Kamel Daoud - Urì - recensione di Giulia De Martino

Kamel Daoud

Urì

La nave di Teseo, 2025

traduzione di Simona Mambrini

 

Non si può non parlare dello scrittore prima ancora di questo romanzo che ha fatto vincere, nel 2024, al suo autore il secondo premio Goncourt, dopo quello del 2015 per Il caso Mersault. Personaggio controverso questo scrittore algerino, esule in Francia, apprezzato dalla destra per la sua implacabile lotta all'islamismo radicale e guardato con diffidenza dalla sinistra perché è proprio nelle fila di quell' islam che ha fatto, ventenne, le sue prime esperienze politiche. Come se non ci fossero illustri esempi di intellettuali e scrittori che dai fascismi sono poi passati a frequentazioni politiche opposte... A questo si aggiunga un processo penale con l'accusa di essersi appropriato di una storia vera avvenuta in Algeria, simile a quella narrata nel romanzo Urì, appresa dalla moglie psicanalista: evento contestato dai suoi stessi editori. Vogliamo aggiungere un mandato di cattura da parte del governo algerino per aver violato l'art.46 della legge sulla riconciliazione nazionale (riportato all'inizio del romanzo) punibile con ammende e carcerazione fino a tre anni? Mandato che gli ha impedito di passare in Italia durante le diverse presentazioni del libro tradotto in italiano, per il timore nei confronti del nostro governo, giudicato troppo propenso a favorire le richieste algerine (per non turbare i noti affari economici riguardanti l'energia e le industrie). Cosa di cui si è molto dispiaciuto l'autore accusando, sia pure con discrezione, gli italiani non tanto di non aver difeso la sua libertà , quanto quella degli italiani stessi, timorosi, o indifferenti, di schierarsi ed esprimere ormai le proprie opinioni. Comunque l'autore, per il momento, non vuole fare la fine dell'altro scrittore algerino, Boualem Sansal, attualmente finito in carcere per 5 anni per aver attentato con le sue parole all' ”integrità” dello stato.

E' vero che le polemiche fanno vendere libri, in realtà abbiamo ritenuto doverosa questa premessa per inquadrare meglio il romanzo, così come riteniamo necessario premettere qualche richiamo storico al cosiddetto “decennio nero”: una guerra civile tra il 1992 e il 2002 tra il governo dell' FLN (Fronte Liberazione Nazionale), fortemente involutosi in senso autoritario e corrotto e le forze islamiche, dapprima solo un partito, poi attraverso la costituzione del GIA (Gruppo Islamico Armato), potere militare e presenza capillare in molte parti del paese. Massacri, violenze brutali, torture commesse da entrambe le parti hanno prodotto tra i 150 e i 200 mila morti, ma mancano dati certi per avvalorare queste cifre, dato che il governo ha messo il veto di indagare. Le conseguenze politiche, sociali, economiche di questa guerra civile si scontano ancora oggi e il governo, male intendendo le leggi sulla riconciliazione espresse dal Sudafrica, ha varato disposizioni punitive verso chi parla di guerra civile, di catastrofi umane, di morti, in nome di una pretesa riappacificazione tra le parti, senza che queste si siano potute confrontare.

La urì del titolo fa riferimento, in modo sarcastico, alle vergini che accudiranno tra mille dolcezze materiali e spirituali i maschi che accederanno al paradiso dei credenti. Urì è il nomignolo con cui una donna, Fajr, cioè Alba, si rivolge all'esserino che abita il suo ventre, di cui lei dichiara di volersi sbarazzare, innocente come le vergini del paradiso, come si esprime il Corano. Non merita di nascere in un paese dominato da un governo corrotto, da una religione distruttiva, da una mentalità che non accetta la libertà delle donne, da un lungo sonno in cui la gente è stata fatta sprofondare per non ricordare più quanto è successo nella guerra civile. L'Algeria, dicono, ha avuto una sola nobile guerra, quella contro i colonizzatori francesi, il resto sono solo macabre fantasie da condannare.

Ma la donna porta scritto sul suo corpo quanto accaduto quando aveva 5 anni: semisgozzata in una notte di follia criminale dei “barbuti”, in cui quasi un intero paese viene ammazzato, insieme alla sua famiglia; lei reca le tracce dell'accaduto sul suo collo che si allarga in una macabra cicatrice-sorriso e in un foro da cui fuoriesce una cannula che le permette di respirare. Le corde vocali semi recise non le concedono più di parlare normalmente, se non con un flebile linguaggio da Paperino gracchiante. Per questo motivo non potendo più emettere la voce ha sviluppato un linguaggio interiore, lo stesso che usa con la bambina che deve ancora nascere e che molto probabilmente non aprirà mai gli occhi su questa terra. Forte delle ferite ricevute lei vive una vita libera, indipendente, fuma in pubblico e veste in modo eccentrico, dal momento che la sua orrenda cicatrice fa paura e nessuno osa contrastarla in modo aperto, anzi la gente si ritira al solo vederla, perché ricorda qualcosa di troppo spaventoso. Per di più è padrona di un salone di bellezza a Orano, in cui rende belle le donne del quartiere, coi trucchi magici del suo mestiere, salone posto proprio di fronte alla moschea, dai cui microfoni escono le bordate contro le donne pronunciate dall'imam.

Alba porta avanti la sua personale guerra civile, rinforzata da un cocente rimorso: quello di essere sopravvissuta al posto di sua sorella di qualche anno più grande di lei. Un senso di colpa che le impedisce di vivere pienamente e di accettare la sua maternità oltre all'amore della sua madre adottiva, colei che l'ha salvata dalla morte, avendola trovata ancora viva tra i cadaveri del paese dell'oranese massacrato, dove viveva con la sua famiglia in campagna. Tutto questo discorso potrebbe alludere ad un romanzo drammatico, di forti risentimenti politici. E lo è. Ma Daoud sceglie una modalità di scrittura ad un tempo fortemente realistica e lirica, visionaria e crudelmente aderente alla verità di ciò che è accaduto in quegli anni. Utilizzando espressioni sarcastiche nei confronti dell'islam radicale che si è istallato nel paese e con cui il governo è dovuto venire a patti, sottolinea la volontà di tutti di voler mettere a tacere, come se non fosse successo niente. Alcuni in modo consapevole, altri costretti dalle circostanze, vittime e carnefici, tutti a mettere un velo. Ma si sa, il rimosso non aiuta a vivere bene...

La protagonista non è la sola a volere testimoniare la verità. Nel romanzo s'incontra uno strano vecchietto di un’antica e rispettata famiglia, libraio trasportatore di testi di cucina e religiosi, anche lui azzoppato da un capo dei “barbuti”, lasciato in vita per testimoniare la grandezza dei terroristi e delle loro imprese. Da anni cerca di parlare a chiunque incontra dei morti e dei feriti, avendo ingoiato a memoria tutte le notizie sulle stragi di esercito e “barbuti”: basta dirgli un numero che possa richiamargli una data o il numero delle persone morte o danneggiate, e lui sciorina storie. Ma ormai nessuno vuole più sentirle. Ha bisogno di Alba che, anche senza parlare, può testimoniare quanto accaduto. Poi c'è Amra, una donna rapita da adolescente da una banda di islamisti e fuggita incinta dal matrimonio forzato con uno di loro, che si rifugia nel paese vicino alla casa di Alba, in montagna: è lì che la protagonista si è recata in un viaggio verso le origini, sperando attraverso questo di avere un cenno dalla sorella morta sulla giustezza dei suoi propositi nei confronti dell'essere che porta in grembo. Amra, dal suo canto, aveva deciso di sopravvivere partorendo da sola in un bosco, contando sulla propria figlia per un avvenire di speranza.

Alba ripensa al marinaio povero che non ha avuto paura delle sue cicatrici e che ha fatto teneramente l'amore con lei come con una donna normale, anche se un giorno se ne è andato a cercare il suo destino su un barcone di migranti. La trama, a momenti diventa un thriller, quando s'intreccia con uno storia strampalata di asini sgozzati e venduti come carne di montone per la festa del Sacrificio e con l'ambiguità di un pio imam, forse in realtà un ex-combattente terrorista, forse un suo gemello o forse no...La protagonista intuisce la verità sulla morte della sorella, liberandola finalmente da un senso di colpa che dura da più di venti anni, e decide diversamente dai suoi primi propositi per la sorte della piccola Urì, perché vuole vivere con lei, anche lei a pieno la vita, affrontando le battaglie che l'attendono come donna e come algerina contro l'ipocrisia dominante.

Un testo affascinante e complesso di storia narrata con gli accenti della poesia. Ancora una volta Daoud si interroga su che cosa vuol dire essere algerino, a quale identità appartiene questo popolo e, se l'ha persa, come fare per ritrovarla o rinnovarla.

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