
Abdulrazak Gurnah
Dottie
La nave di Teseo, 2026
traduzione di Alberto Cristofori
La casa editrice La nave di Teseo sta mantenendo la promessa di tradurre quasi tutti i romanzi di questo autore che ha colto di sorpresa i lettori italiani al momento dell'assegnazione del Nobel per la letteratura nel 2021. Anche se Garzanti ne aveva già pubblicati due nel primo decennio del 2000, al grande pubblico Gurnah era pressoché sconosciuto .
Dottie è stato scritto nel 1990: aleggiava l'eco delle rivolte dei neri, degli asiatici, dei caraibici, della crescita del razzismo nei movimenti di estrema destra (ma non solo), tutto ciò iniziato già a partire dagli anni ‘60, con esplosioni di violenze inaudite nei quartieri disagiati della south-east e west London: contro la polizia, rea di comportamenti razzisti che non tenevano in nessun conto le motivazioni sociali, quali la forte disoccupazione, soprattutto negli anni '80, le difficoltà di accesso all'istruzione e ai servizi sociali; violenza soprattutto della polizia contro i manifestanti, che causava morti e feriti. L'autore lascia intravedere un razzismo delle istituzioni ma anche di molti cittadini inglesi: nonostante l'Inghilterra non sia più un grande impero coloniale i pregiudizi, a volte inconsci, in particolare contro gli africani 'primitivi', sono duri a morire.
Questa premessa è stata necessaria per introdurre il testo in questione che è l'unico, finora, a presentare dei protagonisti che non sono dei migranti, ma nati in Inghilterra, figli di una migrazione molto più antica. E per di più non provenienti da Zanzibar, luogo di origine dell'autore, come in tutti gli altri romanzi di Gurnah.
Le origini della madre di Dottie sono oscure, un misto Indiano punjabi, Africa e altro ancora. Lei non ha mai voluto rivelare chi erano suo padre e suo nonno ai figli. Traversano varie zone dell’Inghilterra prima di approdare a Londra, svolgendo una vita di stenti, assoggettandosi completamente ai parametri razzisti, praticando la madre la prostituzione per sopravvivere, e affidando la cura dei figli Sophie e Hudson alla maggiore Dottie. Sono tutti e tre figli di padri diversi: le due ragazze e il maschio più piccolo crescono tra scuole periferiche e assistenza pubblica, necessaria soprattutto al figlio maschio, un ragazzo violento ed aggressivo, con il mito del padre, un soldato nero americano. Sophie, al contrario della maggiore Dottie che è brava a scuola, rivela invece dei deficit intellettivi. Una famiglia ampiamente disfunzionale che passa tra collegi, riformatori, affido a famiglie inglesi. La madre finirà per morire di gonorrea e il peso della famiglia ricadrà tutto su Dottie.
Non sembra di trovarci in David Copperfield o Oliver Twist? Non c'è un pizzico di Conrad nell'immaginare avi africani cannibali e violenti? – Certamente - afferma l'autore stesso in una intervista rilasciata a Milano, al momento della presentazione del libro. Questi autori sono stati sviscerati nel suo mestiere di professore universitario, ma con una grande differenza: a salvare i protagonisti di Dickens sono i gesti nobili di qualcuno o un opportuno matrimonio, qui invece Dottie deve passare attraverso un processo di autoconsapevolezza per operare una trasformazione e passare da vittima al rifiuto di essere considerata come tale. E non solo in relazione alla razza, ma anche al genere.
I romanzi di Gurnah presentano sempre dei protagonisti maschili, in cui sono riflessi pezzi dell'esperienza dell'autore. Qui, invece, è una donna che deve combattere e superare non solo la violenza di razza, ma anche quella contro le donne. Dottie deve imparare che l'amore, come sacrificio di sé e dovere, non salverà i suoi fratelli, perché passa attraverso l'azzeramento della sua individualità, dei suoi bisogni. L'abbandono materno l'ha resa fragile e bisognosa di protezione contro la durezza di una società classista e razzista, ma lei attraverso la lettura di libri e l'amore per l'istruzione, purtroppo non condiviso da Sophie e Hudson, comincia a scoprire il suo valore e la sua voglia di riscatto da un destino infame. La famiglia talvolta rappresenta un ambiente rassicurante, a volte una prigione da cui scappare, tanto più che Hudson e Sophie sembrano impermeabili a qualsiasi trasformazione e ripetono pervicacemente gli stessi errori. Anche quando alla sorellina capita di avere un bambino questo non avvierà un processo di cambiamento. E sarà, ancora una volta, la sorella maggiore a farsene carico.
Dottie passa attraverso legami e relazioni maschili e femminili, forse ambigui all'origine, come quello con l'assistente sociale Brenda, capaci però di fortificare il suo senso di identità plurima e anche la sua inglesità: è un'inglese dopotutto, cosa altro potrebbe essere, visto che è nata e cresciuta in Inghilterra?
Gurnah non fa sconti a nessuno: l'ambiguità del colonialismo (“sei tra noi, ma non sei noi”), la violenza e il razzismo attraversano dominanti e dominati. Del resto la sua famiglia ne aveva fatto esperienza a Zanzibar, nel momento in cui il neonato stato socialista di Tanzania, di cui faceva parte anche la sua isola, negli anni '60, aveva violentemente contrastato gli indiani e gli arabi di colore, anche se musulmani, costringendolo all'esilio. Nel romanzo le diverse etnie presenti a Londra nutrono pregiudizi reciproci, utilizzando gli stessi stereotipi degli inglesi: gli africani sono primitivi e selvaggi, gli indiani puzzano a causa della loro cucina, i giamaicani ballano bene ma sono tutti criminali ecc...
Anche per quanto riguarda l'amore, Dottie cerca di non assoggettarsi solo ai desideri dell'altro, incontra due relazioni possibili, ma impara piano piano a rispettare prima di tutto ciò che lei vuole e desidera e comunque questi legami l'aiutano a uscire dalla dipendenza del giudizio dell'altro, esattamente come ha fatto per i suoi rapporti di lavoro.
Il fascino del libro è nella sua trama, nei personaggi, nelle ricostruzioni di ambienti e squarci della grande metropoli, non solo nelle ideologie che lo sottendono: Gurnah resta un formidabile narratore di storie e il tomone di circa 400 pagine te lo bevi tutto di seguito.