Abdulrazak Gurnah - Paradiso - recensione a cura di Giulia De Martino

 

Abdulrazak Gurnah

Paradiso

La nave di Teseo, 2022

traduzione di Alberto Pezzotta

Il testo, precedentemente edito da Garzanti nel 2007 e passato a quel tempo praticamente inosservato, acquista rilevanza ora che all’autore è stato assegnato il premio Nobel (così va il mondo editoriale…) Eppure era stato finalista in diversi premi in Europa e in America, ma la sua scrittura si era tenuta lontana sia dai toni nostalgici dell’Africa antica, prima della colonizzazione, sia dalle modalità di realismo magico, come dagli accenti nervosi, pessimisti e sopra le righe di certi romanzi ‘urbani’ degli scrittori anni 2000. Affronta la storia dell’Africa orientale tedesca e della colonizzazione in generale con toni equilibrati e non gridati ma non per questo meno duri e dissacratori, sempre avendo come meta i temi delle emigrazioni, degli esili, delle multidentità dei soggetti che si trovano a transitare da una parte all’altra dell’Africa o del mondo, cercando di ricominciare nuove vite. I viaggi hanno sempre fatto parte della storia umana, compresi quelli degli odierni migranti.

In questo testo ce lo mostra attraverso le vicende di Yusuf, un ragazzino che abitava in un villaggio della costa tanzaniana ai primi del ‘900, che si trova catapultato in casa di un ricco mercante di città, a causa di un debito del padre, un locandiere costretto a cedere il figlio come schiavo temporaneo a “zio” Abdul, in attesa di restituire il denaro prestato. Yusuf era sempre stato affascinato da questo individuo profumato, riccamente vestito e ben nutrito, che raccontava mirabolanti avventure di viaggio, parlava di merci di ogni tipo che scambiava con africani ed europei. Abitare nella sua dimora e servire nell’emporio di proprietà del mercante era un onore per il ragazzo, che mette subito da parte lacrimucce e nostalgia per la famiglia e si tuffa nella nuova situazione. Solo più tardi scoprirà che Abdul non è suo zio, ma il suo padrone. Ma per lungo tempo rispetterà il debito d’onore contratto dal padre.

Si lega di amicizia fraterna con Khalil, di poco più grande di lui, anche lui schiavetto di fiducia del mercante, scanzonato e disincantato, ma ubbidiente e riconoscente per la stima che gli mostra il padrone. I due vivono, mangiano, dormono e si divertono insieme nel retrobottega: Yusuf impara veloce, dato che è più istruito dell’amico e si guadagna ben presto la fiducia di Abdul. A 17 anni gli viene proposto di viaggiare verso il misterioso interno, alle spalle della costa, con il mercante e il suo seguito di portatori e merci, viaggio che cambierà la sua vita.

In tutto questo periodo aveva subito una strana fascinazione per il giardino interno della casa, coltivato da un vecchio giardiniere, immerso così tanto nella recitazione cantilenante di qaside religiose, da dimenticare la sistemazione dei fiori e delle piante e la pulizia dei canaletti d’acqua: un vecchio schiavo liberato che resta lì perché non ha altra casa dove andare, ormai rassegnato alla sua sorte. Una stranezza attira lo sguardo di Yusuf: sugli alberi sono appesi degli specchietti che riflettono la luce e non sa a cosa servano. Fanno parte dei mille segreti della dimora, di cui il lettore apprenderà in seguito.

Dunque, il viaggio verso l’interno, verso il Congo, per commerciare con popolazioni sconosciute, in territori già contesi da belgi tedeschi e inglesi, incontrando pericoli, natura incontaminata, personaggi di vario genere, non tutti desiderosi della compagnia rumorosa e invadente di questo mercante. Alcuni di loro verranno uccisi, altri fatti prigionieri, picchiati e torturati, incapperanno in un sultano locale, una specie di feroce satana, che si farà beffe di loro in modo crudele, per poi lasciarli andare. Il timore dei portatori? I selvaggi dell’interno con armi primitive e riti misteriosi, con divinità lontane dall’ islam . Siamo dunque in pieno Cuore di tenebra di conradiana memoria? Il sultano malvagio è il Kurtz della situazione che affonda gli artigli negli abissi dell’orrore?

Esplicitamente, in molte interviste, lo scrittore ricorda che Conrad è una pietra miliare della letteratura inglese e mondiale e lui lo ha insegnato ai suoi studenti all’università: di certo la suggestione c’è. Ma Gurnah riscrive il viaggio secondo altri parametri, partendo dalla costa orientale, con tutto il carico culturale che si porta appresso questa zona: arabo, swahili, indo-persiano. Il meccanico indiano sikh scettico e aperto a molte soluzioni di vita , il fervente e un po’ fanatico musulmano Hamid, l’osservanza islamica esteriore di Abdul, sono personaggi che esemplificano questo spessore di lingue, religioni, culture: e tutti sono contro i washenzi, i selvaggi seminudi idolatri e refrattari a islam e cristianesimo, adoratori di alberi rocce e acque.

In questo scorcio di Africa contesa da soldati tedeschi, in gran parte askari africani, inglesi, missionari cristiani, in questo cuore di tenebra, ci dice l’autore, si stende non tanto l’ombra di Conrad quanto lo stereotipo europeo che inventa la metafora delle tenebre, per poter credere alla Grande Menzogna di un mondo da salvare e civilizzare da cui lo scrittore anglo-polacco prende spunto. Gurnah ci restituisce la complessità di “un luogo dove le persone vanno e vengono, commerciano e vivono”. Nella storia del continente africano ci sono luci e tenebre né più né meno che in Europa o in America: su questa idea l’autore non ha mai arretramenti.

Anche Yusuf lo capisce, diventa adulto, il mondo non è solo il giardino incantato della dimora di Abdul, il mondo è fatto di uomini con cui condividere, ma anche di violenti e malvagi. Il mondo è fatto per restare incantati da una cascata nella foresta, da albe e tramonti incredibili, ma anche è fatto per ribellarsi ai prepotenti e agli usurpatori. Il protagonista, in seguito ad una delusione d’amore, che fa parte dei segreti della casa di Abdul, trova il coraggio di distanziarsi dalla passività di Khalil, che dice male del padrone ma ne bacia riverente la mano, e si sente pronto per un destino ignoto, sempre a metà tra ciò che lascia e ciò che incontra, lo stesso del nostro scrittore esule da Zanzibar. Il finale è aperto e s’interrompe laddove il lettore vorrebbe che continuasse.

Una cultura composita è dietro questa scrittura: le sure del Corano riguardanti la storia di Yusuf (Giuseppe), del consigliere Al Aziz (Putifar) e di sua moglie Zulaikha, le sure del giardino dell’eden di iranica origine, le storie delle Mille e una notte, i resoconti di viaggio, numerosi nella letteratura in lingua swhaili, pieni di informazioni ( come quella del viaggio presso i Rusi, ossia la Russia) ma anche di storie favolose e leggendarie.

Tutto ciò fa di lui un narratore eccezionale in cui il lettore si perde nelle storie dentro le storie, fatte per un mondo che non conosceva la fretta e le convulsioni del mondo occidentale. Conserva anche un grande rispetto per i termini originali delle diverse lingue, mescolandoli all’inglese, costringendo l’editore e il traduttore ad un glossario finale.

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