Fabrizio Calvini - L'uomo di Biserta - recensione di Giulia De Martino

Fabrizio Calvini

L'uomo di Biserta

Readaction, 2026

 

L'autore, produttore e organizzatore teatrale, coordina al momento iniziative culturali tra Roma e Nord Africa, dividendo il suo tempo tra Roma e Tunisi. Basta scorrere qualche riga del testo per percepire la sua conoscenza del territorio tunisino e della attuale realtà politico sociale. Ed è proprio in questo paese che ha ambientato il suo romanzo, a metà strada tra dramma esistenziale e thriller avventuroso.

La storia parte dal rapporto ventennale di una coppia italiana omosessuale, ormai probabilmente logoro e arrivato al capolinea. Il più vecchio, Reno, è un attore teatrale più che sessantenne che ha abbandonato il teatro, scivolando verso un pericoloso alcolismo; l'altro, Claudio, più giovane di 20 anni, è un autista di auto blu del Tribunale di Roma, lavoro che disprezza e odia e dal quale non riesce ad allontanarsi. Sono esilaranti le descrizioni dei colleghi e di tutto l'ambiente del Tribunale, dai giudici, agli inservienti e ai rappresentanti dell'ordine all'ingresso.

Del suo lavoro, l'attore ha conservato la teatralità con cui esprime le sue convinzioni, ossessioni ed illusioni. Tutto per lui acquista contorni di passionalità estrema: sostituisce il teatro con la passione delle piante, salvo rinnegarla in modo plateale quando sente che non è quello che cerca: il sogno totalizzante che appaghi la sua vita. Proprio per questo trascina il suo partner, durante uno dei tanti viaggi in Tunisia che entrambi amano, in una avventura che si rivelerà pericolosissima.

Il lettore cammina con i due nelle vie centrali di Tunisi e nei vicoli della medina, s'infila fra i tavolini del più celebre e antico ritrovo della città, il Café de Paris, situato nella centralissima Avenue Bourguiba. Un tempo frequentato soprattutto da artisti e intellettuali, cittadini eminenti e turisti, l’autore ce lo presenta come luogo di pensionati europei venuti a vivere al sole africano, spesso in cerca di avventure erotiche omo o eterosessuali a pagamento; così divengono vittime di tanti giovani squattrinati, spesso venuti dalle campagne, senza un vero lavoro e alternative di vita che non siano imbarcarsi su un barcone per affrontare il Mediterraneo, e disposti a vendersi al primo che offra soldi per qualsivoglia ragione, dal sesso alla ricerca di reperti artistici e archeologici.

In molti luoghi Claudio, biondo e con gli occhi chiari viene scambiato per un bisertino (da cui il titolo del testo) ed è costretto in qualche modo a difendere la sua italianità. Tale caratteristica, comunque di una minoranza, è dovuta a fattori genetici derivanti dalle migrazioni del Neolitico, presenti soprattutto tra gli Amazigh e a fattori storici: infatti questa città è stato un porto commerciale molto attivo che ha favorito la mescolanza di etnie, oltre ad essere stata una attiva base 'corsara'.

Ma il Café de Paris è anche una zona manovrata da spie del governo del presidente Kais Sayed che, dopo le illusioni della primavera araba, ha gettato i Tunisini in una nuova forma di regime autocratico, retto da dure repressioni, anticostituzionalità e una tendenza a considerare l'Islam come “obiettivo dello stato”, reintegrando quanti avevano ceduto al terrorismo, perché in fondo erano buoni musulmani...

E' proprio in questo ambiente che comincia l'avventura dei due italiani, che verranno in possesso di un misterioso antico libro arabo, da cui si origineranno i guai cui andranno incontro. La ricerca di un misterioso tesoro, dal quale Reno attende il riscatto non materiale della propria vita, avviene attraverso la frequentazione di affaristi di ogni genere come Khalfini, un ricco e raffinato tunisino, trafficante di beni artistici, già colluso con la famiglia Trabelsi (Leila Trabelsi era la seconda moglie di Ben Ali, implicata insieme al fratello in gravi episodi di corruzione) o idilliaci pastori berberi che conoscono posti di antiche rovine ancora inesplorate. Emergono nella storia anche un tale Fabio, un fascinoso italiano ammanicato con tutti i fronti, doppiogiochista di gran livello, ed El-Ras, un ex-terrorista islamico, prima incarcerato e torturato dal passato regime di Ben Ali e dopo utilizzato nella polizia del presidente Kayed.

Francamente vogliamo sottolineare come la visione della Tunisia attuale risulti un po' unilaterale, inseguendo più o meno un'idea che recita che gli abitanti di questo paese non vogliono, come molti musulmani, veramente la democrazia, anche se l'hanno reclamata a gran voce nel 2011, dimenticando però quanti ancora, lottando per i diritti di tutti, muoiono o sono imprigionati, anche recentemente nel 2026, dal regime di Sayed.

Certamente il tema principale del romanzo non è la situazione politica della Tunisia ma è la resa dei conti dei protagonisti rispetto ai propri fallimenti, alle illusioni totalizzanti, alla ricerca di una soluzione, qualunque essa sia, che venga dall'esterno e non da una autentica revisione della propria vita. Forse il più compromesso dei due, Reno, ce la farà, forse l'altro, con l'immagine finale dell'attesa di un taxi, con cui si conclude il romanzo, avrà difficoltà a cambiare, a non aspettare più un aiuto dall'esterno piuttosto che dall'interiorità della propria anima. Il fascino del romanzo sta proprio nell'intreccio fra i due temi, mescolandoli in un intrigo incandescente e mozzafiato fino alle ultime pagine .

Ma l'attrazione del testo è anche nel linguaggio: ci si incanta davanti alle rappresentazioni delle città grandi e piccole, con i loro monumenti storico-artistici, alle visioni un po' infernali degli hammam, alle vivaci istantanee dei turisti europei che spendono per qualsiasi cosa, protetti dalle autorità anche nelle nefandezze perché portano denaro; affascinano anche le descrizioni della natura, soprattutto delle zone desertiche, rivelando in essa un senso mistico e spirituale (sembra a Reno di risentire in essa la potenza dell'antica dea Tanit), attraverso lo sguardo dei due protagonisti. Sguardo che si vela di pietà e di rabbia per la povertà della piccola gente, notata per le strade, indaffarata a guadagnarsi letteralmente il pane, per le madri che cercano notizie dei figli partiti clandestinamente in mare per l'Italia, forse morti. Sguardo anche che sa cogliere una gioiosa vitalità fisica e una capacità di resistenza alle sofferenze, dovute forse all'incontro-scontro di tante lingue e culture che si sono avvicendate nel territorio.

Vitalità che quelli come Claudio e Reno non riconoscono più all'Italia, anzi all'Europa, o meglio a tutto l'occidente, imbolsiti da un benessere con cui misurano tutto il mondo.

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