Ananda Devi - Il sari verde - recensione di Rosella Clavari

Ananda Devi

Il sari verde

Utopia, 2025

traduzione dal francese di Giuseppe G. Allegri

 

Il romanzo di Ananda Devi, arrivato tardi nella traduzione italiana (Gallimard, 2009) non sapremmo come collocarlo nel suo genere dato che evoca sia il noir che il thriller o l’horror (sembra di trovarci a volte di fronte a un romanzo di Stephen King) ma si tratta, in ultima analisi, del monologo lucidamente folle di un carnefice; in ciò l’autrice dimostra una notevole capacità di controllo sulle emozioni e sulla scrittura narrativa, denunciando nella violenza domestica, esercitata dal protagonista contro la moglie e la figlia, una violenza che si irraggia poi nel tessuto sociale, riducendo in schiavitù, torturando, vessando i più deboli e oppressi. In questo senso il racconto domestico nasconde la metafora di un più vasto sfacelo e quell’imperativo della violenza che purtroppo segna le guerre recenti.

Gli accenni alla fine dello schiavismo e alle guerre di indipendenza nella propria terra (la Devi è nata nell’isola Mauritius), ad episodi storici di rivendicazione della propria libertà a costo della morte sono sparsi qua e là, quasi non volendo comparire, ma sono molto incisivi.

Il protagonista del romanzo è il dottore stimato del paese “il dokter, il semidio che aveva tutte le risposte e possedeva la chiave di ogni guarigione” un uomo di estrazione umile che ha sposato una donna dell’alta società ma “lui era il medico e questo compensava tutto”.

Il sari verde che dà il titolo al romanzo è simbolo del lusso e dell'agiatezza da cui proviene la donna, ma anche di squisita gentilezza; proprio quella gentilezza che l’uomo attacca in un decalogo alla rovescia dove tutto ciò che è buono e positivo viene attaccato ferocemente. La donna, a suo giudizio, merita di essere picchiata perché è un’inetta: non sa cucinare, tenere in ordine la casa, vestirsi con sobrietà ma si intuisce che sono armi pretestuose questi motivi, la violenza è iniziata molto prima. In certi momenti l’uomo nella sua ridicola disperazione assume i contorni di una maschera tragicomica e veramente comico risulta il suo comportamento. Per giunta, lui nega di essere un mostro perché il suo obiettivo è la rettitudine.

Ora ha intorno a sé, dopo la morte della giovane moglie (provocata da lui?) la figlia Kitty su cui si intuisce che ha esercitato anche molestie sessuali e la nipote Malika. Con grande disgusto del nonno, la nipote Malika che convive con una donna, si diverte a torturarlo poichè lo odia profondamente, raccontandogli dettagli della sua vita intima.

Anche nella sua professione di dottore, l’uomo (non sappiamo né il suo nome né quello della moglie) si trascina dietro giudizi e accuse infamanti: sembra che abbia anteposto la richiesta di pagamento alle cure immediate verso un povero capofamiglia gravemente malato.

Nell'ultima parte della sua vita, questo vecchio mauriziano che pur essendo carnefice si sente vittima, sta in un letto, costretto al riposo da una malattia inguaribile. Nulla sembra condurlo verso un pentimento, nemmeno la morte imminente. La storia ci conduce attraverso i ricordi e le allucinazioni del vecchio e ci spinge a vedere anche nelle vittime qualcosa di nascosto, di colpevole, legato alla stregoneria che nelle credenze dell’isola ancora imperversa. Il finale ci lascia senza risposte da una parte e dall’altra, affacciati sull’abisso del male che quest’uomo ha saputo compiere e confezionare instancabilmente.

Ananda Devi, di ascendenza indiana è nata nell’isola Mauritius, una terra dove si sono incontrate e mescolate molte culture e molte lingue tra cui il francese, l’inglese, il creolo mauriziano. Tra le più acclamate voci della letteratura africana contemporanea, grazie alla casa editrice Utopia che pubblicherà le sue opere, troverà una maggiore conoscenza anche nel nostro paese.

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