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Abdourahman A. Waberi, Transit (recensione di M. Teresa Palazzolo)

  • Category: Recensioni
  • Lunedì 08 Marzo 2010 21:35

TRANSIT di Abdourahman A. Waberi (Gibuti)

Tradotto da Antonella Bella, Morellini Editore, 2005

Gibuti. Chi, in Italia, ha una qualche conoscenza, attraverso i comuni mezzi di informazione, di questo piccolo paese esteso quanto la Lombardia, affacciato sul Mar Rosso, stretto tra Etiopia e Somalia? Eppure, negli anni, vi sono accaduti gli stessi tragici avvenimenti vissuti dai paesi confinanti e da quasi tutti gli altri paesi africani.
Ex colonia francese, fu l'ultima in Africa (a parte lo Zimbabwe) a raggiungere l'indipendenza, nel 1977. Come le altre ex colonie, un' indipendenza pilotata, limitata, sorvegliata.
Abbiamo ora la possibilità di conoscere Gibuti e la sua drammatica storia attraverso l'opera di uno scrittore-poeta, nativo di Gibuti, che di Gibuti parla in tutti i suoi scritti, ad eccezione di "Mietitura di teste. Pagine per il Ruanda" che fa parte di un progetto di diversi scrittori africani impegnati a rendere testimonianza della tragedia ruandese. In Italia, oltre a questo, sono stati tradotti due dei suoi nove romanzi: Balbalà (Edizioni Lavoro, 2003) e Transit.
In entrambi il racconto è a più voci; ci avverte una frase di John Berger sul frontespizio di Transit: "non si racconterà mai più una storia come se dovesse essere l' unica." Le differenti voci emergono da punti di vista, da esperienze di vita assai diverse tra loro, fino a comporre un quadro di insieme spesso disperato e confuso in cui le violente lotte per il potere si intrecciano alla corruzione, a forme arbitrarie di repressione, alla delinquenza comune annullando tutti gli spazi della normale vita quotidiana, tanto che, a chi sopravvive, restano come uniche vie di scampo l'emigrazione e l'esilio.
Transit inizia e termina all'aeroporto Charle-de-Gaulle di Parigi dove sbarcano, esuli, i due sopravvissuti di questa storia: Harbi, l'intellettuale che a Gibuti ha rischiato la morte in seguito alla presentazione di una petizione per la pace e Bashir, ex ragazzo di strada, ex feroce combattente dell'esercito, suo malgrado smobilitato dopo gli accordi tra le varie fazioni in guerra. E' salvo per un equivoco: di pelle non molto scura, viene scambiato per il figlio di Harbi, sposato a una francese.
Riflette Harbi nel lento tempo di attesa trascorso al Charle-de-Gaulle: "L' unico atto coraggioso che abbia compiuto è stato di salvare un povero diavolo malmenato dal branco di animali umani che ha ucciso i miei e il paese intero."
Per assurdo anche Bashir ha fatto parte di quei branchi. Ma Harbi non ha più domande da farsi, semplicemente constata: " Ora come ora siamo in sospeso su questa terra senz'altra promessa che quella dell'umiliazione, in compagnia di tutti gli altri rifiuti del pianeta, allo stesso tempo carnefici, vittime e testimoni … E' la fuga dei muscoli dopo quella dei cervelli già erranti da parvenze di rifugio ad anticamere color della notte. Le frontiere, gli oceani, le leggi e la polizia non possono stroncare questi flussi umani."
Anche la vita dei nomadi, da cui Harbi discende, era un continuo transitare da un luogo all'altro, ma negli spazi liberi e sconfinati del deserto. Ne ha viva memoria il padre di Harbi, Awaleh, un'altra delle voci del racconto che vuole trasmettere ricordi e saggezza al giovane nipote e alla nuora, giunta fin lì dalla Bretagna, come per aiutarla a sentirsi parte integrante del mondo tanto diverso a cui è transitata.
"Ho percorso in lungo e in largo le distese di pietrisco, i deserti di sabbia, di erg e di reg, i fianchi delle montagne spoglie e le dune rotonde come le gobbe dei dromedari … Avevo nel sangue il risparmio necessario di fiato, l'inquietudine della sentinella, lo sguardo che annulla l'orizzonte."
Awaleh ha lottato contro l'occupazione francese insieme agli Scorpioni del Deserto che cercarono di difendere la loro terra con la guerriglia e di preservare la loro identità di nomadi col canto e la poesia. Dice: "I più dotati tra noi avevano il potere di trasformare in parole il canto più profondo della terra, diffidando degli spiccioli di parole di tutti i giorni, canto sorto dal suo grembo, canto della traversata lenta, canto dispiegato all'infinito. La lingua del fantastico li spinge a spiegare i misteri nascosti della natura e dell'umanità riunite".
Waberi usa forme di linguaggio diverse per ciascun interprete di questa storia: dalla lingua poetica, ricca, lussureggiante propria della tradizione orale parlata da Awaleh a quella sgrammaticata e a volte oscena di Bashir, nome di battaglia Bin Laden.
Di Bin Laden Bashir sa soltanto che è "terrifico" e gli piacerebbe esserlo altrettanto, anche se è consapevole di essere un "Bin Laden in versione giocattolo, dài, come le bambole Madonna".
"Solo, senza fratelli e sorelle in un paese dove ogni famiglia può fare una squadra di calcio da sola" si arruola nell'esercito mentendo sui suoi 15 anni. Questa guerra, una guerra fratricida in cui, a momenti, non si capisce chi sta contro chi, dove la corruzione e la ferocia della politica locale si sposano con il cinismo della Francia che manovra secondo i propri interessi, Waberi, quasi a sottolinearne la follia, ce la racconta con le parole di Bashir-Bin Laden che hanno, come principale parametro di riferimento, il linguaggio del football:
“Sti cavolo di capi fanno pasticci davanti alla porta, subito il nemico sconquassa la nostra area di rigore e noi siamo KO in piedi. "Un giorno vince il governo domani è la ribellione. Non cambia niente vecchio mio. L'arbitro francese guarda la partita dalla panchina."
Il racconto di Bashir è il più esteso di tutto il romanzo; frammentato, contrappunta la narrazione degli altri interpreti, dando loro un grottesco quadro di riferimento. Questo ragazzino di 15 anni, la stessa età, dice, "di questo paese pulcino", quasi inconsapevole del bene e del male, solo teso alla sopravvivenza, parla di sé e della situazione del paese con cinismo e, insieme, con una sorta di ingenuità. "Sono cattivo e senza pietà. Ho suicidato degli uomini, degli wadag nemici e altri uomini non nemici. Ho sfasciato delle case.Ho scopato delle ragazze, ho saccheggiato dei commercianti … Ho fatto di tutto."
Bashir parla a più riprese delle "pillole rosa", dell'hashish, del kat consumati da lui e dai suoi compagni. "E tu con quella roba diventi matto. Non te ne frega niente, ti fai fuori le vecchie mamme, i vecchi zii e tutto il resto. Bruci l'accampamento, metti il veleno nell' acqua. Spari a raffica tatatatata sugli animali."
Quando finalmente (provvisoriamente?) la guerra finisce e gli smobilitati, molti dei quali "sono senza piedi, senza gambe, senza mani e camminano sul sedere", reclamano la paga che gli è dovuta, il governo reagisce facendoli massacrare. "Hanno sparato con pallottole vere sulla folla storpia." Da questo massacro Bashir si salverà riparando, casualmente, nel consolato francese.
Fanno da controcanto ai racconti di Bashir-Bin Laden quelli di Abdo-Julien, figlio di Harbi e di Alice giunta dalla Bretagna natia sulle rive del Mar Rosso non alla ricerca di un' Africa mitica, ma per conoscere, per capire, per vivere di più.
I racconti dei due ragazzi per molte pagine si alternano e si contrappongono, facendo emergere le estreme differenze tra le loro vite. Il doppio nome Abdo-Julien esplicita le due culture di cui è portatore, fuse nella consapevolezza di un'appartenenza multipla che gli permette di guardare con speranza e volontà costruttiva a un possibile futuro non soltanto per sé, ma per il paese in cui è nato e cresciuto. La sua esperienza di vita è fin qui un'esperienza di amore: "la mamma si dedicava totalmente a me. Fui il suo primo sole, il suo unico sole a tutt’oggi. La mamma ripeteva, a chi voleva ascoltarla, che questo paese è anche il suo. E' qui che ho posato le mie valigie per amore, diceva."
Ed è in un intrecciarsi di rapporti di amore che i componenti di questa famiglia si raccontano l'un l'altro, scambiandosi affetti, esperienze, riflessioni. Ma la famiglia di Harbi verrà sterminata, quasi a significare che nulla può l'amore contro tanta violenza.
Abdo-Julien frequenta il liceo, legge molto ("da piccolo sono stato nutrito con il latte dell' amore e della lettura"), ascolta musica: i vecchi dischi che la madre aveva portato con sé dalla Francia e gli altri provenienti da altre parti del mondo. Lo hanno formato e fatto crescere i racconti saggi e poetici del nonno e la lettura dei classici delle letterature europee: "i miei due eroi preferiti sono Peter Pan e Don Chisciotte."
Sente la responsabilità, la necessità di impegno che gli derivano dalla sua identità multipla, nomade tra culture diverse. "Mi barcameno facilmente tra le lingue, i riferimenti storici, le culture, le dicerie fresche di ieri, le rimembranze più antiche; è normale, io sono il frutto dell'amore senza frontiere, sono il trait d’union tra due mondi."
Crede che il linguaggio musicale possa avere una funzione unificante, quindi crea con alcuni amici il gruppo Mau-Mau (si sono dati il nome di "un guerriero anticolonialista, antimperialista, terzomondista e per di più panafricano"); con generosità ed entusiasmo sperimentano musiche diverse "rock alternativo, reggae, rai, rap, raggamuffin, ska, sega" e le portano in tutti i villaggi del paese. " Siamo il primo gruppo, e il solo fino ad oggi, a cantare in tutte le lingue del luogo nello stesso tempo, addirittura nella stessa canzone, lo stesso respiro". Crede che riusciranno a realizzare un sogno: "elaborare una prefazione musicale a questa nazione in gestazione".
Alice, generosa quanto il figlio, vive la contraddizione di provenire dal paese colonizzatore mentre la colonia è in fermento per il conseguimento dell'indipendenza, "mi sentivo malissimo quando mi associavano all'ultimo manipolo di colonialisti per il solo fatto che ero francese. Ero una vergogna ambulante." Ma una volta superate le difficoltà a inserirsi, a essere accettata, le diffidenze e i tentativi di emarginazione, forte della sua esperienza transculturale, dell'amore per il compagno e per il figlio, dell'affettuosa complicità stabilita con Awaleh, può ben affermare: "non v'è altro sangue che misto e altra identità che nomade."
Ripercorrendo i riferimenti culturali e storici di cui è in possesso cerca una razionalità, un ordine nel caos in cui vive immersa. Spiega al figlio:" L'ordine più naturale raramente salta agli occhi. Si compie tramite deviazioni, tramite calcoli approssimativi, tramite il compasso delle elissi, quindi tramite ripetizioni reiterate. Si deve cogliere il respiro nella calca delle voci narrative, ecco tutto."
Ma non esistono spiegazioni razionali possibili per l'ingiustizia, la violenza del potere nei confronti dell'uomo che ama: viene sopraffatta dalla piena dei sentimenti e dall'angoscia mentre attende il marito trattenuto al commissariato con l'accusa di sovversione. Dice: "Passo il mio tempo a rincorrere la sua assenza."
Malgrado tutto, attraverso la tragicità del racconto, Waberi sembra trovare in Transit l'esilissimo filo che, pur in radicale contrasto, unisce in qualche modo la libertà del nomadismo di ieri e la presente costrizione all'esilio. Dice un giorno Awaleh al nipote:
"Gli erranti, gli apolidi che sono i veri e propri creatori, come i nomadi del deserto servono solo a una cosa, almeno quaggiù in terra. Sono le nostre guide, quelle che ci indicano i sentieri da percorrere per la traversata dell' esistenza".

Teresa Palazzolo

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