Dinaw Mengestu - L'atlante dei posti sbagliati - recensione di Rosella Clavari

Dinaw Mengestu

L’atlante dei posti sbagliati

NNE, 2025

traduzione di Antonio Matera

 

Troviamo in questa ultima opera di Mengestu dei punti di contatto con “Leggere il vento” il suo romanzo del 2011 non solo perché si tratta di una storia di emigrati etiopi in America ma perché si stabilisce il confronto tra una coppia di giovani e una coppia di anziani con tutto il carico di problemi, disagi e sofferenze che l’autore, senza acredine ma con puntualità e lucidità non priva di ironia, mette in rilievo, quale prodotto della mentalità americana e del suo razzismo duro a morire. Un altro aspetto ricorrente è l’uso terapeutico della letteratura come strumento di ricostruzione della propria identità ferita e la capacità di comprendere meglio il proprio dramma attraverso di essa.

Samuel, l’anziano tassista emigrato dall’Etiopia in America è in un certo senso il protagonista del romanzo, anche se la voce narrante è del giovane giornalista Mamush che è andato a vivere a Parigi con la moglie e il figlio. Samuel, con la sua ambiguità e presenza continua nella vita del bambino e poi dell’adulto Mamush, pur essendo il suo vero padre (scopriremo messo al mondo per garantire una nuova vita in America alla madre del piccolo) non si dichiarerà mai tale ma non riuscirà a spezzare il legame padre-figlio se non levandosi di mezzo, brutalmente.

Dopo una lunga convivenza con Mamush e sua madre, Samuel sposerà Elsa e il ragazzo potrà andare a trovarli quando vorrà. L’atlante dei posti sbagliati è il bizzarro atlante in cui Samuel nel suo lavoro di tassista a Washington o Chicago, ha tracciato le strade che possono permettere alle persone disperate come lo è stato lui, da emigrato in America, di raggiungere casa loro nei posti più sperduti e lontani come la Virginia, o l’Illinois; ma spingendosi ancora più in là, Samuel vorrebbe creare un servizio con altri colleghi che sia riservato unicamente ad immigrati.

E Mamush ripercorrerà le strade su cui ha viaggiato con Samuel anche da piccolo. L’autore che ha una certa predilezione poetica per la fotografia - alcune fotografie riferite alla narrazione, compaiono all’interno del libro - sottolinea, in quei viaggi in taxi, la bellezza di certi tramonti, di alcune terre che somigliano a quelle dell’Etiopia. Solo lì si sentiva veramente bene Samuel, perché nella città nessun quartiere era vissuto con affetto o senso di appartenenza : indicò una sottile falce di luna che stava sorgendo o calando sopra un silo argentato, al centro d’un campo deserto. Era uno scorcio di inaspettata bellezza bucolica, che colse entrambi di sorpresa”; oppure: “indicò il sole diritto davanti a noi e la tenue luce invernale che tingeva la valle e le colline brulle di un’intensa tonalità violacea”.

Samuel rappresenta anche il punto di raccordo del mestiere di scrittore, vuole aiutare Mamush a scrivere il suo romanzo; in fondo hanno in comune lo stesso potere autodistruttivo (Mamush ha dipendenza da alcool e droghe) e hanno bisogno della scrittura per “ricomporsi”. Sconsolata l’amara conclusione cui giunge l’anziano Samuel affermando di essere arrivato in America “quando eravamo troppo avanti nelle nostre vite. Non si trattava di un nuovo inizio, ma della fine. Non so perché mi ci siano voluti così tanti anni per capirlo”.

Un romanzo carico di dolore di cose non dette, di allusioni, nella creazione di un clima che evoca l’assenza, il vuoto, la discriminazione, l’equivoco, la rassegnazione. Forse la letteratura prende il sopravvento sulla vita impedendone lo sviluppo armonico se non attraverso la letteratura stessa; o forse c’è un codice conosciuto solo agli etiopi-americani immersi nella realtà-prigione della loro migrazione (“mia madre non raccontava mai come e perché lei e Samuel avessero lasciato l’Etiopia”) per cui non è dato comprendere fino in fondo, se non attraverso l’ironia,il significato dei contenuti o dei gesti presenti nell’opera, intervallati da momenti poetici di rara bellezza.

Ci conforta in questa sospensione di giudizio e apertura di spazi per la riflessione, la nota finale del traduttore: parlando della sfida complessa e affascinante che ha rappresentato il testo di Mengestu, usa il termine “ascoltare” nell’esercizio del tradurre; ascoltare, sintonizzarsi con l’atmosfera della narrazione; e questo ascolto lo ha portato a scoprire l’essenza dell’opera che è un effetto di straniamento, spostamento continuo da false certezze, un andamento irregolare con frammenti di verità.

Aggiungerei un andamento instabile come instabile e precaria è la vita di Samuel e Mamush, entrambi con problemi di dipendenza e ancor prima di traumi psicologici. Ecco che la letteratura si fa specchio di quella forma di vita, registra, immortala come una fotografia, riprende come un film, momenti di vita vissuta in cui si alternano buoni e cattivi ricordi, in cui “bisogna saper raccontare le bugie”, come intima Samuel a Mamush, e mettere l’arte anche in quello.

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