AA.VV. - La presenza dell'Africa nella letteratura e nella cultura italiana - recensione di Rosella Clavari

AA.VV.

La presenza dell’Africa nella letteratura e nella cultura italiana

a cura di Flaviano Pisanelli.

Franco Cesati editore, Firenze 2026

 

 

Il testo in questione è costituito da undici saggi di autori diversi che articolati in tre diverse sezioni, permettono di approfondire il nostro sguardo sulla relazione tra l’Italia e “il composito continente africano” .

L’ Africa erroneamente non è stata mai vista come un continente costituito da tanti paesi diversi (pur con tratti comuni per esempio nelle tradizioni, nella considerazione degli antenati, del rapporto con la natura per citarne solo alcuni) ma come il luogo esotico e misterioso di attrazione e paura al contempo, senza conoscerlo veramente mai abbastanza.

Nella prima parte, interessante è il rilievo sul poema “Africa” del Petrarca dove già si evince questa presenza-assenza , contrapponendo all’Africa incivile, selvaggia, il primato imperiale di Roma: il discorso riguarda Cartagine contrapposta a Roma e i Cartaginesi, come tutte le genti di quella zona, sono tacciati di empietà e perfidia di contro ai concetti di pietas, fides, virtus portati dai Romani. Non mancano d’altra parte descrizioni magnifiche di un planetario nella reggia del re Numida Siface dove si reca Lelio, ambasciatore di Scipione per stringere alleanza con Cartagine. Ma l’Africa che Petrarca descrive, o meglio il suo racconto poetico è saldamente ancorato alla ricerca storica, non si rivela, come nella letteratura francese connesso con l’oriente e il magico.

Si passa poi a considerare nell’arte e nella pittura in particolare,come a partire dal Rinascimento nelle opere di Bellini, Carpaccio, Veronese, Tiepolo compaiano persone schiavizzate di origine africana nelle vesti eleganti di gondolieri, paggi, simbolo del lusso ostentato dalla classe dirigente dell’epoca. Tra il 1890 e il 1930 un’Africa tenebrosa, con ricorrenti immagini della foresta pluviale occupano le pagine dei resoconti di esplorazione e dei romanzi d’avventura e coloniali.

La comune origine ad Alessandria d’Egitto di Giuseppe Ungaretti e di Filippo Tommaso Marinetti ci parla di una presenza italiana in Africa sempre più evidente man mano che le vicende storiche portano all’impresa coloniale italiana.

In particolar modo cattura il nostro interesse una figura poco considerata di scrittore come Alessandro Spina, pseudonimo di Basili Khouzam nato nel 1927 a Bengasi in Cirenaica in una famiglia di imprenditori siriani di confessione cristiano-maronita. Dopo il ‘40 si trasferisce in Italia e si laurea a Milano nel 1953 ; torna poi a lavorare nell’impresa paterna ma dopo la nazionalizzazione messa in atto da Gheddafi rientra in Italia e vi resterà fino al 2013. L’originalità dei racconti e romanzi di Spina sta, forse proprio a causa della sua origine composita, nel ritrarre i libici con uno spessore psicologico difficilmente concesso da altri autori italiani; inoltre i loro costumi arcaici non sono criticati o disprezzati, piuttosto nell’epoca coloniale sono ritratte negativamente le mogli adultere, per noia, dei coloni militari. Per i numerosi romanzi di Spina analizzati da Alessandra Locatelli rimandiamo al testo in oggetto.

Testimonianza che intorno al Mediterraneo vivono numerosi paesaggi, mari e civilizzazioni è la presenza delle comunità italiane in Libia ma anche in Tunisia dove fin dal XV secolo d. C. emigranti genovesi (in seguito anche ebrei dalla Toscana) si insediarono a Tabarka poi dal XIX secolo si trasferirono sulle isole di San Pietro e Sant’Antioco in Sardegna; tra XVIII e XIX secolo arrivarono anche dal Sud Italia (come testimoniano anche alcuni romanzi recenti) 1; in quel periodo e in quel territorio, le tre religioni monoteiste non sono state mai motivo di divisione ma di condivisione.

Enrico Terracini fa parte di quegli scrittori italiani costretti ad emigrare in Algeria; conciliò la sua attività di scrittore con quella di diplomatico, dapprima in Svizzera, poi a Dakar; in Italia fu tra i collaboratori di “Solaria”, rivista che fu sequestrata dalla censura fascista. Esercitò con grande umanità la sua attività di diplomatico per aiutare i migranti. Della sua esperienza in Algeria ha lasciato testimonianza in alcuni romanzi tra la fine degli anni ‘30 e inizio del ‘40; pochi autori italiani hanno parlato dell’esperienza algerina, tra cui Vittorio Sereni nel suo più conosciuto Diario d’Algeria (1947) .

Viene giustamente ricordato il ruolo svolto, per la liberazione delle colonie portoghesi in Africa, da Joyce Lussu con il suo lavoro di traduttrice. Tra il 1934 e il 1938 viaggiò in diverse zone dell’Africa dove conobbe la realtà del colonialismo, testimoniata in alcune sue raccolte poetiche. Per lei, proveniente dalla Resistenza, era naturale partecipare alla mobilitazione in favore dei perseguitati politici : in particolare ricordiamo la traduzione della poesie del poeta angolano Agostinho Neto in prigione per motivi politici. Il grande merito di Joyce Lussu in quel drammatico frangente storico è stato di avere dato voce a chi non aveva voce.

L’ultima sezione del testo in oggetto è dedicata alle opere filmiche che hanno relazione con il tema della migrazione, in particolare Terraferma di Crialese (2011) e Paese nostro (2018) del collettivo ZaLab. Il punto di vista dell’immigrato, la sua difficoltà a relazionarsi e gli impedimenti burocratici e amministrativi sono ben focalizzati. Premessa alla visione filmica di questo periodo più attuale è interessante anche il film documentario dedicato a Leone Jacovacci, di origine italo-congolese, campione italiano di pugilato durante il periodo fascista, terribilmente dimenticato e messo in oscurità durante la sua attività, nonostante la bravura dimostrata.

Conclusioni.

I vari saggi ci hanno permesso di analizzare situazioni differenti ma tutte interessanti e suscettibili di ulteriori approfondimenti. Il legame con l’Africa è ineludibile ma segnato per lungo tempo da una visione stereotipata e razzista, di esotismo e dominio, tranne quei casi dove, come rifugio esistenziale, si è rivelata a noi italiani come una terra fertile e creativa.

La riflessione sul legame storico e letterario tra Italia e Africa è stata utile in qualità di premessa storica del nostro impegno come Scritti d’Africa, ormai da vari anni, nel far conoscere i romanzi e i saggi di autori africani tradotti in italiano. Un passo avanti nel creare una relazione che ci fa scoprire sempre più punti in comune.

Sul versante italofono, a partire dagli anni ‘90, piccole case editrici hanno pubblicato le opere di giovani autori di origine africana che hanno scelto la lingua italiana in prima persona per farsi conoscere, con l’aiuto di scrittori e giornalisti italiani: testimonianza del loro percorso migratorio e dell’accoglienza più o meno benevola ricevuta in Italia. In seguito si è sviluppata una vera e propria presenza di scrittori e scrittrici in lingua italiana (nella poesia, nel romanzo, nel saggio, nell’indagine giornalistica) fino ad oggi, per le maggiori case editrici e con riconoscimenti e premi, di cui abbiamo parlato nelle recensioni del nostro sito. 2)

 

 

 

1) Luca Bianchini “Le ragazze di Tunisi”, 2026; Marinette Pendola “Gli italiani di Tunisia- Storia di una comunità” (XIX-XX secolo), 2007.

 2) www.scrittidafrica.it: Leggere l’Africa 2, cap. 6 e 9 a cura di Giulia De Martino e Rosella Clavari.

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