Mathieu Belezi
Il passo falso di Emma Picard
traduzione di Maria Baiocchi
Gramma Feltrinelli, Milano 2025
Con questo romanzo, Mathieu Belezi descrive l’inesorabile marcia di una vedova e dei suoi quattro figli nell'inferno coloniale francese, mentre ci fa scoprire un lato oscuro di quella politica. La sua ispirazione viene da lontano, da un racconto di Maupassant “Au soleil”, dove lo scrittore in viaggio in Algeria, descrive una donna arrivata dall'Alsazia con i suoi quattro figli per coltivare una fattoria. Non dice altro, ma quelle poche righe bastano a Belezi per sviluppare con la sua immaginazione la vita di quella donna e dei suoi quattro figli.
Siamo alla fine degli anni '60 dell'Ottocento. La Francia di Napoleone III, dopo aver consolidato i risultati della spedizione militare, avvia un massiccio processo di colonizzazione con cui, da un lato cerca di liberarsi delle questioni politico-sociali, rivolte operaie, sindacalismo e repubblicanesimo, che ne ostacolavano il cammino in patria; dall’altro prova a fare di quello spazio geografico il suo Far West: pionieri, civiltà da impiantare, terre da coltivare … perciò, il governo si rivolge ai contadini poveri, li alletta con promesse di prosperità e di terre edeniche. Molti francesi dei ceti meno abbienti partono alla volta delle terre africane con la speranza di sfuggire alla miseria e garantire un futuro ai propri figli.
Frutto di un’accurata ricerca storica e mosso da un interesse storico-sociale profondo, il romanzo intreccia in maniera coinvolgente le vicende personali di vittime e carnefici con quelle di un paese intero. Belezi ambienta la sua narrazione in un arco di tempo sopra nominato che, per l’Algeria fu particolarmente tragico: oltre mezzo milione - su un totale di quasi tre milioni dei suoi abitanti - vi persero la vita per un susseguirsi di piaghe: siccità, invasione di cavallette, raccolti inesistenti. Per questo, lo scrittore eleva abilmente, una figura di donna, quarantenne, forte, caparbia, coraggiosa e sprofondata nella miseria, a vera e propria allegoria della perversione coloniale.
Alla morte del marito Gustave, come tanti altri coloni, Emma riceve dal governo venti ettari di terra in Algeria per poter sfuggire alla miseria e garantire un decente avvenire o la semplice sopravvivenza a lei e ai suoi quattro figli, di cui due ancora piccoli. Emma si lancia anima e corpo nell’impresa, con la passione di una vera contadina e lo slancio e la determinazione di una giovane madre. Emma racconta la vita e il duro lavoro, abituata ad accontentarsi di poco, in una quotidianità gioiosa, perché illuminata dalla speranza e confortata da momenti di tregua. Tuttavia, i modesti momenti di pacificazione sono in realtà dei sotterfugi per mascherare l'irrimediabile discesa agli inferi che ha già travolto i precedenti occupanti della fattoria e che si prepara a far cadere a sua volta i Picard.
La prospettiva della catastrofe
Lo scenario, la visione della tragedia si respira sin dagli esordi, a partire dagli sciami delle «dannate mosche» dal ronzio fortemente fastidioso, come fossero vendicative, che tormentano quasi continuamente Emma e i suoi figli.
Una prospettiva, un preludio sicuramente inquietante. Emblematico a questo proposito è il racconto dell’invasione delle cavallette nel calore opprimente che richiama i ricordi dell’Algeria di altri scrittori (1).
Il clima narrativo arriva al suo culmine infatti quando la protagonista rivive la devastazione di cavallette, «una nuvola nera, che non è una nuvola», un’apocalisse di proporzioni catastrofiche che sembra decretare la fine di tutto. Attraverso un ammaliante, ipnotico soliloquio-confessione verso la fine del romanzo, Emma racconta, nello spazio di una notte, ripercorrendo con digressioni e salti nel tempo, tutto quello che hanno passato: la lotta per trasformare l’arida terra in fertile campo agricolo e per scongiurare i pericoli delle catastrofi naturali e di quel sole africano ostile e feroce che tutto distrugge. Si rimprovera di aver trascinato i suoi figli in questa discesa agli inferi; di aver creduto a ciò che le era stato promesso… E a dar man forte alla natura ci hanno pensato gli sfruttatori e gli strozzini, lo sciacallaggio e la disonestà, il disinteresse politico e amministrativo. Insomma! Una vera e propria via crucis in cui si mischiano orgoglio, indomabilità, lutti, amori e tragedie.
Il romanzo come denuncia
Questo romanzo è anche la rivelazione di quello che sembra essere un tabù nella storia della Francia. La tetralogia di Belezi affronta l’assenza di discussione sulla fase iniziale della colonizzazione, mentre la memoria collettiva in Francia si concentra maggiormente sulla decolonizzazione. L’autore invita a riflettere su come la Francia, per anni, abbia cercato di nascondere la realtà violenta delle sue conquiste coloniali, spesso praticando atrocità nei confronti delle popolazioni locali. Dopo i tre libri (2) dedicati ai centotrentadue anni di colonizzazione francese in Algeria, Il passo falso di Emma Picard si iscrive in un progetto narrativo coerente nel tempo che Belezi, appunto, persegue da diversi anni stimolando dibattiti attorno alla questione algerina e individuando strategie discorsive e retoriche che la rispecchino efficacemente, affinché l’interesse per questa pagina della storia non si spenga. In questa ottica, Il romanzo è l’assolo epico e tragico di una voce cui l’Autore affida totalmente il compito: la voce di una donna del XIX secolo, forte e tenace, che si esprime liberamente attraverso il suo racconto, rendendo la narrazione ricca di resilienza, resistenza e musicalità.
Nel crocevia tra romanzo di formazione, storia coloniale e confessione, il romanzo ribalta un tipo di narrazione a cui siamo abituati. Emma non è la colonizzatrice perfetta, né l’eroina ingenua, ma una figura ambigua: migrante ed esule, ingannata dalla propaganda e insieme sfruttatrice inconsapevole che parla anche di chi subisce la colonizzazione: Emma, infatti, per quanto francese, per quanto catapultata oltre mare su venti ettari di terra che arbitrariamente, per volontà politica, sono diventati suoi, non ha nei confronti degli “indigeni" né odio né ripulsa. È il “volto nobile della colonizzazione” il suo, anch'esso perdente, ma con quel sentimento di umanità che in qualche modo la riscatta dal sopruso che quel volto comunque accompagna. Alla fine della storia Emma Picard si ritrova nella condizione di chi, “non essendo ricca, non ha scelta né l'ha mai avuta". Quella terra a cui disperatamente, ostinatamente, ossessivamente, si è attaccata, sarà la sua tomba. Figura tragica e insieme figura epica a cui l’Autore fa della sua eroina una sorta di “dannata della terra". Il richiamo a Frantz Fanon, strenuo difensore della causa indipendentista algerina, risuona come un basso continuo e si fa sempre più nitido e penetrante quando la voce narrante documenta con dovizia di particolari le condizioni di vita impietose e disumanizzanti di un mondo brutale. Per concludere, il romanzo, intriso di sottigliezza e finezza, offre una quantità infinita di riflessioni ricche e sfumate sulla società della nostra epoca, sulle relazioni umane e sugli insondabili misteri dell'essere umano. Emma Picard è un'eroina tragica che ci sfida con la dimensione universale di una tragedia personale narrata nell'intimità di un commovente soliloquio. La sua è stata, tra l’altro, una disperata ricerca di libertà di fronte a una società opprimente e piena di maschere che tutti noi indossiamo, gli intrighi che si intrecciano tra le persone nei paesaggi della società odierna: dalle questioni ecologiche alle disuguaglianze sociali, passando per la frenetica corsa al progresso tecnologico.
In lei, come nelle grandi figure femminili della letteratura, affiora l’irriducibilità e la rassegnazione, la ribellione e l’arrendevolezza, tutta la grandezza e la miseria della condizione umana. Il ritratto memorabile di una donna indomita nel cuore dell’inferno coloniale. E le ultime pagine, dove la rabbia si scontra con la follia generata dalla disperazione e dal senso di colpa materno, sono terribilmente dolorose. Rannicchiata a terra, vegliando sul corpo dell'ultimo dei suoi figli, Léon, Emma lamenta in una lunga tirata il suo tragico destino, le sue speranze infrante, il suo amore incondizionato per i figli e la sua dolorosa disillusione:
"Ma prima di tacere,
ti racconto, figlio mio,
mentre aspetto che ti svegli,
l'inferno in cui siamo stati gettati, noi coloni,
abbandonati al nostro destino di fame
su terre che non ci vogliono e non ci vorranno mai…”
NOTE
1-Pierre Darmon, autore di studi imponenti sulla colonizzazione algerina; Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona; Eugène Fromentin, Un anno nel Sahel; Albert Camus Il primo uomo, che menziona l’impotenza dell’essere umano dinanzi all’arrivo delle cavallette e agli uragani devastatori degli altipiani algerini; diversi scritti di Frantz Fanon, tra cui il testo I dannati della terra.
2-C’était notre terre, 2008; Les Vieux fous, 2011; Attaccare la terra e il sole, tradotto da Feltrinelli nel 2024 e recensito in questo sito da Rosella Clavari.