Tahar Ben Jelloun-La punizione- recensione a cura di Rosella Clavari

 

Tahar Ben Jelloun

La punizione

ed. La nave di Teseo , 2018

traduzione di Anna Maria Lorusso

 

Tahar Ben Jelloun nasce come poeta e questo racconto lo conferma; si fa conoscere infatti dai suoi primi persecutori proprio come autore di versi poetici. Nato a Fès, nel 1944 nell'allora Marocco francese è stato testimone di numerosi rivolgimenti politici in seno alla sua terra ma il primo che lo ha toccato profondamente è quello di cui è stato vittima e testimone in prima persona. Solo dopo 50 anni trova la forza di parlarne in questo che, più che un romanzo, è un documento biografico di una violenza fisica e psicologica esercitata dal potere militare, su di lui e su altri 93 giovani ventenni.

Rei di avere manifestato pacificamente nelle strade di Casablanca e Rabat nel marzo del 1965 vengono puniti dal governo del re Hassan II; chiamati per prestare un normale servizio militare, in realtà vivranno lontano dalle loro famiglie un'esperienza devastante durata 19 mesi, nel campo di El Hajeb. Umiliati prima con una rasatura a zero dei capelli con un rasoio usato infinite volte, poi con la denutrizione, i maltrattamenti, gli esercizi fisici col caldo e col freddo estremo, al limite della resistenza, da principio sono tenuti all'oscuro del vero motivo del loro arresto. 

Conoscono la solitudine di una stanza con le pareti di terra, detta tata, e la spietatezza di un capo militare chiamato Aqqa “non dimenticare il mio nome, suona come la morte”. Qual' è il fossato che separa Aqqa dai giovani prigionieri? Di fronte alla sensibilità e all'intelligenza il potere oppone la brutalità e la stupidità.  Quando lo sconforto diventa totale, resta solo la preghiera : “chiedo in silenzio la benedizione dei miei genitori, prego Dio e il suo profeta, prego il cielo e le stelle, prego le foreste e il mare, i giardini e gli orti, e conto i minuti. ..[...] Qui non si scherza,. Qui non si inventa.. Ogni forma di immaginazione è vietata. Qui, si obbedisce, punto e basta”. Ad Aqqa seguirà il colonnello Ababou ancora più spietato. Tra i ritratti  dei compagni più vicini spiccano l'ebreo Marcel che ha l'ardire di chiedere un menù diverso durante il ramadan e fortunatamente non viene punito per questo, Abdibine che fa a turno con gli altri il comandante del gruppo con vera capacità data la sua militanza nel partito comunista , infine Larbi e Zaki con cui assaporerà i primi momenti di libertà.

Mentre loro stanno prigionieri in quel campo, il giovane protagonista si chiede perché fuori si parli di guerra contro i fratelli algerini e perché Israele dichiari guerra nel 1967 ai paesi arabi a sua volta. L'odio gratuito e la guerra sono per lui incomprensibili; un suo amico comunista  odia tutto ciò che viene dall'America, Coca-Cola compresa. Lui invece ama il jazz, il cinema americano, e anche la famigerata bibita....Naturalmente non condivide le atrocità commesse in Vietnam.

In uno stile asciutto, fatto di brevi periodi in sequenza, a tratti lirico, a tratti realistico, l'autore descrive il suo stato d'animo e le sue strategie di sopravvivenza. Che la letteratura, il cinema, la musica siano un antidoto efficace contro l'oppressione e il soffocamento del potere ce lo dimostra più volte. Il primo incontro che ricorda con la donna amata è intriso di letteratura e cinema; insieme condividono la lettura de “Lo straniero” di Camus, insieme si immedesimano in Cary Grant e la Bergman.  D'altronde la sua passione cinefila, lo aveva portato a condurre il cineclub di Tangeri a soli quindici anni; spesso ricorda l'immagine di Charlot, il piccolo genio vendicativo a difesa di tutti gli umiliati del mondo. Si aggrappa ai ricordi della sue letture: Dostoevskij, Cechov, Kafka, Hugo.....la poesia di Rimbaud. Quando chiede al fratello il libro tascabile più grosso che possa trovare, gli arriva l' Ulisse di Joyce di 900 pagine con un biglietto allegato : hai da leggere almeno per un mese.

Ciò che non  possiede, che non si ha accanto sa che lo può sognare: il sorriso della nonna, le parole ammonitrici del padre, l'abbraccio tenero della fidanzata che al suo ritorno non troverà più disponibile ma già legata a un altro. Come in altri racconti di prigionia vediamo emergere gli aspetti essenziali della vita come la fede, l'amore, gli affetti familiari e l'arte capace di far dimenticare per pochi istanti il dolore della perdita della libertà. 

Quando verrà liberato, il ragazzo si potrà laureare in filosofia nel giugno de 1968. Ormai divenuto professore di filosofia, nel luglio del 1971, in seguito a nuovi disordini sociali, verrà convocato di nuovo per essere arruolato ma stavolta deciderà di partire per Parigi. Senonché  proprio in quel mese e in quell'anno, l'odiato colonnello Ababou sferra un colpo di stato ai danni del re, durante il suo compleanno: una strage con centinaio di morti nella lussuosa residenza estiva del re a pochi chilometri da Rabat, ma il re è salvo e i militari, quelle facce che in 19 mesi il ragazzo aveva visto sfilare sotto i suoi occhi, vengono quasi tutti arrestati e fucilati nel giro di pochi giorni. Cosa ci si poteva spettare da loro? L'autore dice: “ parlano di giustizia  di democrazia, ma sono persone senza fede, né legge”; un triste copione che ben conosciamo svolgersi anche in altre parti del mondo e in particolare dell'Africa.

Ben Jelloun, in questo romanzo autobiografico, parla di una drammatica fase della sua vita. Dal momento della sua liberazione, farà parte di quelli che ce l'hanno fatta, che non sono impazziti, né sono stati uccisi o sono morti suicidi. La sua missione sarà scrivere e scrivere anche di queste cose, soprattutto di ciò che non ci rende liberi come il potere, il razzismo, la mancanza di cultura.