Abdulrazak Gurnah - Sulla riva del mare - recensione a cura di Rosella Clavari

 Abdulrazak Gurnah

 Sulla riva del mare

 La nave di Teseo, 2022

 Traduzione di Alberto Cristofori

 

 Il testo in esame, è tra quelli riediti, a distanza di venti anni, in occasione del Nobel per la Letteratura 2021   assegnato  all’autore. C’è un sapore forte di autobiografia unito a una invenzione letteraria che fa trapelare la   profonda e vasta cultura di Gurnah. Nelle interviste recentemente rilasciate, lo scrittore e docente universitario rivela   che la prima molla che lo spinse a scrivere, fin da piccolo, fu l‘immenso piacere che la scrittura stessa gli procurava.   Poi le motivazioni cambiano, a partire dai cambiamenti intervenuti nella sua vita e in quella dei suoi conterranei: ” La   nostra vita fu travolta dal caos più totale verso la metà degli anni Sessanta, e le ragioni e i torti oscurati dalle   efferatezze che si accompagnarono ai cambiamenti introdotti dalla rivoluzione del 1964: arresti, esecuzioni,   espulsioni e innumerevoli umiliazioni e oppressioni grandi e piccole. Nel mezzo di questi avvenimenti, e con la   mente di un adolescente, era impossibile riflettere con chiarezza sulle conseguenze storiche e future di quanto   andava accadendo”.

Ricordiamo che l’autore nasce nell’isola di Zanzibar, appartenente a una minoranza etnica araba perseguitata fin dal 1963 in Tanzania ( di cui è regione semi-autonoma). Il vero cambiamento, anche nelle motivazioni della scrittura, sarà quando dalla fuga in Nigeria passerà in Inghilterra, a Canterbury. Lì si renderà conto che la scrittura è uno strumento per ricordare, smuovere le coscienze, denunciare. E sarà obiettivamente in grado di percepire che certi errori e orrori possono perpetuarsi anche col vicino di casa, col padre, col fratello e più estesamente con una persona della stessa appartenenza etnica.

In particolare in questo romanzo, due rifugiati provenienti dalla stessa terra, si incontrano in terra straniera. Il primo, Saleh Omar, di Zanzibar, un commerciante di mobili, arriva in Inghilterra con un visto non valido rilasciato da un suo parente Rajab Shaaban Mahmud, a lui molto ostile. Avrà la disavventura di incontrare il figlio di costui, Latif. Tutte le cose non dette, i segreti, gli scandali verranno alla luce e si stabilirà una sorta di tregua tra i due cui il destino è stato avverso. Solo in quello sfortunato destino si riconosceranno simili . L’autore scava nelle motivazioni antropologiche e storiche, e anche nei ritratti psicologici, ma non più di tanto. Quello che percepiamo è il suo accostarsi a una condizione esistenziale, nella narrazione, più vicino alle istanze morali e spirituali quali cause di un fenomeno o di un comportamento. Il rifugiato Omar pensa dopo tanti colloqui e attese “ ho paura dell’inesorabile passare del tempo come se finora fossi rimasto immobile, a oziare nello stesso posto mentre tutto mi scorreva di fianco […] mi sento lo strumento involontario di un disegno altrui, il personaggio di una storia raccontata da qualcun altro. Non io.”

Tra Saleh e Latif c’è la presenza di un personaggio carismatico e misterioso, Hussein un persiano del Bahrain. Un giorno si reca nel negozio di mobili di Saleh per acquistare un tavolinetto di ebano, occasione che si offre come spunto per narrare le molteplici avventure di cui è costellata la vita di Hussein “alto e inconfondibile, dall’aria astuta”. Il racconto di Saleh è un contenitore di racconti; ci sono flashback con narrazioni di vari personaggi, alternati al racconto delle sue vicende personali più recenti, nel campo di detenzione dove si trova temporaneamente come rifugiato irregolare. Le varie storie forniscono informazioni dettagliate su eventi accaduti nel mondo non solo africano; per esempio la vicenda del nonno di Hussein, vissuto in Malesia e nel Siam, dove il potere degli stati musulmani fu annientato dai britannici nel 1850. In altri punti le vicende antiche di popoli africani, europei, dell’Oriente, si mescolano con le guerre e i fatti cruenti del mondo, nel XX e XXI secolo.

Latif, l’altro personaggio che fronteggerà Saleh, è una persona colta, ha insegnato letteratura e in qualità di interprete, verrà mandato presso Saleh che a quanto pare, ha finto di non sapere l’inglese come gli avevano consigliato di fare. La famiglia che si è lasciata alla spalle Latif, è quella di un padre depresso e dedito all’alcool, una madre bellissima e fedigrafa, e l’ospite Hussein, proprio quello che abbiamo già incontrato, con cui fuggirà il fratello, il bel Hassan, il maggiore, il più studioso.

Fino all’ultimo nel dialogo teso tra Saleh e Latif emergono vecchi rancori familiari, ingiuste vendette, storie di altre persone coinvolte. Finirà il loro incontro con un breve soggiorno a Londra dove lo inviterà Latif. Dopo aver passato lungo tempo a conversare sulla riva del mare… Quel mare che suscita vari sentimenti di inquietudine o di libertà; quel mare visto anche come attraversamento di popoli che presumono portare la civiltà ma spesso scatenano l’emulazione del potere e l’odio fratricida.

Il romanzo è denso di storie dentro altre storie proprio come ne Le Mille e una notte, da visitare una per una come a cercare la ricomposizione di un mosaico. Frequenti sono le citazioni letterarie (Latif è un docente letterario proprio come l’autore) soprattutto dei grandi classici come Omero oppure viene sottolineato ironicamente come le letture mutino con il cambiamento di regime in Tanzania: dall’influenza americana a quella socialista. In particolare viene citato spesso il personaggio di Bartleby lo scrivano (dal romanzo omonimo di Herman Melville, 1853) somigliante a Saleh che spesso agli inviti dell’interlocutore risponde “preferirei di no”. Latif del personaggio Bartleby dice: “adoro l’impassibile autorevolezza della sconfitta di quell’uomo, la nobile futilità della sua vita”. E’ una forma di resistenza passiva, contro la violenza e l’ingiustizia degli uomini. Una resistenza che dopo tanti anni di insegnamento e scrittura, con Abdulrazak Gurnah ha trovato un riconoscimento nel Nobel che gli è stato assegnato “per la sua intransigente e profonda analisi degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel golfo, tra culture e continenti”.

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