Eve MacDonald - Cartagine, la nuova storia dell' antico impero - recensione di Giulia De Martino

Eve MacDonald

Cartagine, la nuova storia dell'antico impero

Prefazione di Silvia Romani

Traduzione di Francesca Ilardi e Massimo Bocchiola

Codex Giunti, 2026

 

Eve MacDonald, storica canadese-britannica delle antichità nordafricane e mediorientali, nonché archeologa, ha voluto riscrivere per il grande pubblico e non solo per gli addetti ai lavori, la storia di Cartagine, dopo aver pubblicato testi per un'editoria di stampo universitario. Il perché di questo cambio di target risiede nel desiderio di togliere dalla storia di Cartagine e dei Fenici in generale la 'polvere sporca' accumulata sull'argomento da secoli di dominazione storiografica e letteraria greco-romana. Lo sappiamo che la storia la scrivono quasi sempre i vincitori e proprio per questo l'autrice ha voluto informarci, instillando dubbi su come siano andate realmente le cose, basandosi non solo su ricerche storiografiche e linguistiche aggiornate, ma anche su recenti scavi archeologici, alcuni dei quali da lei stessa condotti.

Vengono analizzate anche le opere musicali e cinematografiche sui personaggi protagonisti del duello Roma-Cartagine (Amilcare e la famiglia Barca, la Didone virgiliana, Scipione l'Africano, il triangolo numida Massinissa – Siface - Sofonisba) che hanno ricalcato gli stereotipi dovuti alla tradizione storica greco-romana. Ha restituito spessore reale a quelle immagini scolastiche che tutti ci portiamo appresso: Annibale a nove anni che giura al padre il suo eterno odio per Roma, la radice di quell'odio nella tradita Didone, Scipione l'Africano che sparge sale su una Cartagine distrutta, Annibale e gli elefanti e via dicendo.

Ha mostrato il ruolo reale avuto da Cartagine nel Mediterraneo ben sei secoli prima di Roma, allontanando i lettori da informazioni restate in certi testi , come se dovessimo ancora collaborare al disegno ideologico di Augusto imperatore, reso in poesia da Virgilio nell'Eneide. Il testo, pensato appunto per dei lettori non particolarmente esperti di storia romana e del Mediterraneo, è corredato di mappe e riscontri puntuali, con l'indicazione di capitoli e pagine che cercano di evitare di smarrirsi tra gli eventi citati, nonché di una ricchissima bibliografia delle fonti primarie consultate.

Ma, ad avvincere, conta molto lo stile con cui il testo è stato scritto: cattura il lettore come in una indagine poliziesca, (anche se sappiamo in partenza come è finita per i Barcidi e Cartagine) utilizzando un linguaggio il più possibile semplice.

Cartagine risalta come una potenza che ha avuto al centro sempre un'alternanza di guerre e pacificazioni, perché hanno avuto primaria importanza le alleanze a scopo commerciale, praticate anche attraverso politiche matrimoniali tra le classi alte cartaginesi e le varie classi nobiliari dei diversi popoli incontrati o vinti nel vicino Oriente, nel Nordafrica, in Sicilia, in Spagna, tanto per citare le zone più significative. Fu per questo che non era sempre necessario conquistare militarmente i territori: i matrimoni e le parentele continue assicuravano il permanere della supremazia cartaginese, anche se questo non escludeva del tutto i tradimenti e i voltafaccia politici. Un continuo rapporto, quindi, “fra centro e periferie, tra lo stare e l'andare”, quando ancora Roma era una piccola città che faticava a trovare la strada per il successo e il potere.

Un grosso legante furono, oltre le alleanze matrimoniali, che assicuravano denaro e soldati, le tradizioni mitiche e religiose, come per esempio il culto per il dio Melqart, che da divinità protettrice della città fenicia di Tiro divenne il protettore della terra e della navigazione nelle colonie fenicie di tutto il Mediterraneo. Lo stesso Annibale ebbe un legame particolare con Melqart; famosi (e ricchi per le donazioni) divennero i templi dedicati a questo dio, condivisi tra più popolazioni, come per esempio quello di Gadir, l'odierna Cadice, in Spagna. Anche i Romani vi ravvisarono una somiglianza con Ercole, l'eroe umano che divenne dio, mutuato dall'Eracle greco. La dicitura Colonne d'Ercole-Melqart sottolineò fin dove si spinsero i fenici assai prima dei Romani.

Ma la potenza commerciale, politica, culturale fu sminuita dai Romani e dalla sua storiografia, sottovalutando il ruolo di mescolanza unificatrice di lingue e culture per tutto il Mediterraneo, testimoniato dall'archeologia. I Romani conobbero presto la loro abilità nella costruzione navale, sottovalutandone invece la competenza edilizia, soprattutto quella riguardante le cinte murarie e un notevole sviluppo nella tecnologia agraria. Non a caso, però, si ebbe l'accortezza, durante la distruzione e l'incendio di Cartagine, di recuperare dalla biblioteca della città i testi dell'agronomo Magone, un cartaginese di origine amazigh che raccolse le pratiche berbere riguardanti l'agricoltura, in particolare vinicola, e la veterinaria. I suoi libri (gli originali non esistono più) ebbero traduzioni in greco e latino e divennero presto fondamentali, come ci ricorda Plinio il Vecchio.

La MacDonald discute anche il termine “punico” dato al popolo cartaginese e alla sua cultura, sebbene punico e fenicio non siano sinonimi. Tuttavia lei stessa continua, per comodità, con la dicitura “punico” essendo prevalsa ormai su fenicio per quanto riguarda Cartagine, nella storiografia mondiale.

Tuttavia l'autrice ricorda che l'uso del termine “punico”(poenus in latino) ha origine in uno stereotipo culturale creato dai Romani che non era precisamente un complimento: era infatti passato, nella letteratura e nel teatro, a essere sinonimo di infingardo, traditore, mentitore, qualità negative attribuite agli abitanti di Cartagine. I Cartaginesi dovevano restare per sempre il prototipo dei nemici giurati di Roma. Il duello Roma- Cartagine divenne, nella vulgàta comune, tra la famiglia dei Barca e quella degli Scipioni: la prima, esempio di negatività, la seconda, feconda di eroi che diffondevano l'idea del romano puro, dedito al bene della patria, secondo l'ideale virgiliano rappresentato da Enea. Ma forse, conclude l'autrice, senza il ruolo politico-culturale svolto da Cartagine nel Mediterraneo, non ci sarebbe stato il grande impero romano, che ne accolse alcuni tratti, come la multiculturalità, ma se se ne distaccò perché praticò la via dell'imperialismo.

Cartagine contribuì a creare soprattutto un'identità nordafricana e sebbene avesse avamposti in tutto il Mediterraneo, era in terra d'Africa che “si trovavano i suoi alleati più affidabili, i suoi acerrimi nemici, i miti condivisi e le tradizioni locali”. Cartagine risorse come provincia romana per opera di Cesare ed Augusto, circa 100 anni dopo la sua distruzione: ebbe il suo Foro, con Basilica e Tempio, diventando sede del proconsole e centro amministrativo. Ma la fondazione di una colonia sul sito originario di Cartagine può essere considerata una “sopravvivenza” dell’antica città ? È la domanda finale che si pone la nostra storica.

In un certo senso prove ce ne sono soprattutto nel resto del Nordafrica, nelle iscrizioni bilingui punico-latine. Nel primo secolo dopo Cristo, i magistrati locali recavano ancora le denominazioni che avevano dato loro i Cartaginesi. Forse “l'Africa non fu mai stata così punica come dopo la distruzione di Cartagine, poiché i suoi cittadini sopravvissuti avrebbero cercato rifugio nel territorio, creando una sorta di diaspora punica” .

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