Elgas
I buoni risentimenti.
Saggio sul disagio postcoloniale
edizione e/o, 2024
traduzione di Lorenzo Alunni
Nell'attuale contesto di promozione del pensiero decoloniale e postcoloniale, persiste un profondo disagio nel rapporto tra scrittori ed intellettuali africani e l'ex potenza coloniale: la Francia. El Hadj Souleymane Gassama, detto Elgas, sociologo e scrittore senegalese, con una prosa raffinata e piacevole, offre un saggio stimolante sul dibattito intellettuale tra Africa e Francia, spesso minato da accuse di illegittimità basate su rivendicazioni di alienazione. È un saggio controcorrente, ma non esprime rabbia, né assolve il tema postcoloniale dal danno inflitto al continente africano.
L'obiettivo è offrire una prospettiva diversa, in gran parte contraria alle posizioni dei più importanti intellettuali decoloniali, soprattutto quando questi sostengono che gli africani occuperanno per sempre il ruolo di vittime e gli europei quello di oppressori. Secondo l'autore, la narrazione secondo cui “tutto è coloniale” relega le popolazioni al solo status di vittime, e ritenere gli occidentali responsabili di tutto ciò che accade equivale a considerarli “l'unica forza motrice della Storia”.
Allo stesso modo, accusare la Françafrique di essere la causa di tutti i mali dell'Africa fornisce solo una spiegazione parziale, soprattutto perché un simile postulato – per quanto accurato possa essere – contribuisce a privare le vittime di qualsiasi riflessione e a bloccare la loro azione.
Il libro raccoglie e approfondisce oltre un decennio di osservazioni e riflessioni, frutto di articoli, interventi e pubblicazioni, sullo stato del dibattito e della controversia intellettuale in Africa e in Francia. Per l’Autore, la tendenza di questi ambienti ad anatemizzare le menti cosiddette “devianti”, “illegittime” o addirittura “alienate” ha ristretto il campo degli scambi, permettendo la fioritura di un pensiero comune, accettato e approvato, senza mai essere oggetto di una discussione feconda e utile al destino del continente e della pluralità che lo compone.
Questa tendenza, che potremmo frettolosamente definire decoloniale, all'interno della sfera francofona, è tuttavia prigioniera di un centro decisionale ancora occidentale, in questo caso francese. Esplorare l'origine di questo disagio, nel tentativo di ristabilire una tradizione di disaccordo senza ostilità, è una delle ambizioni di questo saggio, che traccia un quadro più ampio delle relazioni Francia-Africa rispetto alla semplice analisi della verticalità dei rapporti. Naturalmente, l'impulso del libro deriva da elementi strutturali di lunga data, ma anche, ovviamente, da fattori circostanziali, tra cui quello che viene erroneamente definito sentimento antifrancese, che, per molti aspetti, rasenta il risentimento.
L'Autore inizia la sua analisi con la genesi del concetto di alienazione e uno studio meticoloso di alcuni dei suoi mentori, tra cui spicca l'egittologo e studioso senegalese Cheikh Anta Diop. “Dai libri alle conferenze”, scrive l'Autore, “egli [Cheikh Anta Diop] metteva in guardia contro le persistenti conseguenze della sottomissione all'Occidente colonizzatore, la cui alienazione patologica è il prodotto che deve essere smantellato per aspirare alla vera sovranità. Denunciava instancabilmente gli alienati, questi 'negri' non così fondamentali, e i falsari del rinascimento africano”. L'alienazione è qui concepita come una forma di perdizione, odio di sé e complesso di inferiorità.
Per Elgas, liberarsi da questo malessere postcoloniale, che paralizza la vitalità del dibattito, e costruire finalmente una nuova storia, diventa il punto di non ritorno. Attraverso un inventario di idoli idealizzati e caduti, (1) l’Autore esamina il concetto di “risentimento postcoloniale”, che ha molto a che fare con l'amarezza esplorata di moltissimi scrittori africani sin dal periodo di Negritudine. Da qui parte la prospettiva del sociologo e scrittore Elgas.
Trascendendo gli elementi strutturali del dibattito per concentrarsi su questioni più circostanziali legate alla storia coloniale, l’Autore offre anche un'analisi di quello che, per comodità linguistica, definisce sentimento antifrancese. “Per quanto possiamo risalire indietro nel tempo”, afferma, “e senza alcuna riserva, la Francia ha la responsabilità primaria del suo rifiuto nel continente africano. Senza indulgere in cavilli semantici, questo cosiddetto sentimento 'antifrancese', una nuova maschera per il rifiuto, ha origini remote. La Francia ha incessantemente coltivato questa sua supremazia attraverso vari mezzi, rimanendo cieca alla sua diffusione e lenta ad ascoltare il grido degli umiliati”.
Questa analisi è informata in particolare dagli eventi attuali che ruotano attorno a quello che viene “erroneamente” definito “sentimento antifrancese”, con l'eredità coloniale come filo conduttore.
La “ferita coloniale”, denunciata da Cheikh Anta Diop, questa “alienazione” descritta da Fanon, secondo l’Autore sono diventate le garanzie di un'autenticità eretta a fantasia, priva di sostanza, proprio da chi la proclama. I “profeti dell’autenticità” si trovano di fronte alle proprie contraddizioni: così, Elgas fa notare con umorismo che la stampa wax, tanto celebrata come icona del continente, è in realtà un “tessuto olandese” (2). Mette dunque in discussione il feticcio della lingua madre, brandito come garanzia di virtù politica da Boubacar Boris Diop pronto a denigrare i “naufraghi della lingua madre” che scrivono in francese: ma quanti lettori leggono effettivamente romanzi in wolof? E di quale classe sociale stiamo parlando, quando la società senegalese, come tutte le società africane, vivono una vita sociale comunitaria? Elgas ribatte, prendendo in prestito l'espressione da Kateb Yacine, che il francese è un “bottino di guerra” e che in realtà non esiste purezza letteraria.
Elgas mette quindi in luce questo paradosso: i critici di Françafrique, coloro che difendono una purezza nazionale mitizzata, vengono di fatto scoperti, diffusi e amplificati dalle istituzioni culturali francesi. RFI, gli Istituti francesi in Africa e l'AFD, nella loro ricerca di nuovi talenti, finanziano massicciamente progetti creativi africani: Rapper, poeti slam e membri della società civile africana che oggi denunciano la Francia, vengono invitati, sostenuti e mantenuti proprio dalle iniziative di diplomazia culturale francese. È questo paradosso, al centro del risentimento, che Elgas affronta, come annuncia all'inizio del suo libro: “… L'alienazione, se mai esiste, riesce nell'impresa di alienare anche la contro-narrazione. Il colonizzatore è al centro di tutto, sia di ciò che distrugge sia di ciò che brilla”. Elgas inoltre cita altri diversi esempi paradigmatici come i celebri “Laboratori di Pensiero”, che invocano la decolonizzazione della conoscenza, ma che in realtà sono finanziati dall'Agenzia francese per lo sviluppo (AFD). E così facendo la Francia ne esce comunque vincitrice, poiché conserva il suo ruolo di mentore. Sembra impossibile sfuggire all'egemonia francese: le posizioni assunte da tutte le parti non sono più autentiche delle altre.
Elgas prosegue la sua “autoanalisi” del continente, ripercorrendo la genealogia del sentimento antifrancese e anti-occidentale attraverso una serie di vignette tematiche: sul calcio, sul ruolo di Auchan come azienda predatoria, sull'impunità dei soldati francesi schierati nel continente, sul doppio gioco delle élite politiche africane che sollecitano aiuti militari francesi pur denunciandoli per fini elettorali, sul ruolo dell'Islam come indicatore di purezza ideologica...
Concludo. In questo saggio audace, Elgas lancia un accorato appello alla “libertà di pensiero in Africa”, capace di confrontarsi con la storia del continente, dalla schiavitù alla Françafrique e alla colonizzazione, senza essere accecata dal “risentimento”.
Rifiutando sia l'afropessimismo che l'afrottimismo, Elgas dimostra come l'autenticità sia una verità astratta. Trasformare veramente la narrativa postcoloniale significa, soprattutto, rivendicare molteplici identità, come fa nella sua conclusione, abbracciando un viaggio tra immaginari, tra libri, tra lingue. Il libro si conclude, con una nota di speranza: Elgas ritiene che “la condizione umana condivisa [...] crei alterità e, al tempo stesso, garantisca scambio e rigenerazione”. Forse è un'idea un po' utopica, ma il punto essenziale è chiaro: si tratta di opporsi al potere letale del risentimento per immaginare un nuovo universalismo positivo.
Note:
1) Chiariamo subito una cosa: questo piccolo libro è una diatriba iconoclasta. Brucia gli idoli. Non è un caso che la prima opera citata sia il Candido di Voltaire: per molti aspetti, Elgas ne trae ispirazione, nel tono e nell'irriverenza. Affrontando, una per una, le accuse di alienazione mosse dagli attivisti afrocentristi, con Cheikh Anta Diop in prima linea, Elgas risponde e respinge gli attacchi in un grande spettacolo che impiega frequentemente la metafora di un processo. Senghor, considerato troppo essenzialista; Yambo Ouologuem, un afropessimista; Camara Laye, complice del potere coloniale; Mohamed Mbougar Sarr, la cui consacrazione francese è considerata sospetta… Tutti hanno in comune l'essere stati troppo strettamente associati alla Francia.
2) Il tessuto olandese, conosciuto anche come tessuto wax, è un tipo di tessuto di cotone stampato e cerato, caratterizzato da colori sgargianti e fantasie artigianali. Originariamente prodotto in Indonesia, il wax è stato trasferito in Olanda, dove è stato industrializzato e venduto principalmente in Africa. Questo tessuto ha una lunga storia legata alla colonizzazione europea e alla produzione di batik, una tecnica di tintura artigianale. Oggi, il wax è considerato un simbolo di identità culturale e stile, con significati profondi legati alla storia e alla tradizione africana.