Amir Tag Elsir - Ebola '76 - a cura di Giulia De Martino

Amir Tag Elsir

Ebola ‘76

Atmosphere libri, 2021

traduzione dall'arabo e postfazione di Federica Pistono

Uscito in arabo nel 2012 deve essere sembrato di grande attualità alla casa editrice Atmosphere per proporlo in tempi di coronavirus ed ha funzionato anche con noi, attirati da un titolo pauroso ma lontano nel tempo e nello spazio.

Solo un medico, quale è infatti l’autore sudanese, da noi recensito per “Il cacciatore di larve”(Nottetempo, 2013) poteva presentare l’immane tragedia della prima comparsa del virus emorragico ebola con i contorni della commedia nera , forse perché i sanitari hanno bisogno, più dei comuni mortali, di esorcizzare le paure con un ghigno ironico, se non sarcastico. C’è dentro il testo anche un pizzico delle cavalcate e danze medievali della Morte paurosamente personificata o anche di atmosfere che richiamano le epidemie descritte da Marquez nei suoi romanzi. Ma si tratta di analogie superficiali: qui l’autore osa molto di più.

Ebola diventa il vero protagonista della storia: malefico e allegro, astuto e ingannatore, abile nel tendere trappole ma rabbioso quando qualcuno scappa alle insidie e, addirittura, sopravvive, come l’operaio tessile Lewis, ritenuto il paziente numero 1 che ha trasportato l’infezione dal Congo (nel ‘76 ancora Zaire) alla cittadina di Nzara in Sud Sudan. Di ebola sono comparse altre epidemie negli anni 2000 ma questa si ricorda per il panico provocato da un virus sconosciuto e letale. Ancora non avevamo la familiarità di oggi con termini come spillover o zoonosi, tristemente resi famosi dal Covid 19.

Lo scrittore non vuole narrare la vera storia dell’operaio untore: il romanzo si configura come una serie di incontri o scontri fra tanti personaggi che concorrono alla diffusione del contagio, sicuramente perché non hanno la più pallida idea di ciò che sta succedendo . Ma anche quando  lo cominciano a comprendere lo attribuiscono, sia in Congo che in Sudan, all’opera di qualche superstregone che suscita l’invidia degli altri maghi per la potenza dimostrata. Perciò niente misure di igiene pubblica, niente limitazioni di alcun genere.

E giù con le pozioni e i rimedi strampalati, gli amuleti e i sacrifici per arrestare la malattia, con le teorie più strane per determinarne le origini: tutto tranne l‘uso delle mascherine e il distanziamento sociale che i medici congolesi cercano di diffondere per radio e tv. Come si vede, per certe persone di oggi non è cambiato nulla, con l’aggravante che il livello di istruzione di alcuni paesi africani era allora ancora molto basso negli anni ‘70 e non c’erano conoscenze scientifiche diffuse come ora.

Anche il livello sanitario della cittadina di ‘Nzara è molto povero, limitato ad un piccolo ospedale retto da due medici, di cui uno muore quasi subito e infermieri che non sono altro che i malati sopravvissuti che s’improvvisano sanitari. Ben presto non resta che trasportare i corpi malati, morti e non sempre tali, nella piazza principale, in giacigli d’emergenza, prima di essere precipitati in una fossa comune. Non si andava troppo per il sottile nella differenza tra morto e moribondo... Uno dei principali strali polemici dello scrittore è rivolto proprio verso l’ignoranza e la fede nelle superstizioni tradizionali, che tocca i poveri come i più abbienti.

C'è pure qualche furbastro che ha cominciato a capire come arricchirsi di più, lucrando sulla paura. Si tratta del proprietario dell’unica fabbrica tessile locale che abbandona il confezionamento di abiti e accessori per dedicarsi alle mascherine, facendosi una gran pubblicità e servendosi praticamente di un solo operaio, dato che tutti gli altri sono malati o morti o scappati. Chi è l’operaio? Ironia del destino... il povero Lewis, risuscitato dalla malattia, che diventa praticamente uno schiavo del suo ex-padrone che in precedenza l’aveva licenziato, quando se ne era andato in Congo a dare l’ultimo saluto alla sua bella amante morta. Per consolarsi Lewis si era accompagnato con una prostituta, appena fresca di contagio ebola e da lì era partita una catena comprendente la moglie Tina, qualche vicino, alcuni parenti, i compagni di lavoro.

La macchia del contagio vola, con grande gioia del Virus che gongola ad ogni mancanza di precauzione, ad ogni libido che porta a fare sesso con prostitute o con le legittime consorti, ignari di essere portatori di contagio, felice di ogni mancanza di coscienza e solidarietà consapevole. In questo panorama di povertà ed ignoranza, sembrano non albergare più l’amore, la solidarietà, la comprensione. Ognuno pensa per sé, alle proprie esigenze, a salvarsi da solo a discapito degli altri. O resta nella trappola della propria emotività che non cancella né àsti né odi né passioni neanche in tempi di pandemia.

Vari personaggi mostrano questo profilo: un musicista congolese cieco e pazzoide, ormai in declino, accompagnato dagli organizzatori del suo concerto a ‘Nzara e dalla sua assistente fintamente grata e modesta; un tronfio parrucchiere alla moda ; un mago maldestro che non si capacita di non avere pubblico per i suoi giochi ; un operaio della fabbrica creativo ma ottuso, fissato con un festival da lui ideato che premiava l’uomo dell’anno di ‘Nzara ; la moglie di Lewis, una venditrice d’acqua che già aveva fatto di tutto per liberarsi di lui, perché non ne poteva più di infedeltà; un sindaco che in realtà non è tale, ma si comporta come se lo fosse…

Si era diffusa una abitudine che cercava di far scoprire gli altarini nascosti di tradimenti, corruzioni e mazzette, nefandezze di ogni genere. L’autore si serve di un fenomeno scientifico rilevato da molti che assistono malati terminali: a volte avviene una cosiddetta ‘lucidità terminale’, in cui il paziente si sveglia dal coma e parla. L’autore fa diventare questo fatto come l’occasione per i perdenti, i truffati, gli sconfitti, di assistere ad una sorta di confessione di malefatte altrui di cui tutti sapevano ma che non si potevano dire pubblicamente per paura di ritorsioni o peggio.

Ormai ogni confine è superato: quello dei corpi, attraversati dal virus, quello tra il Congo e il Sudan, dove si è creata una folla di profughi zairesi che non sanno che il contagio è ormai dilagante anche nel paese vicino, quello dei quartieri bene, sede delle abitazioni degli occidentali o dei maggiorenti locali: tutti hanno paura. Ma c’è una bella differenza tra le considerazioni desolate dei poveri e le preoccupazioni degli occidentali, chiusi, isolati e protetti da mura da cui nessuno entra o esce: “Riuscirà nostro figlio a terminare i corsi ad Harvard o a Cambridge?” “Non metteremo su pancia a forza di stare sdraiati sul divano?”  L’occhio feroce di Tag Elsir si rivela nell’ultima scena: sono tutti in piazza ad esultare che stanno arrivando gli elicotteri a salvarli. Porteranno dottori, infermieri, medicine, viveri? Ma il rombo dei motori si perde in direzione dei quartieri residenziali che vanno a salvare unicamente gli occidentali.

Non nutre molte speranze per l’Africa il nostro autore, tuttavia per sollevarci un pochino prova ad abbozzare, nelle ultime pagine, possibili esiti positivi di vita di alcuni personaggi, con un po’ di ottimismo in più e confessiamo che, immersi nella nostra di pandemia, ne sentivamo il bisogno...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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