Teju Cole - Carta nera. Scrivere in tempi bui - recensione di Rosella Clavari

Teju Cole

Carta nera

Einaudi, 2025

traduzione di Gioia Guerzoni

 

Abbiamo avuto occasione più volte di recensire i romanzi di Teju Cole, raffinato letterato e insegnante, storico dell’arte e fotografo, individuando come denominatore comune delle sue opere l’impegno etico-civile e il desiderio di condividere il suo pensiero con quello di altre culture e di altri mondi. A parte il titolo del saggio in questione su cui ci soffermeremo alla fine, ci affascina il suo modo di entrare in profondità, nella riflessione, su argomenti sia storico- letterari e politici presentandoli come scioglimento di tanti enigmi divenuti tali per l’insufficienza umana e per l’incapacità di rifiutare la banalità del male. I racconti contenuti nel libro, diviso in cinque parti più un epilogo, sono stati scritti tra il 2016 e il 2019 e gli argomenti affrontati dall’autore sono molti come numerosi gli artisti che nomina cui era legato per somiglianza di pensiero e per frequentazione. Tra questi, seppur vissuto quattro secoli prima, anche un artista come Caravaggio con cui introduce il suo saggio esplorando quella sintesi di arte e vissuto personale che ha mirabilmente espresso nei suoi dipinti e che commuove lo spettatore; si recherà nelle città dove sono esposte le sue opere, a Napoli, La Valletta, Siracusa, Messina, Palermo: in lui Cole trova un emarginato che mette in mostra altri emarginati, sradicati, persone senza casa, gente che viene torturata,uccisa e soprattutto nelle ultime opere è ravvisabile quel sentore di morte che l’artista avvertiva molto vicina a sé, lontano dalla sua terra, fuggiasco in seguito all’accusa di omicidio. Ma Caravaggio è importante soprattutto per un’ altra tematica, esplorata in seguito da Cole : rappresenta il vero artista mediatore tra la tradizione e il passato (Michelangelo Buonarroti, maestro riconosciuto) e il futuro verso cui indirizza la sua arte (vedi la somiglianza con la fotografia nel catturare l’attimo contingente) proprio quando vive al massimo nel presente.

I protagonisti dei suoi quadri (e qui ci riallacciamo al significato del nero come pienezza e come oscurità) emergono da pozze di oscurità, con una netta separazione tra luce e buio. Girovagando per i luoghi della Sicilia frequentati da Caravaggio si imbatte in Pozzallo di fronte ad alcune barche abbandonate che erano state usate da migranti di cui molti scomparsi nelle acque del Mediterraneo ; proprio lì si congiunge il destino di un uomo fuggiasco di molti secoli prima con il viaggio disgraziato di fuggiaschi approdati nell’Italia contemporanea, generando un crollo emotivo in Teju Cole partecipe di quelle vite spezzate.

Dalla distruzione dei corpi, l’autore riflette in seguito sulla distruzione delle rovine nel racconto della sua visita alla mostra “Palmira, un tempio perduto” allestita nel 2017 presso il palazzo dell’ONU a New York con ricostruzione 3D dell’arco di trionfo di Palmira. Qui si vedono i reperti archeologici di rara bellezza distrutti dall’ISIS dietro cui leggiamo l’uccisione di migliaia di persone, sia oppositori del regime che vittime innocenti ; si ricorda in particolare l’archeologo Khaled al- Asaad, ucciso nel 2015 dopo aver dedicato una vita al sito archeologico di Palmira. Questo racconto fa parte della raccolta Elegie in cui si cela non solo la poesia ma il lamento funebre, la celebrazione della morte e della rinascita; tra queste c’è il commovente ricordo della nonna materna, donna gentile che accoglieva nella sua grande famiglia persone di varie credenze religiose, ricordo suscitato dal ritrovamento di una sua foto e dalla visione della foto di lei ormai morta, avvolta nel sudario.

Per avvicinarsi alla saggezza “che si cela nel buio”, l’autore si avvale dell’aiuto di fotografi, poeti, pittori, musicisti, di artisti come l’architetto sino-americano M.Pei autore della piramide del Louvre che se ha conferito prestigio e luce all’ambiente racchiude una forte allusione: il simbolo egizio evoca la supremazia bianca nelle ferite inferte dal colonialismo e nell’espropriazione dei monumenti. Elegia significa anche ricordo imperituro perché non dobbiamo dimenticare che il futuro nasce dal passato, dalla gratitudine per chi ci ha donato la sua arte come il griot Kassé Mady (il cui nome in bambara significa “colui che fa piangere la gente”) . Ricorda in particolare con debito di riconoscenza profonda, la figura di Edward Said, scrittore statunitense di origine palestinese e lo fa attraverso la musica (op.132 di Beethoven e la nona sinfonia di Mahler) come sottofondo al suo ricordo accendendo alcune intuizioni acute. Said insegnò cosa significa essere apolidi e come l’avidità e il profitto guidino la miseria umana; l’appello di Said era nell’accettare la differenza che è in grado (come in una sinfonia) di intrecciare e creare nuove armonie, rifiutando gli stereotipi e accettando “l’irriducibile complessità dell’altro”. In conclusione di questi ricordi di grandi personalità che sono scomparse e facevano parte della vita di Teju Cole (come Okwui Enwezor critico d’arte e Bisi Silva curatrice d’arte, morti a poca distanza l’uno dall’altra), lui stesso si affida a una sentenza di John Berger scrittore e critico d’arte britannico: lui che se n’è andato gli ha insegnato che i morti non se ne vanno, sono con noi. I morti si nascondono solo altrove.

La parte intitolata Ombre riguarda la fotografia e anche qui, nonostante la necessità di una conoscenza e perizia tecnica al riguardo, cogliamo interessanti riflessioni. Per esempio Santu Mofokeng fotografo sudafricano ha la peculiarità di voler abbracciare tutto ciò che rende “sbagliata” un’immagine. Inoltre vediamo che spesso la scena è occupata da un elemento - il paesaggio o altro- che ruba spazio all’azione principale. Cosa vuole dirci con ciò, se non la marginalità che viene data ai “presunti” protagonisti della foto? Non dimentichiamo che siamo in Sudafrica e a contatto con il popolo nero. Questo modo di fotografare, privilegiando l’ombra, rende visibile gli effetti dell’oppressione; ma in sesotho ombra è detta “seriti” che significa anche “aura”, “dignità”, “presenza” “fiducia” per cui ci si affida a una forma di sapere più segreto, e questa è un aspetto della vita sudafricana nera che sfugge ai non iniziati e agli estranei. L’autore si sofferma anche sull’arte del fotografo André Kertész (di origine ungherese e operativo negli Stati Uniti) che esprime la precarietà del reale e la fragilità umana nelle sue “ombre” e nei “vetri infranti”. Una domanda che fa meditare è quella sulle fotografie che documentano le atrocità della guerra, condannate in maniera estrema da Susanne Sontag per la passività e il voyeurismo dello spettatore ; in un secondo tempo riconoscerà che di fronte a quelle atrocità fotografate, nonostante un senso di colpa per la nostra passività, tuttavia siamo sempre costretti a porci delle domande sulla diseguaglianza. Il fotografo stesso deve essere consapevole che una foto può essere una cosa terribile da fare e aldilà della propria ossessione o della ricerca di una apprezzamento estetico, lui con la sua professione deve avere il dovere di testimoniare.

In Riprendere i sensi, parte quarta del saggio, Cole si sofferma sull’epifania come evento religioso ma anche letterario - come nel racconto “I morti” di Joyce - e riconosce che la scrittura è un invito alla testimonianza ma è anche una profezia. Nel processo creativo, emozionale, della memoria, i nostri sensi sono infinitamente raffinati e complessi; seguirli rifiutando la passività e l’ottusità che ci impone il mondo esterno, significa essere più vigili moralmente. E ci comunica con episodi commoventi molto articolati e connessi tra di loro, che lasciamo al lettore, la sua sperimentazione di momenti di sinestesia.

Nella quinta parte del saggio, In tempi bui, si affronta il contemporaneo : il male è stato sempre qui tra noi insinuandosi molto tempo prima che ce ne accorgessimo, ma adesso ha un tono totalitario. Oggi la vera resistenza sta nel rifiutare il male, il ciclo delle notizie, i commenti vuoti, il calcolo del male minore, etc. etc (l’elenco è grande); oggi la resistenza sta nel rifiutarsi di mangiare con il nemico e di alimentare il nemico, nel rifiutarsi di ignorare la condizione di chi è imprigionato, torturato, deportato. Nei suoi viaggi esplorativi della condizione umana, Teju Cole è stato anche ad Oslo e Utoya dove il 22 luglio 2011 un estremista di destra anti-islamista con un doppio attacco uccise settantasette persone, la maggior parte adolescenti. Come è possibile in Norvegia, eletto nel 2017 il paese più felice del mondo, che accadano simili stragi? Magari la Norvegia, riflette l’autore, è un paese felice con abitanti infelici: si dichiarano non imperialisti tuttavia c’è il commercio delle armi… Dunque, “macchine da guerra la mattina e Premi Nobel la sera”. Anche il volto infelice di tante città si somiglia, sono omologate: soggette ad accordi neo-liberisti presentano le stesse catene di negozi Ikea, Burger King, H&M. Davanti a uno stato di cose, in varie parti del mondo, in cui non a tutti vengono riconosciuti gli stessi diritti di cittadinanza e dove la morsa del potere schiaccia le persone più povere e indifese , l’autore si domanda cosa può fare la letteratura e come può salvare. Ricorda esempi illustri di resistenza anche attraverso la scrittura oltre che sulla propria pelle in Samuel Beckett, in Ionesco, Roger Stéphan e dopo varie riflessioni giunge alla conclusione che la letteratura può salvare una persona alla volta perché succede qualcosa in quell’incontro, qualcosa che consola e guarisce. È una speranza alimentata da milioni di uomini soli come diceva Albert Camus. Questo microcosmo sacro che ogni uomo è, viene avvalorato da una frase che l’autore rintraccia in un codice della Mishnah, scritto a Parma a metà del XIII secolo : “Per le Scritture, chiunque distrugga una sola vita è come se avesse distrutto il mondo intero, e chi salva una vita è come se avesse salvato il mondo intero” .

Tornando al titolo: “Carta nera” sta a testimoniare oltre un’appartenenza identitaria e culturale, che la luce esiste insieme al buio (come nella meravigliosa pittura di Caravaggio), e per chi lavora sulla scrittura da anni come lui, Cole porta l’esempio della carta carbone che trasferisce il testo su un altro foglio e diventa essa stessa il terzo testo fantasma (nero su nero), perché è pienezza e non assenza di colore. Perché la differenza è in grado di intrecciare e creare nuove armonie...

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