Leila Slimani
Porterò il fuoco con me
La nave di Teseo, 2026
Traduzione di A. D’Elia e A.M.Lorusso
La scrittrice francese di origine marocchina si è fatta conoscere non solo per i suoi romanzi e numerosi riconoscimenti e premi, ma anche per la sua attività in difesa dei diritti umani. Questo è il terzo della trilogia che comprende Il paese degli altri (2020), E noi balliamo (2022) e attraverso le vicende di una famiglia della buona borghesia marocchina, lei ginecologa e lui imprenditore, si esplorano i rapporti di tre generazioni: la coppia stessa, la nonna cresciuta in Alsazia e sposata in tempo di guerra al colonnello marocchino Amin con cui andrà a vivere in Marocco,le due giovani figlie e nipoti Mia e Inès.
Si nota che sia i nonni che i genitori, esempi di coppie solide capaci di affrontare insieme le avversità, sono rappresentate con amore, nonostante le opposizioni e gli inevitabili scontri che si verificano con le due giovani dell’ultima generazione, in cerca entrambe della loro emancipazione.
Oscillare tra l’attaccamento alle proprie radici o tendere verso la Francia, evidenzia dei problemi soprattutto tra le persone più giovani: le donne si sentono oppresse dalla religione islamica con i suoi divieti, il che le porta ad un allontanamento dalla religione e anche dalla lingua araba che è sentita come una imposizione (in fondo anche il re parla francese ...sottolineano spesso). Le vicende private sono accompagnate dal racconto delle cronache locali e degli eventi storici nel mondo, passando attraverso il mezzo televisivo che raduna tutti per la partita mondiale di calcio oppure per la drammatica sequenza dell’attentato alle Torri gemelle nel 2001; su quest’ultima la nonna Mathilde decide di staccare l’antenna perché quel giorno coincide con le esequie del marito morto.
Il romanzo è un cammino a ritroso, inizia nel 2022 con una seduta di Mia dallo psicanalista e risale alla sua infanzia e al punto cruciale del 2003, anno della morte di Mehdi, il padre di Mia. Il padre ha cambiato spesso lavoro, prima capo di gabinetto per il Ministero dell’Industria, poi direttore della Federazione Calcio e infine imprenditore presso un ente di credito del Marocco; pian piano si troverà incriminato ingiustamente di reati mai commessi e il governo sceglierà di farlo fuori: finirà nella prigione di Salé da cui uscirà pochi anni dopo malato di cancro e solo otto anni dopo la sua morte verrà scagionato. Mia ha un forte legame con quest’uomo che l’ha iniziata alla lettura dei libri educandola a difendere la sua libertà. È l’uomo che la incantava quando parlava del suo progetto di un tunnel sottomarino da Casablanca a Madrid.
Il rapporto con la sorella minore Inès all’inizio è impostato sulla gelosia, mentre la piccola la adorerà sempre sopportando le sue angherie; Mia vuole differenziarsi da lei, una bambola buona e bella, comportandosi da maschiaccio, nel vestire e nei modi per sfociare poi in una scelta omosessuale.
La madre Aisha, che lavora indefessa nell’ospedale, curando soprattutto donne povere e in pessime condizioni di salute, in sostanza voleva figlie “docili con i potenti...capaci di incantare i tiranni e salvarsi la pelle”. I suoi interventi-monologo sono narrati con un flusso di parole che rivelano la sua ansia ed iperattività: impegni da assolvere, promemoria di cose da fare. Mia dal canto suo segue di malavoglia l’insegnante di arabo, odiato da molti bambini, e non ha mai imparato la preghiera del Corano. Quando arriva al “liceo dei ricchi” sempre a Rabat, per Mia è la prova più difficile ma il salto più importante sarà quando da sola si troverà a Parigi a lavorare, in un contesto a lei sconosciuto fino allora.
Le figure maschili rivelano contraddizioni e inquietudini non inferiori: lo zio Selim, fotografo a New York, durante l’attentato alle Torri gemelle, si trova in realtà a Rabat per i funerali del padre e avverte il pericolo di rientrare nel suo paese dove forse “vivrà intrappolato tra l’odio degli islamisti e l’ignoranza degli occidentali”; pensa al vecchio padre Amin che con la madre era andato a New York, anni prima, a vedere una sua mostra fotografica, con una vaga idea dell’arte e della bellezza ma desideroso di compiacere il figlio. Amin quando parlava del suo passato, raccontava dei numerosi paesi conosciuti nei suoi viaggi, tra cui la Russia, che era stato un bravo chitarrista e per poco non aveva fatto la rivoluzione...
Il professor Baillard insegnante della compagnia teatrale frequentata dalla giovane Inès, non si fa scrupoli di essere sposato e seduce la ragazza ; lei si dimostra molto più matura di lui, lasciandolo e spiegandogli che la loro storia non ha futuro poiché lei ha solo 17 anni. Ci sono anche importanti personaggi femminili come la zia Selma, la sorella di Selim, che come la madre ha dovuto lottare per difendere le sue scelte; la tata Fatima che ha rifiutato la proposta di matrimonio di un vedovo con prole, comprendendo che aveva in realtà bisogno di una serva; lei con molta dignità ha vissuto la sua povera vita e ha cresciuto Mia e Inès; quest’ultima le parla del concetto di laicità in Francia, della libertà che lì si respira. Fatima non è convinta di ciò: “se a qualcuno non piacciono i valori del nostro paese che se ne vadano a vivere altrove”.
La narrazione è asciutta e scorrevole ed entra nella nostra quotidianità per quei caratteri universali che ci accomunano. A proposito della scrittura è interessante recepire un momento di crisi esistenziale della giovane Mia dove mette in discussione proprio la cosa che più ama, il suo mestiere di scrittrice, la sua vocazione, scoperta dopo la fine degli studi e alcuni lavori non a lei confacenti. La scrittura come elezione ma anche come condanna: “vorrei rinnegare tutto”. Odia quei libri che ritiene l’abbiano tenuta lontana dalla vita, dall’amore “che mi hanno murata nelle parole”. In realtà Mia ha cercato protezione, rifugio nella scrittura e deve saper perdonare a se stessa anche questo poiché fa parte della sua crescita e della ricerca di un equilibrio nel rapporto con gli altri e con la realtà storica e familiare.
La dedica finale di Leila Slimani si ricongiunge al titolo del testo: riferendosi agli amici di sempre che sono costretti a vivere la loro sessualità di nascosto “questo libro è per voi, vi devo tantissimo e il vostro fuoco arde in me per sempre”.