Leila Slimani
Il profumo che i fiori hanno di notte
La Nave di Teseo, 2025
traduzione di Anna D'Elia
Il testo, uscito per le edizioni Stock nel 2021, non è il primo che si legge sul tema: è stato scritto su invito da parte di un museo a uno scrittore per passare una notte in solitudine, a contatto con le opere d'arte, libero di scrivere poi un racconto o un articolo. Avevamo, infatti, recensito di Kamel Daoud Il pittore che divora le donne, elaborato in seguito alla notte passata al Museo Picasso di Parigi dove c'era una mostra sul diario pittorico erotico del pittore, del 1932.
Alla Slimani viene proposta invece una mostra d'arte contemporanea, ospitata nel museo della seicentesca costruzione della Punta della Dogana a Venezia, finita di restaurare nel 2009 dall'architetto giapponese Tadao Ando.
La richiesta è fascinosa: Venezia, la laguna di notte, un mito turistico tra i più intramontabili...ma inizialmente suscita irritazione nell'autrice, che ha sempre avuto un problema con i musei e l'arte occidentali: confesserà, nel testo, di aver avuto sempre una sostanziale estraneità alle visite museali in Francia.
Vissuta fino alla prima giovinezza in Marocco, a cavallo tra due culture, tra due paesi molto diversi tra loro, tra religioni differenti, ha sempre sentito che, nonostante le pretese di universalità dell'arte, quelle espressioni non la rappresentavano, non le appartenevano. A Rabat, allora, non c'erano musei e mostre; i primi contatti li ha avuti, ventenne, quando è andata a vivere a Parigi e non sono stati entusiasmanti.
Infatti accetta la proposta, sostanzialmente per la prospettiva di solitudine e reclusione che le sono ben noti perché costituiscono la sua vita di scrittrice, fatta volutamente di isolamento, disciplina e rinuncia. Ecco, in questo modo si configura la particolarità del suo testo: confessione, memoria famigliare e collettiva, critica presa di distanza dal consumismo culturale che domina la nostra epoca, riflessioni sulle eredità coloniali, sull'identità, e particolarmente sulla libertà al femminile.
Saranno spunti nati dal confronto con le opere esposte, sia quelle della mostra, sia quelle permanenti: colloquierà interiormente con figure e rappresentazioni a lei ignote, con forme architettoniche e perfino con installazioni cinematografiche (come quella di Marilyn Monroe) che nella notte assumeranno forme di apparizioni, fantasmi,incubi.
L'avvio della memoria del suo passato marocchino è assicurato, proustianamente, dall'odore sensuale e penetrante dei gelsomini notturni, installazione, posta all'entrata, dell'artista marocchino Higham Berrada che con un meccanismo di luci ha invertito il ciclo naturale notte-giorno , da cui dipende l'odore emanato dai fiori, per offrire ai visitatori diurni la straordinaria emanazione floreale dei Mesk Ellil, (in arabo, gelsomini notturni) .
Anche all'entrata della casa a Rabat c'era un cespuglio di gelsomini che richiama alla scrittrice il finale rientro dalle sarabande notturne effettuate, di nascosto dalla famiglia, con gli amici ribelli nei locali a ballare o nelle corse sfrenate per arrivare al mare di notte ubriachi persi. Il gelsomino segnava l'ora della ribellione alla famiglia e alla cultura che voleva le donne se non proprio recluse (come descrive Fatima Mernissi ne La Terrazza) tutte dedite alla casa e alla famiglia. Eppure, confessa la scrittrice, la sua famiglia non era particolarmente oppressiva in fatto di dettami religiosi, ma temeva il giudizio pubblico di non conformità alle regole, aveva paura di quello che poteva succedere fuori, che avrebbe compromesso l'avvenire delle figlie femmine. Per la giovane Leila comincia un dualismo di dentro-fuori, padre amato-odiato, francese-arabo, occidente-Africa musulmana. Infatti la sua educazione è fatta di letteratura francese, di cinema americano (soprattutto le commedie brillanti anni '80) e di film musicali approvati dal padre ma solo nel dentro della casa.
Finisce che non proverà mai la voglia di comporre in arabo, non riuscirà mai a sentirlo veramente suo. Quando poi commetterà la ribellione estrema di andare all'università a Parigi, passerà un primo periodo di eccessi contro il padre, l'ambiente sociale borghese marocchino, bevendo e fumando, (secondo la diffusa regola di sesso droga e rock 'n roll) alla faccia delle regole compromissorie del suo avvenire di donna. Ma non si libererà di suo padre che, a causa di un periodo di cruda prigione per uno scandalo politico-finanziario della banca cui apparteneva, ne risentirà in salute e psiche. Sarà liberato, ma scagionato pienamente solo qualche tempo dopo la sua morte. Cosa che la Slimani non perdonerà alla giustizia marocchina. La figlia non si libererà di lui perché cercherà, con una reclusione volontaria votata alla scrittura, di mimare la vita di lui fatta di privazioni.
E' vero, come sottolinea la Slimani, che il rinchiudersi per scrivere è scelto da molti scrittori come una necessità per cancellare la realtà e tuffarsi nell'immaginario, ma per lei acquista un valore di riparazione verso il padre. Nella notte al museo di questo racconto, grida forte, nella sua interiorità che deve a questo la sua scrittura, e lo deve anche al dentro-fuori in cui è cresciuta. Cita brani di tutti gli autori che ha letto che si esprimono su questo. Non solo l'autrice interroga le opere artistiche ma colloquia infatti con decine di scrittori amati. Tra questi spicca la poetessa e artista visiva libanese americana Etel Adnan le cui poesie s'intrecciano con le opere esposte al museo e la cui vita è particolarmente congeniale all'autrice: filosofa plurilingue, poetessa, artista e viaggiatrice instancabile. Anche l'autrice parla dei suoi viaggi compulsivi che si alternano alle reclusioni: il fuori è necessario all'introspezione e all'immaginario. E' il dualismo che l'ha fatta diventare paladina dei diritti femminili, che l'ha fatta riflettere sulla realtà politico-culturale del Marocco, su un mondo occidentale che si sta perdendo nella sua essenza positiva. Difenderà l'Islam quando lo vede attaccato in modo stupido, volgare, aggressivo. Ma attaccherà la religione islamica quando assume forme retrograde e offensive soprattutto contro le donne.
E' un testo intenso e affascinante, breve e incisivo che la dice lunga sugli scrittori africani che non sono emigranti nel senso comune del termine, ma che continuamente si dibattono sulla duplicità della loro identità e che vogliono essere semplicemente se stessi, al di fuori degli incasellamenti fittizi, offerti spesso dalla critica letteraria.