Jason Mott - Che razza di libro! - recensione a cura di Rosella Clavari

Jason Mott

Che razza di libro!

Enne Enne ed. Milano, 2022 traduzione di Valentina Daniele

Romanzo vincitore del National Book Award 2021, il testo rispecchia la personalità di un autore molto originale ed efficace sia sul piano poetico che romanzesco. E’ anche una sorta di presa in giro del suo stesso mestiere: quando si entra nel tritacarne del mercato, manovrati da una agente, un media trainer, le domande inopportune e fuori luogo dei giornalisti e a volte degli stessi lettori a caccia di autografi.

Dopo averlo letto ed essere stati catturati dalla sua scrittura avvolgente ed empatica la prima cosa che viene in mente è: questo è un romanziere ma anche un poeta, è soprattutto un poeta.  Tornano in mente echi della scrittura di Baldwin, in alcuni tratti di denuncia socio-politica, cogliamo la parentela africana con l’energia del poeta e drammaturgo Sony Labou Tansi; la denuncia attraverso l’ironia, il sarcasmo e alla fine l’impietosa verità storica. Ma il mondo di Mott è ancora più allargato e ricco: vi entrano i grandi miti cinematografici americani come Bogart e Nic Cage,per citarne due e come non notare l’ influenza di Woody Allen? La sua grandezza sta nella capacità di elaborare questo vissuto amalgamando tutti gli ingredienti, senza enfasi, con eleganza.

Protagonista è uno scrittore ( che non ha nome) , l’altro ( privo di nome anche lui ma soprannominato dai suoi nemici Nerofumo) è il Ragazzino, quasi un suo alter ego, che lo accompagna per tutto il tragitto e che gli narra l’infanzia difficile vittima del bullismo, l’uccisione del padre, gli episodi di razzismo sempre più frequenti. L’autore va oltre il presunto elemento autobiografico, appellandosi all’immedesimazione nell’altro, al non doversi sentire protagonisti da soli ma responsabili gli uni degli altri .

Il Ragazzino ha avuto il dono dell’invisibilità, fortemente voluto dai suoi genitori perché si proteggesse dal male del mondo intorno a lui che lo ha privato del padre a 10 anni. Solo il protagonista può vederlo, tuttavia ciò gli fa sorgere un dubbio poiché afferma sovente di avere una malattia: una immaginazione troppo spiccata che gli fa vedere ciò che non c’è. Anche qui il nostro autore domina con disinvoltura tanti elementi: l’invisibilità nell’ambito della magia africana, il volersi nascondere ed essere invisibili come malattia dell’esistenza, il surreale nella fantasia dello scrittore e l’incubo di una realtà dominata dall’ingiustizia. Tutto questo unificato con leggerezza ma con altrettanta energia. Una miscela esplosiva che non uccide nessuno però, se non i propri vizi e le proprie paure.

Ripercorriamo la trama: uno scrittore nero americano sta facendo un tour promozionale del suo libro di successo. La sua vita si trascina come in un film, in atteggiamenti da scrittore maledetto, dedito all’alcol e alle donne. La presenza improvvisa del Ragazzino, detto Nerofumo dai suoi compagni di scuola, lo accompagna e lo costringe a fare i conti con la sua coscienza.    Si scoprirà che quel Ragazzino è stato ucciso come il padre ( la sua presenza è un fantasma tra i vivi?) ; il poliziotto omicida di Nerofumo, comparirà davanti agli occhi del protagonista in una suggestiva e tragica visione, verso la fine del romanzo: oppresso dai rimorsi del presente e del lontano passato, verrà risucchiato dall’oscurità verso un campo di mais al seguito di due figure di schiavi.

 Il protagonista si relaziona con vari personaggi tra cui in primo luogo Sharon la sua agente e il media trainer Jack ( che sembra uscito da una copertina di Dior e mai rientratovi…) , poi c’è l’autista Renny, un tipo originale, un benestante che ha studiato a Cambridge, a cui piace guidare e incontrare gente; Kelly è un nome ricorrente tra le ragazze che conquista, è un po’ il prototipo della ragazza dei suoi sogni, sempre tra finzione filmica e realtà. In fondo tutto il romanzo è impostato come un viaggio tra immaginazione e realtà, tra menzogna storica e finzione strategica dei media perché è effettivamente il mondo americano in cui vive anche l’autore e che ha profondamente influenzato tutto il mondo.

Quello che può essere un dettaglio all’interno di tutto questo guazzabuglio umano, è la storia di un qualsiasi afroamericano che esce la sera per passeggiare e muore ammazzato vicino alla soglia di casa, sotto gli occhi della moglie e del figlio, perché non aveva i documenti con sé. Una storia che si ripete per tanti altri giovani e maturi uomini neri, una cronaca quotidiana.

Il protagonista, su pressione della sua gente Sharon , viene spedito ad ascoltare un sermone presso il municipio-chiesa di Balton, in seguito a un nuovo omicidio di un ragazzo nero. Andato lì controvoglia, ascolta il pastore ma non si trova a condividere la sua idea: “Dubito che i neri possano esser felici in questo mondo. C’è un antefatto di tristezza troppo lungo che li azzanna alle caviglie. E per quanto cerchi di seminarla, la vita riesce sempre a ricordarti che prima di ogni altra cosa tu sei parte di un popolo sfruttato e di un destino negato, e tutto quello che puoi fare è odiare il tuo passato e, per procura, odiare te stesso”.

I neri in America sentono di non appartenere né all’Africa, né all’America, questo è detto anche più avanti . Lo scrittore in questione sente di non avere una responsabilità precisa in tutto questo, la sua responsabilità è vendere libri, restare fuori dall’ospizio dei poveri, essere una brava persona con un dolore tutto suo... Poi nel racconto veniamo a sapere che anche Nerofumo nelle sue traversie e dopo la morte del padre cominciò a trovare conforto nella scrittura. E sarà lui stesso a dire allo scrittore: “Voglio che parli di me” . Lui, il Ragazzino, consapevole della capacità che ha la scrittura non solo di lenire il dolore ma anche di dare voce agli inascoltati, di denunciare il male fatto agli oppressi, invita lo scrittore a raccontare la sua storia. “Perché alla fine siamo tutti la stessa persona, che loro sono te”. E come dice Jason Mott verso la fine del romanzo “Dobbiamo accendere il telegiornale e vedere le persone, e portarle a casa con noi. Dobbiamo stare in casa nostra e vederle anche lì. Dobbiamo parlare con loro come se fossero sedute davanti a noi”. Molti dubitano di poter spezzare il ciclo di tante morti e sofferenze. Noi sappiamo solo che dobbiamo provarci ed è un invito che dobbiamo accogliere.

Potresti leggere anche...

Informativa Cookie

Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Puoi acconsentire all’utilizzo di tali tecnologie chiudendo questa informativa, proseguendo la navigazione di questa pagina, interagendo con un link o un pulsante al di fuori di questa informativa o continuando a navigare in altro modo.