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Ponti, passaggi, percorsi interculturali tra Italia e Africa, di Marie-José Hoyet

  • Category: Articoli
  • Giovedì 01 Aprile 2010 19:16

 

 

In un primo tempo avevo pensato di prendere in considerazione l’esempio della Francia perché quello è il mio principale campo di ricerca universitaria ma si tratta di un contesto così diverso (si sono in effetti edificati molti ponti tra oriente e occidente, tra nord e sud, attraverso la letteratura, in particolare tra Francia e Algeria, grazie a testi che non negano i conflitti ma a partire dai quali si è tentati di capirsi a vicenda), che ho preferito concentrarmi sull’Italia anche perché è il paese in cui ho scelto di vivere, in cui opero per quanto riguarda la mia attività universitaria ed extra universitaria e perché la lingua italiana è quella in cui mi esprimo e scrivo abitualmente. Inoltre, dato che tutta la mia attività non accademica ruota da anni intorno alla diffusione della letteratura africana (e più in generale del mondo nero) in Italia, vorrei parlare di quello che conosco meglio, vale a dire di quello che negli ultimi due decenni si è fatto concretamente e con obiettivi mirati – cioè le operazioni sul terreno in cui credo molto, che ambiscono a un’autentica apertura all’altro e una reciproca conoscenza e accettazione – per tentare di costruire insieme un ponte tra Italia e Africa anche se, retrospettivamente, più che ponti mi sembrano oggi semplici passerelle[1] (come si dice in francese) o più esattamente piccoli sofferti – ma di certo preziosi – guadi.

 

Non entrerò qui nel merito delle tematiche affrontate dagli autori né tratterò i grandi problemi quali identità e alterità, che sono alla base di ogni apertura alla diversità e di ogni riflessione interculturale poiché di questo si tratta, ma partirò, per proporre un quadro sintetico della situazione odierna in Italia, dalla lapidaria frase che un editore africano, il camerunese Paul Dakeyo, ha messo in epigrafe al suo catalogo: “Les Africains écrivent, lisons-les” (Gli africani scrivono, leggiamoli). Per leggerli ovviamente devono essere pubblicati, devono essere reperibili, gli eventuali futuri lettori informati della loro esistenza e in qualche modo “guidati” verso tale scoperta.

Sembra qui del tutto lecito partire dall’assunto che la conoscenza e la comprensione delle culture straniere e, a maggior ragione delle letterature del mondo, si fa a partire della lettura e della circolazione dei libri. A tal fine, si è sviluppata in Italia, dalla metà degli anni ottanta un’editoria meritevole, a volte militante (come era già successo in forma minore negli anni sessanta dopo le Indipendenze africane), animata soprattutto da medi e piccoli (a volte piccolissimi) editori che, coadiuvati da specialisti e traduttori propongono, in traduzione italiana, per la maggior parte narrativa africana, poca saggistica e niente o quasi teatro.

In quell’ambito, pionieristiche sono state le ormai storiche Edizioni Lavoro. Nate a Roma nel 1982, si sono occupate inizialmente di sociologia e diritto, poi hanno allargato i loro interessi alla filosofia e alla religione, e soprattutto, alla narrativa straniera (oggi si direbbe “postcoloniale”). Risale infatti al lontano 1986 la nascita della collana “Il lato dell’ombra”, divenuta nel 1995 “L’altra riva”, che ampliando ancora il proprio raggio offre in traduzione e con sostanziosi saggi introduttivi, oltre agli autori africani in varie lingue europee – una cinquantina in catalogo oggi fra classici e nuove leve – scrittori di lingua araba e dell’area caraibica.

Per quanto riguarda l’Africa, si possono a tutt’oggi recensire una cinquantina di editori italiani, includendo anche i grandi che propongono solo saltuariamente titoli africani. Essendo ovviamente impossibili elencarli qui, mi limito ad alcune osservazioni sulle offerte di tale editoria, la quale ci appare in forte crescita ma un po’ dispersiva (due esempi: il primo premio Nobel di lingua araba (1988), l’egiziano Mahfouz è presente presso 6 editori diversi allo stesso modo del più innovatore drammaturgo e narratore africano di lingua francese, il congolese Sony Labou Tansi che, con solo 6 opere tradotte, è presente presso ben 5 editori diversi). Il che evidentemente non facilita la ricerca e, aggravato dalla spesso inefficace distribuzione editoriale e dalla quasi inesistente promozione (lasciata all’iniziativa di pochi tenaci militanti), scoraggerebbe anche il meglio disposto fra i lettori. Comunque si tratta di un campo in continuo fermento, gli editori – ognuno con caratteristiche proprie – che includono l’Africa in catalogo sono sempre più numerosi con sedi che coprono tutto il territorio italiano da Nord a Sud, e se in certi casi si può forse parlare di un effetto moda senza vero progetto editoriale, tutti contribuiscono a dare un po’ più di visibilità alla letteratura africana.

         Le più attive oltre alle Edizioni Lavoro sono state negli anni Jaca Book (Milano) con preziosi titoli soprattutto di saggistica (arte, storia, religione) e qualche grande classico di narrativa, e ovviamente le conosciutissime EMI (Edizioni Missionarie Italiane di Verona), con il lungo e capillare lavoro che hanno intrapreso da tempo e che continuano a svolgere, in particolare nel campo dell’educazione rielaborando il ricco patrimonio delle favole tradizionali, e della saggistica con collane quali “Cittadini del Mondo” e “Popoli e culture”, in cui gli esempi africani sono maggioritari.

         All’Africa si sono avvicinati più recentemente altri editori come Epoché (Milano) che nato nel 2003 è riuscito in pochi anni a stilare un catalogo diversificato e di qualità quasi tutto africano. Anche le ormai notissime edizioni e/o (Roma) offrono vari titoli africani di successo. Infine, non posso fare a meno di menzionare le lodevoli Edizioni dell’Arco che distribuiscono i libri per strada in tutta Italia tramite una fitta rete di venditori ambulanti senegalesi.

         In questo breve panorama, un posto a parte è occupato dalla sempre dinamica Sinnos (cooperativa sociale nata a Roma nel 1991) che si contraddistingue per originalità e innovazione con varie collane di intercultura non solo africane, rivolte essenzialmente ai giovani e all’educazione interculturale. È stata la prima a proporre scritti bilingui di autori stranieri, tra cui alcuni testi autobiografici africani, nella collana “I Mappamondi”, con ad esempio il volume Aulò. Canto-poesia dall’Eritrea (1993) di Ribka Sibhatu, con testo in tigrino e in italiano a fronte, che costituì allora un vero exploit.

In effetti, intorno al 1990 nasce un campo totalmente nuovo nel paesaggio letterario italiano, quello della cosiddetta letteratura della migrazione o letteratura migrante, prodotta da stranieri che hanno scelto di scrivere in italiano. Anche in tal caso le Edizioni Lavoro hanno dimostrato estrema sensibilità a questo nuovo ramo, pubblicando due opere del tunisino Mohsen Melliti tra il 1992 e il 1995. Da allora, per quanto riguarda l’Africa, ci siamo trovati in presenza di due aree letterarie distinte: la prima che comprende la letteratura filtrata dalla traduzione e la seconda che produce testi direttamente in lingua italiana.

Per quella tradotta, ci si può orientare con un ottimo strumento (unico nel suo genere, anche se è stato imitato), la Bibliografia della letteratura africana edita in Italia dal 1913 al 1999, a cura dell’associazione “Scritti d’Africa”, pubblicata dall’ISIAO nel 2001 e aggiornata a mano a mano sul sito dell’Associazione.  

Per quella scritta in italiano, si dispone di Basili (Banca dati sugli scrittori immigrati in lingua italiana), creata nel 1997, da Armando Gnisci, primo scopritore di talenti e primo a intuire l’entità del fenomeno e a dare dignità e visibilità agli scrittori migranti grazie a numerosi scritti[2] e a molteplici iniziative che coinvolgono un sempre maggior numero di persone. Nel bollettino di sintesi del novembre 2008, il database Basili registra 325 scrittori di 83 nazionalità diverse fra cui 107 africani (più di un terzo) e le aree (23 stati nel complesso) maggiormente rappresentate sono: il Maghreb (29); il Corno d’Africa (17) e il Senegal (10). Per fare un solo esempio, menzionerò il grande successo dell’algerino Amara Lakhous, con Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio (e/o, 2006), romanzo vincitore di numerosi premi fra cui il prestigioso Premio Flaiano e subito tradotto in lingua francese, che ha spinto il suo editore a fondare una collana di letteratura italiana tradotta in arabo, diretta dallo stesso Lakhous. Autentico ponte quest’ulteriore passo in avanti, alla pari di quelli costruiti nel tempo dalla Sinnos, divenuti inaggirabili punti di riferimento per l’area considerata qui. La Sinnos ha ulteriormente rafforzato il suo progetto con la creazione di una nuova collana di saggistica (volta a proseguire quello inaugurato e poi abbandonato da Città Aperta con il saggio collettivo a cura di Gnisci, Nuovo Planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa, pubblicato nel 2006) e di narrativa, sempre ideata da Gnisci, intitolata “Nuovo immaginario italiano”, come il primo – eccellente – volume apparso nel 2009, Nuovo immaginario italiano. Italiani e stranieri a confronto nella letteratura italiana contemporanea[3]. Si delinea così un nuovo scenario letterario italiano e transnazionale nel quale dialogano testi italiani e testi di migranti in lingua italiana, che facendo da contrappeso a stereotipi, ignoranza e razzismo, offre anche qualche sorpresa in quanto a formazione dell’immagine di sé e dell’altro.

Per la didattica sono disponibili un gran numero di guide alla lettura dei testi africani e di percorsi elaborati in un’ottica interculturale. Penso agli eccellenti volumi ideati dal Cres (Centro ricerca educazione allo sviluppo, in coedizioni con le Edizioni Lavoro, nel lontano 1997), quali Lo straniero. Letteratura e intercultura e Noci di cola, vino di palma,[4] interamente dedicato all’Africa.

L’editoria così come altri numerosi strumenti che si stanno via via affinando offrono un largo ventaglio di opportunità, che oltre agli addetti ai lavori e operatori culturali, cominciano a toccare un pubblico più vasto. Va comunque in primo luogo menzionato il lavoro svolto dalle molteplici associazioni di volontari e dalle cooperative culturali – ognuna con caratteristiche proprie e apprezzabile operato – che hanno promosso iniziative (bibliografie, antologie, guide, concorsi, festival), fra le quali mi limiterò a illustrarne una sola, l’associazione “Scritti d’Africa”, che ho già citata prima, e che rappresento oggi in questo convegno. L’associazione è costituita da un gruppo di volontari che opera a Roma dal 1997 con l’obiettivo di informare e sensibilizzare il pubblico italiano alle culture dei diversi paesi africani, in particolare promuovendo una maggiore conoscenza delle letterature africane nonché della "letteratura migrante" in lingua italiana, campo in cui l’associazione fin dall’inizio ha svolto un grande ruolo nell’incoraggiare i singoli autori a perseguire le vie della scrittura. “Scritti d’Africa”, come si può leggere sul sito dell’associazione, aggiornato di continuo, “realizza quindi incontri con scrittori, presentazioni di libri, dibattiti, reading, spettacoli teatrali, progetti con le scuole e altre iniziative legate al continente africano (attività di ricerca e collaborazione con istituzioni pubbliche e private e di qualsiasi nazionalità), nella consapevolezza che solo attraverso il riconoscimento di tale patrimonio culturale possa essere superata l’immagine stereotipata che la maggior parte degli italiani ha del continente africano".

Valorizzare la scrittura diasporica è anche il compito specifico che si sono assegnato alcune riviste online fra cui le più importanti sono Kúma, ideata da Gnisci e El-Ghibli, diretta da uno scrittore migrante, il senegalese, Pap Khouma, alle quali si sono aggiunte Sagarana, Letteranza e la recentissima Scritture migranti. Online ci sono comunque tante altre opportunità: esiste WikiAfrica, diviso in settori fra cui la letteratura e la scrittura, volti ad africanizzare Wikipedia, contribuendo attraverso ricerche ed eventi a migliorare le voci sugli autori africani.

Per quanto riguarda le librerie, a Roma, l’unica specializzata nell’Africa è Griot con un apprezzabile calendario di eventi, ma esistono altre librerie “amiche” aperte all’intercultura in generale come Odradek, Giufà, Bibli. Negli ultimi anni anche le biblioteche del Comune di Roma si sono attrezzate  e hanno, come numerose scuole del centro e della periferia, scaffali interculturali a disposizione di insegnanti e allievi e organizzano incontri con specialisti e autori africani.

Si sono diffusi premi e concorsi, dai primi bandi per la narrativa di Eks&Tra a quello in corso per il 2010, dedicato al teatro africano migrante, promosso dall’Accademia dei filodrammatici di Milano e dal Centro di drammaturgia contemporanea, oppure quello di “Lingua madre”, nato nel 2005 in seno alla Fiera del libro di Torino, una delle rare istituzioni a dare spazio agli scrittori africani italofoni.

Nell’ambito universitario, vanno segnalate le attività finalizzate alla conoscenza delle culture della migrazione mediante l’organizzazione di convegni e seminari di gran respiro, fra cui citerei il prossimo “Seminario creolo”, ideato da Gnisci in collaborazione con Sinnos e La Repubblica e finanziato dalla Provincia di Roma, che si terrà alla Sapienza a partire dal 20 gennaio 2010. Inoltre, la recente attivazione di master di mediazione interculturale destinati a futuri operatori tra cui sono iscritti alcuni stranieri e i numerosi laboratori interculturali offrono occasioni uniche per interagire, e hanno, a volte, per missione di suscitare la scrittura “insieme” di migranti e di italiani. Un posto a parte occupa la onlus Asinitas, nata nel 2005 a Roma, che si prefigge di realizzare contesti di accoglienza e di creare una comunità di apprendimento con lo sviluppo di un senso di appartenenza ad un gruppo. Alcuni centri accolgono così per alcune ore settimanali, rifugiati politici (soprattutto del Corno d’Africa) in attesa di permesso di soggiorno, per diffondere la pratica della scrittura, insegnando loro prima a leggere e scrivere l’italiano e facendo confluire alcuni dei loro primi scritti in piccole ma significative pubblicazioni.

 

Il primo ponte resta ovviamente quello della lingua, la parola è il punto obbligato di incontro, e se, nel caso dei testi tradotti, siamo stati noi ad avvicinare gli scrittori migranti alla lingua italiana, nel secondo caso sono loro, gli scrittori migranti, ad avvicinarsi con grande disponibilità alla lingua ospitante e a compiere il primo passo verso la nostra lingua. Il che non significa appropriarsi dei modelli culturali dominanti rinunciando ai propri, ma essere coinvolti in un processo molto più complesso di creolizzazione della lingua. Due gesti ben distinti ma con un unico obiettivo. Infatti, quale strumento più dell’espressione artistica ha la capacità di fare uscire lo straniero da una marginalizzazione forzata che gli imponeva il silenzio, e di mediare tra una realtà culturale e l’altra? Ne consegue una lingua con ibridazioni e sovrapposizioni, una lingua creolizzata, usata con molteplici modalità che fanno l’originalità e il pregio dei singoli testi. Gli autori ci consegnano nello stesso momento stratificazioni dei mondi diversi che abitano, reinventando il nostro italiano e ribaltando i cliché.

“Interessarsi alla parola letteraria e politica degli scrittori migranti può avere per noi anche uno straordinario valore critico, quello di aiutarci a rivedere la nostra storia […]. Scrivono per noi, perché possiamo ascoltare le loro storie e il loro immaginario che è già diventato un immaginario comune”, scrive Gnisci, in Ventennio, testo inedito che farà da introduzione al già citato “Seminario creolo”. La letteratura diviene allora l’ambito privilegiato dove ascoltare le voci incrociate e dialoganti, che descrivono dall’interno i mutamenti della società e promuovono una nuova educazione alle relazioni umane. Denunciando con i propri scritti e i propri punti di vista, la persistenza delle categorie ereditate dall’ideologia coloniale, stimolano il ripensamento della storia e della letteratura italiana e possono costituire un valido strumento per contrastare i meccanismi di marginalizzazione e di razzismo. Ci troviamo spesso davanti a pagine che non solo presentano un quadro ben poco glorioso dei nostri comportamenti ma che entrano in presa diretta nel dibattito su che cosa sia la letteratura oggi.

L’alta presenza femminile registrata in un certo numero di pubblicazioni che mettono in luce il carattere specifico di tale scrittura è confermata da un interessante volume con interviste di scrittrici provenienti a vario titolo dalle ex colonie italiane, appena apparso presso la neonata casa editrice Caravan e intitolato La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi.[5]

            Rimane comunque per lo scrittore straniero il problema di come inserirsi nel sistema di produzione italiano, cioè i luoghi consacrati dell’editoria e della stampa culturale italiana che in alcuni campi, come ad esempio il teatro, resiste  fortemente a un ampliamento degli orizzonti culturali, anche se più di tutte proprio per sua natura, l’esperienza teatrale è atta – oltre all’evidenza che i sincretismi in ambito artistico in generale e in ambito teatrale africano in particolare hanno molto da insegnarci – a creare occasioni di dibattito collegate all’attualità e a realtà a noi poco accessibili. L’incontro euro-africano tramite un nuovo discorso estetico-letterario è pieno di sfaccettature impossibili da passare in rassegna qui, ma è chiaro che il campo teatrale africano riveste aspetti specifici che andrebbero analizzati proprio per le sue precipue dinamiche. Occorre oggi più che mai ricordare le parole insistentemente ripetute, già negli anni ottanta, dal drammaturgo Sony Labou Tansi, la cui opera è incentrata su una scommessa, quella di “scrivere per svegliare gli uomini […], di provare al mondo che c’è ben altro in Africa oltre al folklore”, al fine di infondere nuova linfa vitale grazie a un immaginario condiviso.

Se si vuole fare realmente da ponte tra le culture mediante la letteratura, occorre in primo luogo lottare sistematicamente contro le diffidenze e gli stereotipi veicolati dai media che, a ben guardare, ci informano più che sui supposti rischi dell’immigrazione sul cattivo stato di salute della società civile italiana. A proposito dei rapporti Africa-Europa, si deve prender atto che il tema della migrazione, con i complessi intrecci dei flussi migratori e le loro dinamiche, domina ormai stampa e televisione e che i diffusi pregiudizi razziali, nell’impedire di esaminare ciò che struttura effettivamente le analisi delle grandi questioni interculturali, occultano i processi di trasformazione in atto all’interno della nostra società, mentre da tempo in altri Paesi hanno portato a un radicale cambiamento di prospettiva e a una società in via di creolizzazione, a un “Tutto-mondo”, secondo il concetto sviluppato dal grande pensatore caraibico Edouard Glissant.[6]

Dato che sotto l’impatto crescente delle migrazioni, ineluttabilmente, anche la società italiana si sta lentamente evolvendo verso la mescolanza e l’ibridazione, nessuno può negare la necessità di un rinnovato approccio della nostra presenza al mondo. Il ruolo della letteratura soprattutto quando racconta i mutamenti della società italiana e prospetta altre forme di “relazione”, sempre nell’accezione glissantiana, che attraverso la transnazionalità, essa stessa si svecchia e promuove una nuova percezione dell’umano che trova nella letteratura la sua espressione più congeniale.

Per essere all’altezza delle sfide del XXI secolo, preso atto che i fermenti venuti da fuori possono essere non più un ostacolo ma un viatico, accogliere l’approccio “affrancato” del fenomeno della migrazione e della letteratura migrante predisposto da operatori, passeur, traghettatori che fanno da ponte con obiettivi limitati ma molto mirati con le varie comunità africane presenti sul nostro territorio. Certo, alla luce dei recenti eventi italiani di matrice razzista, interrogarci sui valori del nostro vivere civile è l’impellente dovere che ci deve far muovere, sempre che, per riprendere la metafora del ponte, come teme Claudio Magris in un recente articolo dedicato proprio a Glissant, intitolato Vivere significa migrare, non si alzino da tutte le parti ponti levatoi per isolare, ponti dietro ai quali trincerarsi per escludere l’altro e isolare anche se stesso”[7].

 

Fonti principali:

www.disp.let.uniroma1.it/basili

www.scrittidafrica.it

www.disp.let.uniroma1.it/kuma/kuma.html

www.el-ghibli.provincia.bologna.it

www.eksetra.net

www.sagarana.net/

www.letterranza.org

www.passerelles.org

www.asinitas.org

 

 

 



[1] Cfr. la rivista francese curata da una ong, chiamata proprio Passerelles. Revue d’Etudes interculturelles e la rivista pubblicata in Italia in lingua francese dall’Università di Milano dal 2001, Ponts/Ponti. Langues littératures civilisations des Pays francophones.

[2] Cfr. tra gli altri, Armando Gnisci, Creolizzare l'Europa. Letteratura e Migrazione, Meltemi, Roma, 2003; Via della Decolonizzazione europea, Cosmo Iannone, Isernia, 2004; Decolonizzare l’Italia, Bulzoni, Roma, 2007.

 

[3] Maria Cristina Mauceri e Maria Grazia Negro, Nuovo immaginario italiano. Italiani e stranieri a confronto nella letteratura italiana contemporanea, Sinnos, Roma, 2009.

[4] Lina Grossi, Rosa Rossi, Lo straniero. Letteratura e intercultura, Cres/Edizioni Lavoro, Roma, 1997; L. Bottegal, R. Di Gregorio, A. Di Sapio, C. Martinenghi, Noci di cola, vino di palma. Letteratura dell’Africa subsahariana in un’ottica interculturale, Cres/Edizioni Lavoro, Roma, 1997.

 

[5] Daniele Comberiati, La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall’Africa coloniale all’Italia di oggi, Caravan edizioni, Roma, 2010.

[6] Edouard Glissant, Tutto-mondo (a cura di M.-J. Hoyet), Edizioni Lavoro, Roma, 2009.

[7]  Cfr. “Vivere significa migrare”, conversazione di Claudio Magris con Edouard Glissant, Corriere della sera, 1/10/2009.