Amal Bouchareb - Il bianco e il nero - recensione a cura di Giulia De Martino

 

 

Amal Bouchareb

 Il bianco e il nero

 edizioni le Assassine, 2021

 traduzione di Hocine Benchina e Jolanda Guardi

 E’con piacere che presentiamo questa scrittrice algerina, da qualche anno residente a Torino, giornalista e traduttrice,   particolarmente vicina alla cultura italiana, tanto da aver tradotto in arabo poeti filosofi e narratori sia classici che  contemporanei, come Machiavelli e Pasolini, tanto per citarne qualcuno. La conoscenza di arabo, francese, inglese, italiano e anche coreano, la pongono su un livello culturale in grado di   gestire personalmente anche le opere da lei scritte in arabo e tradotte all’estero.

Questo romanzo è in una versione ridotta da lei stessa per il lettore italiano, proponendo un titolo per noi più approcciabile come Il bianco e il nero in luogo dell’originario Sakarat Najma ( Morte di una stella) che gioca con il titolo del più famoso romanzo di Yacine Kateb, Nedjma, metafora dell’Algeria con il suo destino di sangue fin dall’antichità, che a molti probabilmente non avrebbe detto nulla.

Il romanzo di Kateb Yacine viene avidamente letto e riletto dal protagonista de Il bianco e il nero, considerandolo una anticipazione profetica dei guasti dell’Algeria di oggi. La Bouchareb aveva anche tradotto dall’arabo in italiano il suo racconto L’odore per le edizioni Buendia Books, un po’come aveva fatto un altro autore algerino, Amara Lakhous, con il romanzo La cimice e il pirata. Direttrice di riviste e collane letterarie in Algeria e in Italia, è fermamente convinta che la traduzione possa essere un ponte tra culture che si conoscono poco per creare legami che facciano superare i cliché e i pregiudizi reciproci.

Certo il libro presenta un tasso di cultura iniziatica e misteriosofica presente nelle religioni e filosofie del mondo antico, nell’islam, nel cristianesimo e nell’ebraismo, le tre grandi anime che hanno forgiato gli algerini, e anche del buddismo: sicuramente si tratta di materiale di non sempre di facile lettura. Il tutto darebbe al romanzo l’aria di un testo alla Dan Brown, con le tipiche connessioni difficili da seguire che s’intrecciano con il giallo vero e proprio della storia, se non fosse che veniamo presi molto di più dalle immagini di Algeri la bianca e Torino la magica che si uniscono nella persona del pittore Lyes Madi.

Lyes è un artista italo-algerino che viene trovato morto nell’appartamento del nonno sito nella casbah di Algeri: come mai era venuto nel suo paese d’origine, dopo un’assenza e un silenzio di 5 anni? E’ una domanda che si pongono tutti, dai vicini e dagli inquilini del condominio agli inquirenti che disperano fin da subito di riuscire a risolvere il misterioso caso: il corpo del giovane è squarciato da coltellate come anche la grande tela bianca posta sopra il letto in cui viene rinvenuto.

Il caso è destinato a diventare un rebus per la polizia algerina che dovrà alla fine archiviarlo come suicidio di un degenerato, seguace di riti satanici ( il computer rivela tutto un inquietante materiale inviato dall’amico Ermanno) in mancanza di altri elementi che facciano pensare ad un assassinio. Ma a guidarli è anche il timore del calibro di alcuni testimoni, assai vicini al governo... Il lettore apprenderà comunque la verità letteralmente all’ultima pagina.

Ci sarà anche un secondo cadavere, quello di una giovane donna, lei sì chiaramente suicida, incontrata per caso da Lyes durante improbabili appuntamenti con direttori e direttrici di accademie d’arte, di gallerie espositive, di fasulle agenzie di stampa, di ONG create solo per avere finanziamenti statali e una considerevole dose di potere. Per qualcuno anche un modo per avere facile accesso a giovani donne da piegare ai propri voleri. L’arte è sottomessa ai loro deliri di onnipotenza e desiderio smodato di ricchezza. Tutti intendono sfruttare la fama di questo professore di disegno dell’Accademia Albertina di Torino, noto internazionalmente anche come pittore, cercando di coinvolgerlo in trame più o meno equivoche. Tutti si fanno beffe del multipartitismo riconquistato, che è diventato solo un’ altra maniera per mettere le mani in pasta in affari lucrosi.

Il fatto è che all’artista tutto ciò non interessa: è partito per l’Algeria in piena crisi di creatività, seguendo i consigli di un maestro buddista conosciuto in Italia e del suo amico Ermanno, professore di storia sacra, appassionato di religioni e tradizioni filosofiche antiche, come i Veda, il sufismo e la Kabalah. Inoltre una vicina del nonno gli aveva comunicato la morte del vecchio, invitandolo a partire. Una insolita riflessione sui colori, un’ansia di arrivare ad una essenzialità artistica, un aiuto cercato nelle origini, riempiono le sue giornate. E’ quasi infastidito dalle continue mail dell’amico che cerca di rivelargli come alcuni simboli massonici affondino le radici in un passato lontano ma comune nel mediterraneo.

Lui era un bambino quando, a causa della guerra coi francesi negli anni’50-60, era arrivato in Italia con i genitori; il padre dopo la morte per stenti di sua moglie, si era risposato con una italiana ribelle e anticonformista che aveva cresciuto come un figlio proprio il piccolo, dato che l’uomo era venuto a mancare poco dopo il matrimonio. Nei flasback durante il soggiorno ad Algeri conosciamo i parenti italiani superborghesi, che non lo avevano mai accettato, vediamo piazza San Carlo e piazza Castello, la Mole Antonelliana, l’angelo diabolico del monumento in piazza Statuto, immersi nella simbologia magica che gli andava svelando il professor Ermanno suo amico.

Fatti strani accadono a Lyes, al suo arrivo ad Algeri, come l’incontro, ai piedi di una scalinata (come ce ne sono tante al centro della città vecchia) di una vecchia sporca, maleodorante e completamente avvolta nel suo tradizionale velo, che di bianco ormai non aveva più traccia. Una mano di Fatima (la khamsa, gioiello tradizionale musulmano ed ebraico) appare in più occasioni, turbandolo; un volto, forse quello della morte, lo perseguita.

Il tutto mentre sale e scende per le strette scalinate con le terrazze che sono anche ingressi alle case, con gli odori del passato e del presente, con le donne velate o inguainate in pantaloni aderenti, mentre incontra persone che aveva frequentato con il nonno 5 anni prima: è così che ha accesso alle storie d’antan, alle superstizioni tradizionali, al malcelato disprezzo per gli ebrei che per tanto tempo avevano con gli arabi condiviso un retroterra comune.

Aleggia anche il passato fenicio e numida, romano e cristiano, con quel sant’Agostino di cui si parla con orgoglio e insieme distanza, il passato coloniale francese e i berberi mai veramente accettati nelle loro peculiarità.

I corrotti, gli avidi ed invidiosi non albergano solo tra i borghesi e i potenti. Tutta la piccola umanità della casbah sembra smarrirsi dietro il desiderio di arricchirsi, di possedere l’appartamento del vicino, di raggiungere con le scorciatoie il benessere. Il fondamentalismo, apparentemente in ribasso, avvelena ancora però il popolino. La paura di perdere le tradizioni, di fronte ad una modernità ambigua e pericolosa, serpeggia tra le donne e gli uomini più anziani.

Il colonialismo aveva avuto una eredità imprevista: l’astio tra i vecchi abitanti di Algeri e i nuovi venuti dal bled, dalla campagna. I primi, più culturalizzati, parlanti francese e aperti al nuovo, quelli che avevano preso le case dei francesi nel centro europeo subito dopo la partenza degli stessi; i secondi, rozzi e ignoranti, poco inclini alle lingue diverse dall’arabo, provvisti di una religiosità superstiziosa, avversi alle novità, ma ansiosi di raggiungere il benessere degli altri, soprattutto a livello abitativo.

E il giallo, direte voi? Abbiate la pazienza di arrivare all’agghiacciante finale.

Il bello del libro è nelle descrizioni di luoghi e persone, nell’analisi della fatica della creatività, nelle riflessioni su un paese ancora in cerca di una strada non violenta.

Sì, è un giallo anomalo, ma ci dice tante cose sull’Algeria di oggi e di ieri.

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