Gäel Faye
Jacaranda
Mondadori, 2026
traduzione di Luigi Maria Sponzilli
Jacaranda è l’albero tra i cui rami si rifugia un giovane personaggio del romanzo e che una volta abbattuto rappresenterà la fine di un sogno legato all’infanzia, ai racconti di una amata ava, alle speranze di pace in una terra come il Ruanda martoriata dalla guerra. L’autore seguendo il genere biografico che lo ha fatto conoscere e amare fin dal primo romanzo “Piccolo paese”, narra varie tappe della sua vita dai dodici ai trentacinque anni, dalla preadolescenza alla maturità, seguendo le trasformazioni storiche e politiche del suo paese dal 1994 al 2020. Un paese scelto da lui, poiché di padre francese e madre ruandese ha vissuto molti anni in Francia, ma ha poi deciso di vivere con moglie e figli a Kigali. Per solito molti autori di origine africana scelgono l’Europa o l’America per vivere e svolgere la loro attività. Gäel Faye ha seguito il percorso inverso continuando la sua professione musicale e letteraria.
I punti focali del romanzo in questione sono l’ostinato silenzio della madre sul suo passato e la sua famiglia in Ruanda; la disperata ricerca di un affetto familiare da parte del giovane protagonista Milan che in seguito alla separazione dei genitori, in quella casa dove imperava la noia e il silenzio, decide di andare in Ruanda e conoscere la realtà di un luogo che la madre aveva sempre occultato a causa dei traumi subiti durante la guerra civile. La denuncia di soprusi e crudeltà, in un quadro politico più ampio di quello personale, è uno degli aspetti di questo percorso narrativo, sicuramente ben dosato con l’autenticità e l’umanità dei rapporti tra i personaggi descritti. Tra questi c’è Claude, un giovane ruandese per breve tempo ospite a casa di Milan che scopre essere anziché un nipote della madre in realtà il fratellastro di gran lunga più piccolo, nato dalla seconda moglie del nonno materno; si ritrova così uno zio che ha la sua stessa età. Vicino a Claude un personaggio senza dubbio eclatante è Sartre soprannominato così per la sua passione bibliofila: ha una intera biblioteca nello stanzone del suo rifugio, insieme a una sterminata collezione di vinili, tutta roba trovata nelle case abbandonate dai francesi durante la guerra civile. La zona dove vive Sartre che spesso ospita Milan e Claude ascoltando musica e bevendo birra, si chiama “il Palazzo dei maibobo”, un luogo fatiscente dove trovano rifugio gruppi di orfani di guerra (i maibobo) che Sartre accoglie e aiuta.
Stella è una ragazzina, nata da Eusèbe, giovane amica della mamma di Milan da lui chiamata zia, ed è l’unica superstite dei quattro figli della donna, uccisi durante la guerra; fortemente attaccata alla vecchia Rosalie, si fa raccontare da lei la storia della sua vita, una vita lunga e interessante perché è una testimone ultracentenaria che ha vissuto in esilio trent’anni prima di ritornare in Ruanda. Stella ha voluto addirittura registrare su cassetta le narrazioni di Rosalie e un giorno si farà aiutare da Milan per riversarle in una relazione richiesta dalla scuola. Un lavoro faticoso perché la nonna si esprimeva solo in kinyarwanda e occorreva tradurre in francese tutte le sue storie per poi fare la relazione.
La prima volta che Milan arriva a Kigali, il primo impatto è duro; la casa non è bella come quella di Versailles, il bagno o meglio la latrina in condizioni deplorevoli lo respinge e non riesce né a mangiare né a defecare. La cosa buona è che lì ha ritrovato Claude, l’orfano che a dodici anni era entrato a casa sua e dopo poco tempo era sparito dalla sua vita; ora era un ragazzo di 16 anni, alto e sorridente.
I legami di amicizia diventano più forti di quelli di sangue per lui e anche per Stella che considera l’anziana Rosalie come la sua bisnonna. L’approccio alla realtà del paese di sua madre, il Ruanda, avviene gradualmente per Milan: il primo fu nel 1994 davanti a un telegiornale all’ora di cena. Per mesi in quell’anno immagini di morte, violenza, esodo entrarono nella loro vita o meglio si riversarono sui loro piatti all’ora di cena, nel silenzio ostinato di sua madre e di suo padre e lo sconcerto del figlio addolorato. Nel 1998 deciso a recarsi a Kigali, contro la volontà della madre, si scontra con una realtà ben diversa: assiste alla fucilazione da parte della polizia, nel campo da gioco detto il Tappeto rosso,di alcuni prigionieri, presunti carnefici del genocidio; il tutto davanti a una flotta che applaude. Nel 2005 si svolge un processo, quello che ha per testimone Claude unico superstite della sua famiglia massacrata dagli hutu , nel tribunale gacaca a quindici chilometri da Kigali in un paesaggio per contrasto idilliaco: ricorda i tribunali della riconciliazione tristemente famosi anche in Sudafrica. Gli assassini della famiglia di Claude, dopo avere chiesto perdono, saranno condannati a un lungo periodo di detenzione. Infine la storia raccontata dalla vecchia Rosalie morta all’età di centoquindici anni, alla giovane Stella che rappresenta una ricapitolazione della storia del Ruanda a partire dal suo regno alla sua attuale condizione dopo il genocidio. L’autore dedica almeno tre pagine a questo scorcio di storia: Rosalie aveva conosciuto il paese del latte e del miele, della vacca sacra e del dio Imana che pian piano si stava aprendo alla modernità. Prima i tedeschi e poi i belgi invadono questa terra fino a mandare in esilio il suo re Musinga; i Padri bianchi portarono una credenza di cui il re Musinga diffidò fin dal primo momento ma che la gioventù accolse con entusiasmo e tra questi anche Rosalie divenuta cristiana. Con la fine del regno del Ruanda era finita un’epoca, la scomparsa delle tradizioni ancestrali e l’abbandono del culto di Imana. Nel 1945 il paese conobbe la siccità e poi la carestia e già nel 1959 avviene la prima guerra civile con decine di migliaia di tutsi scacciati dalle loro colline, massacrati o costretti all’esilio; nel 1962 viene proclamata l’indipendenza del Ruanda da parte di un regime hutu, tuttavia non finisce la violenza e nel 1973 una nuova ondata di massacri costringe i tutsi a partire in massa. Molte altre cose vengono narrate ma noi arriviamo rapidamente al 1994 l’ultimo genocidio del ventesimo secolo. Stella si considera “la figlia del dopo la fine del mondo, la luce nella sua notte, la promessa di un nuovo sole” e considera Rosalie “la radice del mio albero della vita”. E su un albero la trovava spesso nascosta, l’amico Milan all’ombra protettiva della sua jacaranda profumata, prima che mani indifferenti alla poesia della vita la sradicassero per ricavarci una fredda stanza da affittare.
Un romanzo che si legge tutto d’un fiato perché entra subito nei nostri cuori.