Poetesse sudafricane. La natura, la casa, le parole: dissoluzione e ricomposizione di un mondo (a cura di Rosella Clavari)

Anche la lingua materna ha subito i suoi strappi, quella imposta è stata adattata al proprio modo di sentire proprio da quelle poetesse che hanno ricostruito un mondo alla deriva. Ricomposizione è una parola che fa pensare alla disposizione dignitosa di un corpo morto ma in questo caso significa  piuttosto ricostruzione perchè la paura più profonda per l'essere umano è quella di dissolversi perdendo la propria identità, la propria appartenenza.
Ecco allora che che queste isole alla deriva , figura delle poetesse in questione, rappresentano una situazione fluida, instabile in cui frammenti di terra esprimono una latente fecondità.

Le poetesse presentate sono dodici e appartengono a differenti fasce generazionali: da Elizabeth Eybers (1915-2007), Ruth Miller (1919-1969), Ina Rousseau (1926-2005), Ingrid Jonker (1936-1965) a Jennifer Davids (1945), Ingrid de Kok (1951), Antjie Krog (1952), Yvette Christianse (1954), Karen Press (1956), Makhosazana Xaba (1957), sino alle più giovani Gabeba Baderoon (1969) e Malika Ndlovu (1971).

La storia del Sudafrica è una storia violenta fatta di dolore e morte, segnata  da perdite e ferite, espropri, esili, migrazioni ma anche resistenze, basti pensare a Mandela. Accanto a queste caratteristiche che hanno accompagnato i drammi dell'apartheid e del flagello dell'Aids esiste tuttavia una tensione continua a riscoprirsi a volersi raccontare nuovamente lottando e non disperando.
 
Quel mondo che sembra dissolversi sotto i colpi della storia lotta disperatamente e la poesia legge un testamento scritto principalmente nella natura: la natura qui descritta dalle poetesse sudafricane è una natura contaminata, la sua bellezza si sta dissolvendo, la donna vuole in qualche modo ricostruire la sua bellezza, riprendersi la sua terra. Si riflette quindi su uno spazio, quello della natura e del contesto sociale entrambi contaminati. La poesia deve servire a ricostruire l'identità dell'una e dell'altro. Se pensiamo alla poesia celebrativa della natura di alcuni poeti francofoni come Senghor o dei  maggiori poeti congolesi degli anni '70, notiamo nel confronto la connotazione negativa della natura espressa dalle poetesse in esame:  "il paesaggio scivoloso ripete/ la limacciosa vegetazione del terrore";"persino il mare muore/ disse Garcia Lorca/ piangendo un altro/ Ma io non mi consolo/ per la morte del mare (Ruth Miller); "il sole sarà oscurato da noi / il sole nei nostri occhi per sempre oscurato/ da nere farfalle" (Ingrid Jonker) .
 
La casa come descrizione dell'ambiente domestico, degli affetti, rievoca anche qui la ricomposizione di un mondo nell'epoca di solitudine e marginalizzazione dei neri costretti sotto l'apartheid alla rimozione forzata dai quartieri di Cape Town di cui si sono appropriati i bianchi (vedi la poesia "Rimozione volontaria " di Karen Press); solitudine e paura come nella figura inquietante tra fantasia infantile e ricordo traumatico stigmatizzata da Ingrid Jonker in "Silenzio arriva l'uomo del buio",bellissima poesia evocatrice nello stile di accenti pascoliani.    La casa è quella che in poche brevi parole cattura l'anima con le parole di Ingrid De Kok: "Casa è dove sta il cuore/una lattina legata a un cane randagio" ; la casa come immagine domestica di una donna intenta a lavare ignara di cosa sia una poesia in "Poesia per mia madre" di Jennifer Davids o di una donna intenta a rammendare dove l'arte di ricucire e suturare le ferite appartiene non solo alla donna madre, sorella, infermiera,  ma anche alla parola del poeta ( "Rammendo " di Ingrid de Kok).

Viene sottolineato giustamente dalla critica che la poesia delle donne sudafricane include sia la qualità aerea del sogno e della visione che quella concreta e materiale della terra, del corpo, della quotidianità, della domesticità.  Lo strumento per descrivere questi aspetti è un linguaggio che nasce anch'esso da una particolare riappropriazione.
Il poeta può rifondare il linguaggio che ha ricevuto. L'inglese è per molte di loro la "lingua padre" straniera, ma nella poesia la lingua è una lingua creolizzata, che subisce una metamorfosi.  Da questa conflittualità nasce la parola pacificatrice, la parola profetica come quella della oralità del poeta veggente, la parola capace di sondare e scandagliare la realtà del dolore: "il dolore è una cosa strettamente personale/una lieve incrinatura su un cranio /elegia domestica che intona il suo lamento funebre/ nel pozzo del cuore ferito/ troppo fondo per raggiungere/ la scala di luce/ gettata dall'alto/dove mani scrivono parole/ per mettere in moto l'argano/ e sondare l'abisso" (Ingrid De Kok)  ; oppure l'efficacia di un'immagine surreale in "L'uomo che ha sul tetto parole incomplete" (Karen Press).
 
Per quanto riguarda lo stile poetico una caratteristica comune delle poetesse esaminate è l'asciuttezza priva di sentimentalismo e retorica anche nelle poche poesie d'amore di coppia ("Città desolata" di Ingrid Jonker; "L'arte di andarsene" di Gabeba Baderoon, "Maneggiare con cura" e "Vieni"  di Makhosazana Xaba) anche in quel commovente parallelo tra i due misteri della maternità e del dono poetico in "Primo segno di vita" di Antjie Krog. 
L' impegno civile che caratterizza la generazione nata negli anni '50 lascia il posto a una tensione etica, a un legame forte con la natura, a un legame con il ricordo dei propri affetti privati inscritti in una sofferta dimensione sociale. Si rileva in genere una frequentazione della grande poesia europea ed americana, e una consonanza con la  poesia afro-americana , anche questa una riappropriazione, lì dove più forti sono gli accenti e le influenze profonde di una poesia tradizionale africana nelle iterazioni, nel tono elegiaco, nella domesticità degli affetti. La poesia serve a ricordare tutto ciò, a ricomporre ciò che stava per dissolversi.
 
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