Kamel Daoud - Zabor o I salmi- recensione a cura di Giulia De Martino

 

 

 

 

 Kamel Daoud

 Zabor o I salmi

 La nave di Teseo, 2019

 traduzione di Sergio Claudio Perroni

 

Di questo autore abbiamo parlato nelle precedenti recensioni de “La prefazione del negro”, apparso nel 2013 e de “Il caso Meursault” del 2015; con “Zabor” ha vinto il prix Mediterranée nel 2017 in Francia. E' conosciuto soprattutto per la sua rubrica “Raina raikoum” (la mia opinione la vostra opinione) sul giornale Le Quotidien d’Oran, in cui ha sempre espresso chiaramente le sue opinioni in merito alla storia d’Algeria, all’integralismo religioso, alla condizione delle donne, al governo dell’Fln.  Affascinato da giovane dal radicalismo islamico se ne distacca vigorosamente man mano che si allarga la sua cultura e si avvicina alla letteratura francese e non, alle potenzialità enormi di conoscenza del mondo che gli offre l’immaginario letterario, coltivando una grande fede nei libri come strumenti di emancipazione dal pensiero unico.

E’ un testo di non facile lettura, in cui si misura la conoscenza che ha il lettore di tutti i testi o i titoli citati e anche di quelli coranici e biblici.

Apparentemente ci troviamo nel solito polveroso villaggio agricolo-pastorale, flagellato dalle tempeste di sabbia, con la moschea e il minareto al centro, la scuola e i due cimiteri, quello vecchio dei coloni francesi e quello degli abitanti di Aboukir: immagini viste e lette in film e romanzi che ci parlano della vita grama degli algerini delle zone rurali. Ma la sua descrizione è affidata ad un ragazzo, speciale diremmo noi, un mentecatto sostengono i compaesani… Ne esce fuori una geografia da realismo magico, fatta di siepi altissime di fichi d’india, di albe e tramonti immersi in sussurri di vento e polvere, di cieli stellati, di case scrostate e in cima alla collina, la casa dei possidenti del luogo, la famiglia del ricco macellaio ‘dai mille coltelli ‘ Hadji Brahim Hbib, cui appartiene il ragazzo.

Questo è lo scenario in cui si colloca una vicenda che dura tre giorni, quelli dell’agonia del padre Brahim, ormai vecchio e malato, cui tenta di allungare la vita il figlio, che si è costruita una fama di guaritore attraverso la scrittura.

In realtà in questi tre giorni ci passa davanti tutta la vita di Ismail, il figlio  di Brahim, che tenta di spiegarci come è arrivato ad avere uno strano dono: scrivendo particolari che riguardano le esistenze degli abitanti di Aboukir, qualsiasi cosa, dalle importanti alle minime, riesce a salvare i suoi compaesani da morti imminenti. Nel villaggio ormai si parla di un boom di centenari che passeggiano e sbavano, felicemente immemori talvolta, di bimbi strappati a morti precoci, di mamme salvate da parti pericolosi. Solo dagli incidenti non può salvare nessuno. Ma si sa i  limiti esistono anche per i doni divini…

Non è una novità, nel mondo musulmano, che ci si salvi portando addosso versetti coranici, ingurgitando pozioni ottenute da  pagine  sacre, quasi che le lettere dell’alfabeto arabo possano operare il miracolo: ma il fatto è che il giovane Ismail non scrive in arabo, bensì in francese, la lingua amata-odiata da tutti gli algerini. Perciò è un eroe, ma tenuto ai margini, ai limiti della stregoneria: si ricorre a lui di notte, nel momento del bisogno, per poi scansarlo di giorno, imbarazzati dall'essere in debito con lui per la vita di un caro congiunto.

Il dono di Ismail nasce come riscatto da una vita difficile: viene abbandonato con la madre in un villaggio ai bordi del deserto, dopo il ripudio della donna che ben presto muore; è richiamato dal padre a vivere con la nuova moglie e i fratellastri per poi essere relegato in una vecchia casa di coloni francesi ai piedi della collina, con il nonno demente e muto e affidato alle cure di Hadjer, la sorella zitella del padre. Perché? La nascita di questo figlio è stata una continua onta per il padre: fin da piccolo, ematofobo, in seguito alla visione del sangue versato  da un montone, sgozzato dal padre per l’Aid; dopo, in preda a crisi epilettiche, emicranie, attacchi di panico e per giunta diventato vegetariano in casa di un macellaio... Come può il rozzo, volgare, autoritario Brahim accettarlo come suo discendente? In ciò spinto dalla matrigna e i fratellastri, in particolare, il più grande che sostiene di essere stato spinto nel pozzo proprio da quel figlio ‘strano’.

Dunque Zabor non è il suo vero nome, ma è quello che lui si da quando comincia a crescere, con le amorose cure della zia. Bisogna ricordare che in arabo Zabor indica il libro dei salmi di Daoud ( l’autore ha giocato anche con il suo nome ?) cioè David, libro divino che il profeta Mohamed riconosce come antecedente sacro al Corano, insieme al Talmud e ai Vangeli.

Si costruisce una fiaba barocca che rincorre i testi sacri con mille rimandi: Brahim- Abramo con il suo coltello sacrificale pronto a sgozzare il figlio per ordine divino; la gelosia fraterna di Caino- Abele rivissuta con il fratellastro che lo odia di più; i fratelli- figli di Giacobbe  e il male fatto a Giuseppe e al più piccolo e indifeso Beniamino-Zabor; Giona e la balena; Hadjer-Agar la schiava con cui Abramo ha concepito Ismaele, destinata al deserto e ad una vita oscura, senza amore.

C’è anche il gemello malefico Aissa-Gesù , suo compagno di scuola coranica, che abbandona il suo nome per diventare il malvagio Hamza, prototipo dell’integralista,  antagonista perfetto fino alla fine del romanzo di Zabor che scrive e canta i suoi salmi di vita:  la sua scrittura immaginifica e salvifica è  meglio delle interpretazioni riduttive che si danno del Corano, ridotte a formulette bau-bau  per instillare la paura dell’Inferno, attraverso interdetti, ormai unicamente nelle mani di gente che non sa neanche dove sta di casa una spiritualità autentica.

Ma il lettore deve fare i conti anche con il pappagallo di Robinson Crusoe, testo mitico per l’autore, da noi già incontrato nella “Prefazione del negro”; inoltre tutta una letteratura, diciamo così di serie b, lo inizia alla conoscenza della sessualità e del desiderio, con molti libri che probabilmente il ragazzo non ha mai letto, limitandosi a fantasticare sui titoli e in quelli inserire storie altro, mescolando generi, personaggi, idee. Il francese lo aveva fatto appena in tempo a conoscere, durante la sua breve permanenza nella scuola pubblica, abbandonata per gli atti di bullismo cui veniva sottoposto dai compagni, nei quali suscitava invidia, perché a dispetto di un corpo non funzionante, di una voce belante di capra e di una andatura strisciante da serpente, mostrava di possedere un cervello di prim’ordine e una facilità nell’apprendere.

Nella scuola coranica non gli era andata meglio: imparava le sure con straordinaria rapidità, suscitando sospetti e rancori e sempre aspettando qualche spiegazione, qualche considerazione che non veniva mai dal maestro, ammirando però la melodia magica che proveniva dalla recitazione e combinando in modo insolito le bellissime lettere dell’alfabeto, cercando quei significati che il maestro gli negava.

Escluso dalla famiglia, escluso dalle scuole, protetto dalla zia, il cui corpo intravisto talvolta e da cui veniva abbracciato costituiva tutta la sua conoscenza del femminile, si dedica ad un’impresa titanica: trovati vecchi libri in francese comincia ad apprenderne da autodidatta la struttura e il lessico, combattendo con un vecchio dizionario.  Si sa, le lingue non sono perfettamente traducibili, perché segnano il passaggio da una cultura all’altra che ci è ignota: scopre che il berbero locale, la lingua di Hadjer,  non è sufficiente per esprimere tutto quello che vuole, che l’arabo è la lingua del passato, la lingua di Dio che non si può cambiare, dei morti della guerra di liberazione, dei matrimoni e dei funerali, dei doveri e degli interdetti, ma  non gli serve per parlare della sua intimità quotidiana, del suo corpo, degli affetti e delle emozioni di adolescente.

Il francese e  la letteratura  sono  il suo primo strumento di ribellione contro i libri sacri. Ma gli viene in aiuto, più tardi, la lettura delle “Mille e una notte”, un classico della letteratura araba. Sherazade racconta storie per salvare se stessa dalla decapitazione da parte del malvagio sultano. Zabor comprende che lui non vuole salvare solo se stesso, ma anche tutti gli altri e, novello Sherazade, verga migliaia di quaderni in francese, che periodicamente seppellisce sotto gli alberi, per farli tornare da quella stessa forza vitale da cui erano stati generati: la lotta dell’uomo contro la morte, attraverso la coltivazione della memoria.”Scrivere è l’unico stratagemma efficace contro la morte. Gli uomini hanno provato con la preghiera, le medicine, la magia, i versetti ripetuti a litania, l’immobilità, ma penso di essere l’unico ad aver trovato la soluzione: scrivere”.

Certo il povero giovane, ormai ventinovenne, scapolo, senza figli, innamorato di una donna divorziata, perciò semi prigioniera in casa, che  probabilmente non riuscirà mai a sposare, si carica di una responsabilità grandissima: se, per qualche motivo deve interrompere la scrittura, la morte avanza, perciò lui deve scrivere e ricordare senza sosta.

Durante l’agonia paterna (ma lo vuole davvero salvare questo padre che non lo ha mai amato?) cerca di scrivere il quaderno più bello, ma per fare questo si distrae, ingaggia una lotta con un vento che sembra gli impedisca di uscire e compiere tutto il suo dovere. Il padre non si salva. Ma lui sì. Si sente libero  finalmente dalle responsabilità di cui si era caricato, di fronte a possibilità infinite di conoscenza del mondo. Libero dalla malattia  dei libri unici, siano essi sacri, rossi o verdi, che pretendono di avere detto tutto, una volta sola e senza possibilità di discussione successiva e  che vengono utilizzati per asservire gli altri e non per liberarli.

Un libro fantastico in ogni senso, con i suoi assi portanti che sono la lingua, la condizione di subalternità delle donne, la religione, la fede nell’immaginazione e  un’idea che non muore mai: sarà la letteratura che ci salverà.