Hassan Osman Ahmed- Morire a Mogadiscio.Diario di guerra. Ritorno a Mogadiscio- recensione a cura di Giulia De Martino

      Hassan Osman Ahmed

    Morire a Mogadiscio - Diario di guerra.  Ritorno a Mogadiscio

    Edizioni Efesto, 2019

Il testo è composto di due parti, la prima è il vero e proprio diario del tragico biennio di guerra 1990-91 che in Somalia segnò la disfatta del dittatore Siad Barre, ma anche l’inizio di una lunga guerra tra clan, islamisti al- Shabaab, bande criminali e di tentativi, tutti falliti, di instaurare un regime parlamentare di tipo occidentale. Si conclude con la fuoriuscita dal paese del professor Hassan Osman Ahmed con la sua famiglia.

La seconda parte nasce da un ritorno a Mogadiscio dell’autore, in seguito alla chiamata dei parenti per l’approssimarsi della morte della madre, ormai anziana e malata. Riguarda i primi mesi del 2017 e segue non solo gli eventi privati ma la campagna elettorale per la nomina del nuovo presidente e le trasformazioni economico-sociali che, in 27 anni, hanno cambiato il paese.

Il libro è corredato da cartine, presentazione ( di Justo Lacunza)  introduzione (di  Alessandro Triulzi) schede e spiegazioni dello stesso autore: vi serviranno come il pane per districarvi in un argomento complesso e dalle caratteristiche molto diverse dalla politica come la si intende in occidente.

Dunque non è fiction, ma nemmeno un saggio: si tratta della testimonianza di un cittadino somalo, privilegiato senz’altro, famiglia agiata e antica, università all’estero, dottorato all’Orientale di Napoli, colto dalla fine di Siad Barre mentre si trova con la giovane moglie e la figlioletta a Mogadiscio per effettuare alcune ricerche utili per il suo lavoro. In seguito, l’attività di professore lo porta dall’Italia a Londra e in ultimo in Australia ed è il motivo per cui ha conosciuto molti connazionali fuoriusciti e le peculiarità della diaspora somala, di cui parla nella seconda parte.

Il doppio diario ci fa rendere conto di come non sappiamo quasi nulla della Somalia in guerra di ieri e della Somalia di oggi: per noi, Somalia è Ilaria Alpi e Miran Hrovatin assassinati perché avevano scoperto affari sporchi; la missione Onu  Restore Hope e il suo infelice esito; ogni tanto un hotel o un ristorante che salta in aria per opera dei terroristi islamici; la guerra dei pirati nel mar Rosso che fino a qualche anno fa aveva guadagnato le prime pagine dei giornali; le centinaia di profughi che sono arrivati sulle nostre coste, che talvolta ci hanno fatto versare qualche lacrimuccia, in occasione di tragici naufragi. Sappiamo solo tutto ciò che è riuscito a comparire nei Tg e nelle colonne dei giornali, a causa di eventi più che eclatanti.

Ma di che cosa veramente si sia trattato e si tratti, cosa hanno subito e subiscono ancora nella quotidianità  i cittadini somali ne abbiamo un assaggio in questi diari, nati dall’insistenza della moglie dell’autore: parole necessarie per far passare tracce utili agli amici occidentali, per comprendere una situazione difficile con notizie di prima mano.

La lettura della prima parte è più interessante perché ci da l’idea degli abitanti di Mogadiscio letteralmente travolti, in pochi mesi, da eventi impensabili fino a qualche tempo prima: anche il nostro autore partecipa della gioia di buttare giù alla svelta Siad Barre, ma comincia ad avere dubbi su cosa stia succedendo nella città. Alle forze militari antigovernative, istituite su basi di appartenenza clanica per contrastare lo strapotere di cui avevano goduto, sotto Barre,  i Darood e i gruppi ad essi collegati, ben presto si affiancano forze in armi che obbediscono solo ai capi, che in deficit di denaro pagano i soldati con i saccheggi, le vendette permesse a coloro che le avevano subite per 20 anni dal dittatore e la sua cricca.

Ma non basta, crescono  gruppi di ragazzi giovanissimi, dediti alle ruberie e saccheggi, alcuni dei quali sorretti da droghe tradizionali come il  khat o per i più poveri, lo sniffo di colla. L’autore ci ricorda che anche quando a Mogadiscio non si trovava cibo, il khat arrivava tutti i giorni bello fresco. Il problema è che ci sono in circolazione più armi che abitanti, sottratte mano a mano all’esercito di Siad Barre ( a suo tempo armato da sovietici e dall’occidente e anche dall’Italia) o comprate da parte dei clan più danarosi, essenzialmente formati da grandi commercianti che foraggiano capi militari come il generale  Aidid.  Anche nella famiglia dell’autore ci sono adolescenti che vivono tranquillamente in famiglia ma se ne vanno in giro a depredare negozi e appartamenti, compiendo atti di violenze gratuite e vandalismi inauditi, finendo spesso all’ospedale per l’inesperienza nell’uso delle armi. Lo scrittore ci parla del fatto che non se ne separavano neanche per andare in bagno. Cresce la manovalanza della carne da cannone che servirà per la guerra di tutti contro tutti.

Non ci sono descrizioni di fatti rivoluzionari per liberarsi dalla dittatura, abbondano invece le immagini del caos: niente più stipendi per militari, ospedalieri, impiegati; scarseggia il cibo che non viene più prodotto nelle campagne vicino la città o semplicemente viene sottratto ai negozianti e rivenduto carissimo al mercato nero. Nessuno è più al sicuro perché si uccide anche solo per mangiare, non si trovano medicine e non si seppelliscono i morti che restano a marcire per le strade. Le battaglie fuori città portano molti contadini all’interno urbano dove vanno ad occupare le case, soprattutto dei benestanti, lasciate vuote da chi scappa. Il popolo somalo, a lungo compresso, esplode come una bomba ad orologeria.

Ma le espressioni usate dall’autore hanno qualcosa di agghiacciante: a poco a poco ci si abitua all’orrore e si cerca di sopravvivere e ci dice con uno stile freddo e pacato quante volte è riuscito a sfuggire alla morte, quanti parenti, amici, vicini di casa siano deceduti, quante case, edifici importanti siano stati distrutti. Anche le case abitate dalla sua famiglia sono in quartieri bombardati, mitragliati e depredati.

La speranza che tutto questo sia necessario per arrivare alla libertà dura poco in lui: arriva anche a chiedersi che senso abbiano avuto gli aiuti e le alleanze occidentali, se non quello di una colossale beffa …Inoltre vede che ci sono grandi burattinai, mossi da interessi finanziari e di predominio militare che nulla hanno a che vedere con la voglia di formare dei partiti, coagulati intorno a programmi e idee, che eleggano un nuovo e libero parlamento. Quando comprende che Mogadiscio è morta, fa di tutto per sollecitare gli amici italiani per un suo rientro in Italia. Cosa che, in un movimento di solidarietà molti di loro, di ambiente accademico e non,  realizzano. Anche in questo lui sa di essere un privilegiato che non dovrà passare per i campi profughi e per il pagamento ai trafficanti per poter raggiungere l’Europa. Questo non toglie nulla ai rischi reali corsi per poter uscire dal paese. Solo si conferma in lui l’idea che non vorrà più tornare in un paese caduto così in basso.

La seconda parte è più breve, dedicata al riallaccio dei legami famigliari e di amicizia con chi, come sua madre, non ha voluto abbandonare il suolo natio. Ma, ancora una volta, si lascia prendere dalla speranza che dopo le esperienze orribili della guerra civile, delle Corti islamiche e degli al-Shabaab, per il paese sia possibile una via d’uscita liberale e democratica: segue con attenzione i vari candidati presidenziali, tra i quali il parlamento, restato su base clanica e di territorio, dovrà scegliere il nuovo presidente. Mentre percorre la città, soprattutto dopo la morte della madre, nota i cambiamenti, ma anche, purtroppo, le permanenze.

Mogadiscio sembra ancora una città appena uscita dalla guerra, tuttavia nota che si sta costruendo e ricostruendo, dandole un aspetto quanto mai moderno. Nuovi alleati si sono incaricati della ricostruzione di porti e aeroporti come la Turchia di Erdogan, che dopo le delusioni europee guarda al Medioriente e al Corno d’Africa come a un territorio in cui espandere la sua egemonia, condividendola con la Cina.

La corruzione è arrivata a livelli inimmaginabili e la ricchezza sfacciata abbonda tra i trafficanti di merci e esseri umani, i finanzieri, e tutti coloro che si sono arricchiti con la guerra. Le armi circolano liberamente. Ma ci sono buone università, ristoranti e locali lussuosi, in cui cercano d’investire molti esuli che sono tornati dall’Europa, dal Canada, dagli Usa e dall’Australia. C’è posto per fare affari con centri commerciali e supermercati. Basta accettare che si può saltare in aria da un momento all’altro per un attentato terroristico...Tuttavia c’è meno violenza in giro e tanta voglia di fare.

Il popolo somalo che non rientra nelle categorie descritte, continua una vita di privazione, magari con un iphone in tasca, che tanto ormai uno straccio di cellulare ce l’hanno tutti.

I giovani, però,  continuano a partire, il desiderio di trovare fortuna altrove è grande: molti ragazzi che non riescono a partire cadono in depressione e talvolta nel disturbo mentale, perché le prospettive che hanno di fronte non danno scampo per una vita normale. Contraddizioni di un paese “che da un lato è ancora influenzato da una obsoleta tradizione tribale, legata alla cultura del cammello e dall’altro cerca di aprirsi alla modernità”. Il nuovo presidente eletto appartiene alla diaspora che è tornata a vivere ed operare nel paese e l’autore prova ammirazione per i somali che sono rientrati. Ma i figli della diaspora, che hanno conosciuto altri ambienti, non accettano tutto questo e non sono visti di buon occhio se non si adeguano alle regole vigenti.

Le figlie dell’autore, abituate ad ambienti meno pericolosi e stressanti, si rifiutano di vivere in Somalia, per lui e sua moglie è diverso, le loro radici sono lì, ma non torneranno a viverci più.