Template Joomla scaricato da Joomlashow

Novità in libreria

 

alt

 

Etiopia

Maaza Mengiste, Lo sguardo del leone

Traduzione di Massimo Ortelio

Neri Pozza, 2010

vd. anche la recensione a cura di Giulia De Martino

In un giorno del 1974, la vita di Hailu e di milioni di etiopi muta di colpo. Dal cielo terso e acceso dal sole di Addis Abeba, gli elicotteri dell'esercito imperiale lasciano cadere migliaia di volantini. Adagiandosi al suolo con la grazia di piume strappate, i fogli annunciano alla popolazione l'impensabile: la ribellione dell'arma a una «monarchia vetusta e decadente», incapace di assicurare alla giustizia i corrotti e i responsabili della carestia che flagella l'Etiopia.
Nei mesi seguenti l'imperatore Hailè Selassiè, subito dopo aver firmato l'ordinanza di scioglimento del governo e del consiglio della corona, viene arrestato e trasportato in una modesta casa sulla collina che sovrasta la capitale.
Nella notte fra il 26 e il 27 agosto del 1975, l'eletto del Signore, il monarca con nelle vene il sangue di re Salomone, il Leone di Giuda che ha combattuto Mussolini, viene soffocato con un cuscino e sepolto sotto il pavimento di una latrina, di fronte alla finestra dell'ufficio del nuovo tiranno, Menghistu.
Nei trent'anni trascorsi come medico del Prince Mekonnen Hospital, ribattezzato dal nuovo regime Black Lion Hospital, Hailu non ha mai visto una città così sconvolta come ora. Jeep e uniformi, marce militari e assemblee obbligatorie, una continua parata di manifesti propagandistici, stelle, falci e martelli, operai dall'aria fiera e con i pugni alzati e, soprattutto, incessanti arresti ed esecuzioni di intellettuali, notabili, aristocratici e funzionari imperiali finiti, inermi, nelle mani del Derg, il consiglio della rivoluzione, dopo essersi fidati della sua falsa promessa di non ricorrere a un bagno di sangue.
Il Derg ha trasformato persino l'ospedale in un luogo desolato, pieno di dottorini russi e pazienti etiopi mal assistiti e afflitto da una perenne scarsità di medicinali.
Hailu tuttavia, non si ribella. Continua la sua vita segnata dalla solitudine seguita alla morte della moglie per un male incurabile, anche quando scopre che il figlio più giovane, Dawit, non frequenta affatto i corsi universitari, ma le riunioni clandestine della resistenza studentesca contro il Derg.
Un giorno, però, al Black Lion Hospital viene trasportato il corpo di una ragazza avvolto in un foglio di plastica trasparente. Un corpo orrendamente torturato, i jeans e la camicetta a fiori letteralmente zuppi di sangue, i piedi che sporgono gonfi dall'estremità della barella. Un'oscenità inaudita, che costringe Hailu a drammatiche e inevitabili decisioni.
Opera strabiliante sulla tragedia di una rivoluzione e sull'insopprimibile bisogno di libertà degli esseri umani, Lo sguardo del leone svela, sulla scena letteraria mondiale, l'originalità e la potenza del nuovo romanzo africano.

 

altAngola

José Luandino Vieira, Di fiumi anziani e guerriglieri - I. Il libro dei fiumi
Gruppo Albatros, 2010

Prefazione di Roberto Francavilla, docente di Lingua e Letteratura Portoghese presso l’Università degli Studi di Siena

Lo chiamano Kapapa, “Razza”, perché ha i piedi come razze. È giovane, va a pesca con la sua barca a vela su un antico fiume della propria terra, l’Angola, umiliata dai colonizzatori portoghesi. Due soldati lo vedono, a loro Kapapa sembra un tipo sospetto, lo vogliono prendere, arrestare, umiliare. Ma Kapapa sfugge loro di mano come le anguille che pesca dal fiume, e scappa, scappa nella giungla e lì trova i guerriglieri cui si unisce, lì trova la storia degli antichi fiumi della propria terra, fiumi in cui scorre il sangue degli africani che da sempre resistono e lottano per la libertà e l’indipendenza.
In questo suo capolavoro, primo capitolo di una trilogia, José Luandino Vieira ci conduce attraverso i fiumi che delimitano la memoria di un popolo, di una nazione, di un intero continente, sfociando in una narrativa densa, sconcertante, favolosa.
 
“Ho visto fiumi. Fiumi primevi, primigeni, ante-nati del mondo, limacciosi torrenti di sangue disumano nelle vene degli uomini. L’anima mia scorre profonda come le acque di questi fiumi. Ma nella guerra civile della mia vita, io, nero, mi misi a pensare: troppi fiumi – alcuni li ho visti, altri sentiti, mi sono bagnato almeno due volte in quelle stesse acque.”
 
José Luandino Vieira, nato in Portogallo, ha acquisito la cittadinanza angolana per la sua partecipazione al movimento di liberazione nazionale e il suo contributo alla nascita della Repubblica Popolare dell’Angola. Arrestato dalla polizia portoghese, è stato lungamente detenuto per il suo impegno politico. A partire dal 1972 inizia la pubblicazione della sua opera, scritta
quasi interamente durante la prigionia. Tra i maggiori esponenti della cultura e della società angolana e africana, è stato insignito di prestigiosi riconoscimenti come il Premio Castelo Branco, per il suo libro d’esordio Luuanda, e il Premio Camões, il più prestigioso riconoscimento letterario portoghese, che tuttavia ha rifiutato.



Mozambico
Paulina Chiziane, L'allegro canto della pernice
Traduzione dal portoghese di Giorgio de Marchis
Edizioni La Nuova Frontiera, 2010 

Su questo romanzo, vd. anche la recensione a cura di Giulia De Martino

L'amore è una trappola per topi. Serafina lo ha sempre detto, Delfina ne è convinta, Maria das Dores lo scoprirà presto. Tre generazioni di donne per raccontare storie di amanti, madri, figlie, sorelle, puttane e mogli che hanno dovuto scegliere tra la libertà e il dolore, tra la fame e l'ipocrisia, per dimostrare al mondo che il paradiso è sempre tra le braccia di una madre.
Paulina Chiziane ci porta di nuovo in Zambesia, nel Mozambico degli anni Cinquanta, durante il regime coloniale portoghese e, ancora una volta, svela ai suoi lettori tutta la magia e la forza di una terra sconosciuta e affascinante.
L'allegro canto della pernice è un indimenticabile romanzo sull'amore, ma anche una spietata requisitoria sul razzismo che non potrà che scuotere le nostre rassicuranti certezze, puntando con coraggio il dito sulle responsabilità individuali di tutti: vittime e carnefici.

Paulina Chiziane è nata a Manjacaze, nel sud del Mozambico, nel 1955. Durante la guerra civile ha collaborato con la Croce Rossa Internazionale in alcune delle zone più colpite dal conflitto e attualmente è impegnata in Zambesia, dove coordina programmi di sviluppo per conto di organizzazioni internazionali. Nel 1990, ha pubblicato Balada de amor ao vento, diventando la prima donna mozambicana ad aver scritto un romanzo. Oggi, dopo Il settimo giuramento e Niketche. Una storia di poligamia, romanzi che l'hanno definitivamente consacrata come una delle voci più intense e originali della nuova letteratura africana, continua a definirsi una raccontarice di storie che recupera la ricca tradizione orale del suo paese. Le sue opere sono tradotte in molte lingue, tra le quali il francese, l'inglese, il tedesco e lo spagnolo. L'allegro canto della pernice è il suo quinto romanzo.

 


alt

Guinea Equatoriale

Donato Ndongo, Il metrò

Cura, traduzione e prefazione di Valeria Magnani

Edizioni Gorée, 2010


Obama Ondo vive in un villaggio rurale nel cuore dell’Africa nera. dove emergono tutte le contraddizioni del colonialismo.
Nella sua fuga verso la città, il protagonista prende coscienza dell’assenza di prospettive in un paese governato da una classe politica arrogante e corrotta, e comincia a sognare l’Europa. Lo attende una drammatica odissea per mare, fino all’incontro-scontro con la società dei «bianchi», tra alienazione e speranze di integrazione.


Un affresco vivo e coinvolgente dell’Africa post-coloniale e contemporanea, l’epopea personale di un uomo che è disposto a inseguire i propri sogni anche a costo della vita.

Una scrittura appassionante che trascina il lettore in un vortice di incontri ed emozioni forti.
Un racconto a più voci che non rinuncia al ritmo narrativo dei cantastorie africani, e che rivela il talento di uno degli autori africani più interessanti di questi ultimi anni.
«L’autore utilizza con arte la storia di Lambert Obama Ondo per guidarci a esplorare l’universo Africa in tutte le sue componenti: l’evoluzione della donna nel contesto sociale, la poligamia, la spiritualità, l’ottimismo, lo smantellamento delle strutture sociali e culturali tradizionali. E ancora, ci parla dei responsabili del divario nord-sud del mondo, dei manipolatori, della stregoneria e della medicina, di tutte quelle sfaccettature che nel nostro immaginario fanno dell’Africa un mito o una condanna». (Valeria Magnani)
 

Annotazioni:
«Nonostante avesse perso la sfacciataggine e l’insolenza dei suoi avi, Lambert Obama Ondo, membro del clan degli yendjok, si sforzava di affermare e mantenere viva la sua africanità in ogni luogo e circostanza».


 

altCiad 

Nimrod, Le gambe di Alice
Traduzione  di Cinzia Poli
Edizioni Nottetempo, 2010
Numero di pagine: 112
Prezzo: € 14,00


Dalla cattedra avevo occhi solo per il piede di Alice," racconta il giovane insegnante protagonista del romanzo. Quando ritrova la sua allieva nel furore della guerra civile che devasta il Ciad, l'uomo decide di portarla con sé nella fuga che lo allontana dalla capitale per avvicinarlo al villaggio dell'interno dove vive la sua famiglia. I piedi, le gambe, la verginità della ragazza sono un sortilegio che lo tiene avvinto per tutto il viaggio. L'incontro con Alice diventa una diversione nella fuga dalla guerra, dalla moglie, dalle regole. Diviso fra il desiderio di costruire con la ragazza un'illusione amorosa, e la consapevolezza della sua meta, l'uomo si dibatte fra l'ossessione erotica e l'ansia di arrivare a casa.

Nimrod (1959), pseudonimo di Nimrod Bena Djangrang, é romanziere, poeta e saggista. Nato in Ciad, vive attualmente in Francia dove ha ricevuto vari premi per le sue raccolte poetiche. Nel 2001 ha pubblicato il suo primo romanzo "Le gambe di Alice".

Egitto
 
Youssef Ziedan, Azazel
Traduzione di Lorenzo Declich e Daniele Mascitelli
Neri Pozza editore, 2010
€ 18,00
 
altUna cella di due metri per lato. Una fragile porta di legno sconnessa. Una tavola, con sopra tre pezze di lana e lino, e un tavolino con un calamaio e una vecchia lampada con lo stoppino logoro e la fiamma danzante. A Ipa, il monaco egiziano, non serve altro per vivere nel monastero sulla vecchia strada che collega Aleppo e Antiochia, due città la cui storia ha inizio nella notte dei tempi.
È il V secolo, un momento decisivo nella storia della Cristianità. Sono anni di violenza religiosa, di lotte e contrasti feroci, e la fede nel Cristo vuol dire scegliere una fazione, abbattere i propri nemici, e così decidere del proprio stesso destino.
Nestorio, l'abba che ha preso Ipa sotto la sua protezione, il venerabile padre con cui a Gerusalemme e Antiochia il monaco ha discusso liberamente dei libri proibiti di Plotino, Ario e degli gnostici, è nella tempesta. Nel 428 d.C. è stato ordinato Vescovo di Costantinopoli e ora, due anni dopo, è accusato di apostasia, la più terribile delle accuse, l'abbandono e il tradimento della fede nel Cristo. Il Patriarca Cirillo, l'Arcivescovo di Alessandria, ha scritto dodici anatemi contro l'«apostata», colpevole ai suoi occhi di non riconoscere che «il Cristo è Dio nella sostanza e che la Vergine è Madre di Dio».
Che Chiesa è mai quella che scomunica un saggio dal volto radioso, un uomo santo e illuminato che ha il solo torto di ritenere assurdo che «Dio sia stato generato da una donna»? Che Chiesa è quella rappresentata dal Patriarca Cirillo, capo di una diocesi dove i cristiani al grido di «Gloria a Gesù Cristo, morte ai nemici del Signore!» hanno scorticata la pelle e lacerate le membra della filosofa Ipazia, «la maestra di tutti i tempi»?
È un tempo infausto per il monaco Ipa, poiché a tremare non sono soltanto i pilastri della religione, ma anche quelli del suo cuore. Da quando il sole cocente della bella Marta è spuntato per lui ad Aleppo, Ipa ha conosciuto i sussulti dell'angoscia e i fremiti della passione. E gli orrori si sono impadroniti a tal punto della sua anima che gli sembra a volte di parlare con Azazel, il diavolo in persona.
Affascinante racconto delle peripezie umane, sentimentali e religiose di un monaco, sullo sfondo degli appassionanti conflitti dottrinali tra i Padri della Chiesa e dello scontro tra i nuovi credenti e i tradizionali sostenitori del paganesimo, Azazel è una di quelle rare opere letterarie capaci di gettare uno sguardo profondo e originale sulla Cristianità e l'Occidente, e di raccontare un'epoca in cui le pagine della storia avrebbero potuto essere scritte diversamente.

Angola
 
Pepetela, Il desiderio di Kianda
a cura di Vincenzo Barca e Serena Magi
Edizioni lavoro, 2010
Prezzo € 13
 
altNella Luanda dei primi anni Novanta un gruppo di governanti corrotti banchetta su un paese in miseria, mentre imperversa la guerra civile. A questa "casta" appartiene Carmina, la protagonista del romanzo. Votata alla carriera e moglie dispotica dell’inetto Joao Evangelista, la donna, in una rapidissima ascesa politica, accumula potere e denaro, sotto lo sguardo ingenuo del marito. 
 
Ma si verifica d’improvviso uno strano fenomeno: i palazzi della zona di Kinaxixi cominciano a collassare uno dopo l’altro, senza ragione apparente e senza provocare danni a persone o cose. Qual è la causa misteriosa di questi crolli? Cosa li lega a Kianda, lo spirito delle acque che abitava l’antico lago, scomparso per far posto ai nuovi edifici?
Con amara ironia Pepetela ci invita a ricostruire la pianta di una città, nel desiderio di restituire dignità e speranza agli abitanti. Un augurio e un atto di fiducia disincantato nel suo paese.
 
Pepetela, pseudonimo di Artur Carlos Mauricio Pestana dos Santos, è nato in Angola nel 1941. Nel 1969 aderisce al Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla) per combattere nella guerra d’indipendenza angolana e contemporaneamente inizia l’attività di romanziere. Nel 1997 vince il premio Camoes a riconoscimento del suo lavoro.

Mali
 
Moussa Konaté, La maledizione del dio fiume
Traduzione di Valeria Malatesta
Edizioni e/o, 2010
Prezzo € 16,50
alt
Un noir in terra africana, dove al mistero del delitto si mescolano gli arcani che avvolgono una cultura ricca di miti e leggende.  
 
In Mali nel villaggio di Kokri, lungo le rive del fiume Niger, vivono i pescatori di etnia bozo, profondi conoscitori del mondo acquatico e dei suoi misteri. Un giorno, durante la stagione secca, una tempesta sconvolge la loro vita lasciandosi dietro, al mattino, i corpi senza vita del capovillaggio e della sua sposa. Il commissario Habib e il suo fedele ispettore Sosso vengono incaricati di scoprire la causa di quelle morti inquietanti. Per i bozo, legati alle antichissime tradizioni della loro terra, la spiegazione è priva di misteri: Maa il Lamantino, il dio delle acque, si è vendicato. Figlio del continente nero, formatosi alla scuola dei bianchi, il commissario Habib dovrà condurre l’inchiesta destreggiandosi fra antiche credenze e incalzanti sospetti, l’Islam e l’animismo, la necessità di ascoltare gli anziani del villaggio e il bisogno di trovare le prove per giungere alla soluzione del caso. L’indagine però non sarà soltanto la ricerca della verità, ma una vera e propria avventura, affascinante e coinvolgente, scandita dal ritmo epico di concezioni ancestrali.
 
Nato in Mali nel 1951, Moussa Konaté è considerato il miglior rappresentante della letteratura del suo paese. Nei suoi romanzi esplora l’Africa contemporanea al fianco del commissario Habib, rivelandoci un continente diviso fra modernità e rispetto della tradizione. Si dedica alla scrittura dal 1981 e ha al suo attivo numerosi romanzi.