My father's shadow - regia di Akinola Davies jr. - recensione di Giulia De Martino

My father's shadow

regia di Akinola Davies jr.

2025

 

Firma la regia (ma la sceneggiatura è condivisa con il fratello Wale) Akinola Davies jr. un giovane cineasta,anche artista visivo, nato a Londra da genitori emigrati ma vissuto a lungo in Nigeria, proprio negli anni '90 in cui il film è ambientato.

Il film ha ricevuto una menzione speciale al festival di Cannes 2025 e concorrerà per il Regno Unito all'Oscar come miglior film internazionale nel 2026, dato che l'autore ormai risiede a Londra, ed è coprodotto dalla BBC.

Come nelle tragedie classiche, il film sembra rispondere all'unità di tempo e luogo, dato che si svolge nell'arco di una giornata a Lagos, dove un padre, operaio in una fabbrica della città, porta per la prima volta i suoi due bambini di 9 e 11 anni. In realtà il film ha un prologo ed un epilogo che rompono lo spazio e il tempo: il padre improvvisamente, dopo una lunga assenza a causa del suo lavoro, si reca al villaggio dove abita la sua famiglia, trovando i bambini soli, litigiosi e annoiati, perché la mamma è al lavoro, e decide di portarli con sé per andare a reclamare dal padrone i quattro mesi di paga non retribuita. Dell'epilogo preferiamo non spoilerare nulla....

Ma non è un giorno qualunque: è il 12 giugno del 1993, giornata di elezione del nuovo presidente, dopo una giunta militare che ha suscitato nel paese disordini e caos. Le elezioni saranno annullate, per pretesi brogli, temendo la vittoria del candidato democratico, in cui molti speravano. In questo clima eccitato, dove le immagini dei televisori che trasmettono le notizie sulle elezioni sono onnipresenti, il padre fa conoscere la città ai figli che sono felici di avere il genitore tutto per loro e contemporaneamente distanti. Non conoscono chi incontra né capiscono perché venga salutato come Kapo né perché questo lavoro faticoso e malpagato ha dei contorni oscuri. Nel frattempo, sotto i loro occhi, scorre la vera protagonista del film: Lagos, descritta, come in molti romanzi, come un inferno di suoni, del traffico, dei venditori di cianfrusaglie e di cibo, di radio e registratori che mandano musiche a tutto volume. Ma anche di persone che si salutano calorosamente o litigano, ballano e chiacchierano delle loro vite o della situazione politica. Tornato al suo vecchio quartiere, suscita davanti agli occhi attoniti dei figli l'immagine di se stesso da giovane, come ancora lo percepiscono i suoi vecchi amici. Un giovane prestante, di bella presenza fisica, bravo in tutti gli sport, chiamato Kapo perché era il migliore. Lì il padre descrive ai bambini come si è innamorato della moglie, la più bella del quartiere, una laureata di ceto borghese, che ha sposato nonostante l'opposizione della famiglia di lei.

Come sempre succede quando i ragazzi apprendono com’era la vita dei genitori prima della loro nascita, vedono il padre sotto un'altra luce e la distanza tra loro si accorcia un po'. Soprattutto dopo la frequentazione della spiaggia, delle giostre, dei ristorantini tipici. E' il figlio più piccolo ad avercela con il padre, a sentire il tempo sottratto all'intimità con lui.  Verso Lagos e al rientro è stata tutta una corsa continua per cercare un mezzo di trasporto, durante una grande penuria di benzina: montano sulle moto dove si va in quattro, sui pulmini affollati e maleodoranti. Ma altri occhi li fissano: quelli dei militari minacciosi e con le armi in pugno che scorrazzano sulle camionette, in attesa dell'esito elettorale, pronti a bloccare qualsiasi tentativo di sommossa, in caso di vittoria del candidato democratico. Il padre, nei momenti critici, perde sempre sangue dal naso, con grande preoccupazione dei figli. Certo è un particolare inquietante e allusivo al sangue che scorrerà. Ma la figura del padre resta sempre un po' misteriosa: chi è quella donna che in un locale lui avvicina con fare confidenziale, forse un'amante? Il diverbio con un militare li mette di fronte al fatto che forse il padre sia un sovversivo che si è macchiato di sangue. Tutto sembra procedere tra misteri e dubbi, proprio come quella giornata che finirà con la cancellazione delle avvenute elezioni. In Nigeria si susseguiranno ben otto giunte militari, creando un periodo molto burrascoso per l'avvenire del paese.

Non ci sono eroi in questo film: tutti hanno paura di mostrare le proprie convinzioni, perché si sa che fine hanno fatto quelli che le pronunciano. Si consigliano l'un l'altro di non esporsi troppo. La giunta, quando proclama l'annullamento delle elezioni , lo fa in apparenza sotto una veste perfettamente legale, anche se...

Ogni tanto la figura della madre compare in visione al ragazzino più grande in vari momenti della giornata: quando si divertono, quando litigano tra loro, quando non capiscono il padre. Ma lui ama la loro madre?

Il padre diventa la metafora della menzogna e dell'ambiguità politica, contemporaneamente restando mitico e desiderato. E l'ambiguità del film passa attraverso le immagini, ora idilliache, ora violentemente drammatiche, con ossessivi primi piani molto stretti, sparati insieme a campi lunghi di cieli in cui svolazzano pacificamente uccelli o di una vegetazione scossa da venti improvvisi. L'effetto è inquietante. Una splendida fotografia sottolinea quest'aria di spaesamento e sospensione che vivono i protagonisti di questa storia.

Come in molti film e romanzi africani mistero, immagini surreali e realismo si mescolano dandoci uno squarcio della metropoli, non solo fisica ed esteriore, ma colta nella sua intima essenza. Il film si perde, a volte, in alcuni compiacimenti estetici, che ne interrompono il ritmo, ma il risultato si rivela comunque uno splendido esempio di mescolanza di ricordi personali degli autori e vita sociale, pubblica del paese. A questo concorrono anche la spontaneità dei piccoli attori nigeriani non professionisti, fratelli pure nella vita reale e la splendida e convincente interpretazione di Sope Dirisu, attore british di origini nigeriane, nella parte del padre.

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