuto restare a lungo in Algeria prima di poter partecipare direttamente alla guerra di liberazione. Del resto questo problema era assolutamente comprensibile: la popolazione aveva sofferto, soffriva la dominazione, non capiva che i figli, i nipoti o i pronipoti dei coloni potessero stare con gli Angolani. Ma questa situazione è stata in seguito più o meno superata. “Filho de cobra é cobra”. Noi abbiamo dovuto compiere un certo sforzo per far capire che sì: figlio di serpente è serpente; ma che avevamo lasciato la pelle da un’altra parte.
 
Pubblico: Come è affrontata dagli scrittori angolani la questione della lingua?
 
PEPETELA:
La questione del portoghese come lingua straniera è un problema che finora non ha toccato gli scrittori angolani. Lo dico anche con una certa tristezza, perché ritengo che sia invece una questione che dovremmo porci. La letteratura angolana si è sempre espressa in portoghese, gli scrittori angolani hanno scritto in portoghese fin dal diciannovesimo secolo. Forse perché provenivano quasi tutti dalle città - sono molto rari gli scrittori provenienti dalla campagna - per cui la loro lingua era il portoghese. Anche gli scrittori che dominano le lingue nazionali africane, quelle del gruppo bantu, preferiscono scrivere in portoghese. Probabilmente perché ancora non esiste una codificazione di queste lingue come lingue letterarie. Sono lingue che possiedono una vasta letteratura, ma di tipo orale, per esempio di racconti, di poesie, di canti. Quello che però gli scrittori hanno fatto è stato chiedere che lo studio di queste lingue fosse introdotto nelle scuole. È una lotta che noi abbiamo portato avanti perché riteniamo che sia molto importante. In Angola le lingue nazionali sono in effetti a rischio di estinzione. Sappiamo che ci sono altri paesi (ex- colonie) in cui è il portoghese ad essere a rischio; da noi sta succedendo esattamente il contrario: stanno sparendo le lingue nazionali e con esse il patrimonio culturale che queste esprimono, intere culture che rischiano di sparire. Forse con  l’introduzione dello studio di queste lingue nelle scuole, con grammatiche e dizionari, è possibile che comincino ad apparire scrittori col coraggio di scrivere in queste lingue.
 
Il 90% della popolazione dell’Angola parla portoghese, con un dominio della lingua che varia normalmente da  zona a zona.
 
Pubblico: Non sono d’accordo sul fatto che ci sia un grosso processo di scolarizzazione in Angola, per lo meno in alcune province, soprattutto in quelle del centro-sud dove la maggior parte della popolazione è esclusa dall’educazione  e dove nelle scuole ha accesso solamente a testi ancora coloniali, molto superati ed impostati secondo i criteri coloniali. Mi chiedevo quindi che possibilità vede Pepetela di riempire questo grande gap nel paese fra un élite molto alta, sia politica che culturale, e il popolo angolano. …
 
 
PEPETELA:
Questa situazione ultimamente è un po’ migliorata. Per esempio l’anno scorso hanno avuto accesso alle scuole un milione di bambini. Queste scuole ovviamente avevano smesso di funzionare durante gli anni della guerra civile ma ora sono state riaperte. Nei primi anni dopo l’indipendenza era stato fatto un grande sforzo nel campo dell’educazione sia per i bambini che per gli adulti. Si erano elaborati dei manuali anche nelle diverse lingue nazionali.
Per quel che riguarda le élite, è vero che esiste un sentimento per cui insegnare le lingue africane sarebbe quasi una perdita di tempo. Per cui sarebbe meglio insegnare in partenza l’inglese, piuttosto che le lingue africane. La decisione che si è presa adesso è esattamente il contrario, insegnare cioè le lingue africane sopratutto come mezzo per garantire la cultura, le tradizioni che a queste lingue sono legate. Le persone comunque leggono poco, non solo perché non sanno leggere ma perché non hanno l’abitudine di leggere; leggono poco perché per un lungo periodo non si trovavano libri da leggere; non esistono biblioteche scolastiche e comunque un libro costa quasi quanto metà del salario minimo. Tutto ciò contribuisce al fatto che le persone non comprino i libri e non leggano.
 
Dopo l’indipendenza, i libri costavano molto poco,  in parte perché esistevano dei sussidi dello stato ma anche perché la moneta nazionale, il kuanza, era legata al dollaro, faceva sì che i libri fossero i prodotti meno cari. In questo periodo si potevano quindi comprare, anche perché chi aveva denaro non poteva utilizzarlo altrimenti perché sul mercato non c’erano altri prodotti. Dopo, con la cosiddetta liberalizzazione economica le cose sono cambiate, sono finiti i sussidi, il valore della moneta è crollato, c’è stata l’inflazione, si è perso potere d’acquisto e i libri sono diventati molto più cari.
 
 
A. F.: In questi giorni si è parlato molto di creolizzazione della letteratura, creolizzazione della lingua, della cultura. Come è vissuto tutto questo da Pepetela ma anche dagli altri scrittori angolani.
 
PEPETELA:                 
In Angola non si può parlare di questo fenomeno, in quanto la lingua che si utilizza non è una lingua creola, ma il portoghese. Utilizziamo una serie di parole, di espressioni che non sono ancora molto utilizzate in portoghese ma che lo sono sempre più. Oggi ci sono una serie di parole di derivazione africana che fanno  già parte del lessico utilizzato in Portogallo, ce ne sono tantissime, centinaia. C’è sempre stato un rapporto costante fra i Portoghesi e gli Angolani e in questo modo le parole transitano, come succede per esempio col brasiliano.
 
A.F.: Ho parlato del sogno che è presente nei suoi libri e questo sogno, com’è cambiato nel tempo? Qual è oggi il sogno di Pepetela, scrittore ma soprattutto cittadino dell’Angola, e  questi due sogni vanno d’accordo?
 
PEPETELA:                 
Nel profondo il mio sogno è sempre lo stesso, può forse cambiare nell’espressione, ma il progetto continua ad essere lo stesso: assistere alla nascita di questa nazione, al consolidamento di questa nazione, e la letteratura  accompagna questo progetto.
 
A.F.: Sempre attento ai mutamenti in corso nella vita politica e sociale del suo paese, Pepetela ha appena finito di scrivere “Os predadores” (I predatori), un romanzo sulla “nuova borghesia nata in Angola negli ultimi anni, legata agli affari e al potere, abbastanza diversa dalle borghesie europee in quanto la nostra borghesia si è arricchita a spese dello Stato, quindi chi all’interno dello Stato aveva la possibilità di accedere alle ricchezze nazionali le ha utilizzate a fini personali”.