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Miguel Pedro F., Anangola Kolenu. Letterature africane di espressione portoghese 1845-1980 (recensione di Anna Fresu)

  • Category: Recensioni
  • Lunedì 08 Marzo 2010 22:18

Anangola Kolenu. Letterature africane di espressione portoghese (1845 - 1980), di Pedro F. Miguel

Edizioni Associate, 2008
Pagine 280 - Prezzo: 15,00

Pedro Francisco Miguel - angolano, studioso del pensiero filosofico e delle religioni tradizionali  dell’Africa e dei culti afrobrasiliani, già docente di Letterature Africane di Espressione Portoghese all’Università di Lecce e attualmente docente di Sociologia delle Relazioni Etniche presso l’Università di Bari – dichiara di aver scritto questo libro con l’intento di “tracciare una linea evolutiva, non solo della “letteratura” di questi popoli ma anche della loro Storia e del loro riappropriarsi del destino, mentre ancora stavano vivendo la plurisecolare parentesi del colonialismo”. I popoli in questione sono i “figli di Angola”, di quell’Angola che in questo caso non indica soltanto lo stato africano ma tutta l’Africa da cui è partita la schiavitù e la diaspora degli africani nel continente americano. Kolenu, come l’autore ci spiega, è l’imperativo del verbo kukola che significa gridare in tutte le sue accezioni, per cui il significato del titolo suona Figli di Angola, gridate, cantate, fatevi sentire, gioite, piangete … Il titolo più adatto, dunque, “per questo lavoro che propone un approccio alla letteratura africana di espressione portoghese di tipo necessariamente meta-letterario oltre che letterario”, fornendo quindi anche una base storica e socio antropologica agli studenti di Letterature Africane dei Paesi di Lingua Portoghese e a chiunque si accosti per la prima volta allo studio di queste letterature scritte “che ne presumono altrettante non scritte, quelle della tradizione orale africana, antica almeno quanto la stessa storia umana”.
Il percorso vuole offrire una panoramica della letteratura scritta soprattutto in Angola, con un rapido excursus su Mozambico, Capo Verde, Guinea Bissau, Sao Tomé e Principe, a partire dalla sua nascita fino all’indipendenza dalle dominazioni coloniali. Ad eccezione di Gibuti (1977) e dello Zimbabwe (1980) sono anche gli ultimi paesi africani a dichiarare la loro indipendenza, nel 1975. L’autore parte dai cenni storici sull’inizio delle espansioni geografiche e coloniali del Portogallo e le conseguenti spartizioni territoriali del suolo africano, sancite da documenti papali prima e da accordi fra le grandi potenze poi. Ci racconta anche ciò che raramente è presente nei nostri manuali di storia - e non lo era affatto nei testi in uso nelle scuole nei tempi coloniali -, la presenza cioè di società ben strutturate, con
istituzioni etiche, religiose e giuridiche che ne garantivano la coesione, e di regni e grandi imperi, proprietari di immense ricchezze, precedenti all’arrivo degli Europei. Ci ricorda come in nome del “diritto”, della “civiltà” e dell’“evangelizzazione” si mirasse a distruggere “l’anima collettiva di un popolo”.
L’origine della letteratura scritta va di pari passo con l’insorgere della coscienza dell’oppressione e con la rivendicazione della propria identità nazionale fino al coinvolgimento nelle lotte di liberazione. Percorsi questi che coinvolgono non solo autori completamente africani, ma anche mulatti o portoghesi che si riconoscevano ormai pienamente nella terra africana, in cui non erano più solo i figli dei coloni. La lingua in cui si esprimono man mano diventa sempre più una lingua meticcia, che mescola al portoghese espressioni, simboli, strutture e parole mediate dalla tradizione orale, dal linguaggio quotidiano fra città - di cemento o di canne o di fango e lamiera - e villaggi.
“ … è evidente presso la maggior parte degli scrittori africani una ricerca, mediante artifici letterari, di far calare le lingue concettuali europee nel contesto linguistico africano (mi riferisco alle lingue di ceppo Bantu), ossia il sistema lessicale portoghese da un lato e il sistema logico – sintattico e psico – linguistico delle lingue Bantu, dall’altro” “… questo costrutto rivela una visione antropologico – filosofica molto lontana dal concettualismo occidentale, visione che … colloca uomini, animali e cose lungo una scala spazio – temporale in bilico fra una realtà visibile e invisibile” (pag. 65)
Ci spiega anche il ruolo svolto da giornali e riviste come “Mensagem” in Angola, “O Brado Africano” in Mozambico o “Claridade” a Capo Verde; l’importanza delle associazioni di studenti africani che studiavano nelle università portoghesi, come A Casa dos Estudantes de Moçambique e a Casa dos Estudantes de Angola, che si riuniranno poi nella Casa dos Estudantes do Império dove si incontrano studenti provenienti da tutte le Colonie portoghesi, tra i quali Agostinho Neto, il grande poeta che diventerà anche il primo presidente della Repubblica di Angola nata dalla guerra di liberazione. Nasceranno così antologie di poeti e narratori come António Jacinto, Mário de Andrade, Costa Andrade. Ovídio Martins, Gabriel Mariano, Viriato Cruz. Ci racconta come l’espressione della propria arte sia in questi scrittori espressione del desiderio di una patria libera e indipendente, per cui non stupirà l’esistenza di poeti/scrittori/ guerriglieri nei vari Fronti di Liberazione, gli anni di persecuzioni e torture da parte della Pide – la polizia politica portoghese - il duro carcere che molti di essi soffriranno.
La terza parte del libro è interamente dedicata a Agostinho Neto, alla sua vicenda umana e politica, al suo pensiero, alla sua poesia. Pedro F. Miguel ci spiega perché la poesia di Neto è “politica”:
“è politica non perché sia possibile ritrovare in essa le tracce di un’ideologia o di una particolare vicenda socio – economica. E’ politica perché si pone come monumento letterario fondante di una Storia. E’ politica perché ripropone in modo letterario le vicende esemplari di un popolo esiliato da se stesso e dall’umanità, che ritrova se stesso e l’umanità ricomponendo lo specchio frantumato della propria identità … perché pone con forza a tutti gli uomini gli interrogativi, oggi più che mai attuali, del diritto alla propria irripetibile e irrinunciabile unicità e diversità relativa … perché porta comunque a interrogarsi, a indignarsi, a soffrire e a sperare nell’universale vicenda dell’uomo oppresso e privato della sua libertà” (pag.118)
Ma ci dice anche che è pur sempre poesia, “respiro universale e primordiale dell’anima; orgogliosa e ferma autoaffermazione; civilissima e decisa mano tesa al mondo intero”. (pag. 118)
L’ultima parte del libro è un’antologia di testi poetici degli scrittori citati nella panoramica letteraria, con testo a fronte e traduzione in italiano, sempre ad opera di Pedro F. Miguel.
La scelta dell’autore di analizzare soltanto il periodo dal 1845 al 1980, fa sì che venga purtroppo trascurata l’opera e l’importanza di autori angolani come per esempio Pepetela o Luandino Vieira. Inoltre, l’aver focalizzato la sua (e la nostra) attenzione soprattutto sull’Angola ha creato uno squilibrio rispetto alle altre letterature di espressione portoghese, in particolare del Mozambico e di Capo Verde, dandone forse l’immagine errata di letterature di serie B, trascurando autori d’importanza internazionalmente riconosciuta come il mozambicano José Craveirinha – o dando giudizi opinabili come quello su Noémia de Sousa – o i capoverdiani Corsino Fortes, Eugénio Tavares, Baltazar Lopes.
Ci chiediamo quindi se, centrando il proprio lavoro solo sulla letteratura angolana e su Agostinho Neto, l’autore non avrebbe potuto evitare questo equivoco. Riservando a se stesso (e a noi) un maggiore approfondimento delle altre letterature in lavori successivi, con la stessa passione, la stessa profondità di analisi e ricchezza di contenuti.

Anna Fresu

© Scritti d’Africa, 09/10/2008