Giuseppe Albertoni - Il santo, l'etiope e il diavolo - recensione di Giulia De Martino

Giuseppe Albertoni

Il santo, l'etiope e il diavolo

Il Mulino - Saggi, 2026

 

 

Chiunque si recasse a Magdeburgo, nel land Sassonia-Anhalt, presso la cattedrale, vedrebbe, a protezione della tomba di Ottone I, un santo nero in completa armatura medievale, con tratti tipicamente sahariani. La statua, si leggerebbe nella guida, è stata rifatta, insieme alla cattedrale, tra il 1220 e il 1250, dopo un grave incendio che aveva danneggiato quasi tutto. Si tratterebbe della statua di un ufficiale romano, Maurizio, partito da Tebe, in Egitto, inviato nel 286, con i suoi uomini (una leggendaria legione tebea) in una zona oggi corrispondente al Vallese in Svizzera per reprimere una rivolta. Maurizio, cristiano come molti suoi compagni, si rifiuta o di uccidere dei cristiani o di compiere riti propiziatori agli dei e viene martirizzato insieme ai suoi uomini. Non esistono prove dell'esistenza di Maurizio e della sua legione, anche se Eucherio, vescovo di Lione, ne parla in una lettera al suo vescovo ausiliare nella prima metà del V sec. Altri cronisti in seguito replicarono questa storia.

Il problema che lo storico Albertoni vuole illuminare è come mai un imperatore germanico del secolo decimo, re dei Franchi orientali e imperatore dei Romani, sceglie un uomo di pelle nera, dai tratti fisici subsahariani (lo possiamo vedere nella foto di copertina e all’interno del libro) come protettore dell'impero, ritratto con una sacra lancia, in seguito identificata dai fedeli come quella del centurione Longino che trafisse Gesù. E non solo Ottone I, ma anche Federico Barbarossa e Federico II ne fecero un simbolo dell'universalismo cristiano rappresentato dall'impero romano-germanico, permettendo loro di sottomettere e convertire con la forza popolazioni slave e ugro-finniche.

Che percezione c'era nell'Alto Medioevo degli africani o comunque di chi aveva la pelle nera? E che c'entrano gli etiopi e il diavolo?

Il testo cerca di dimostrare come l'inclusione o esclusione per le persone nere non si basasse su nozioni biologiche di “razza” come avrebbero fatto i secoli XIX e XX, ma su elementi etico-religiosi, partendo da una tradizione etno-geografica affermatasi nel mondo greco-romano che legava l'aspetto fisico alle fasce climatiche della Terra, unita, in seguito, ad una etnografia di origine biblica (diluvio universale e torre di Babele) sviluppata dai Padri della Chiesa, a partire dal III secolo. Tutti i neri erano genericamente chiamati etiopi che in greco voleva dire quelli con il viso bruciato dal sole...intendendo una vasta regione a sud dell'Egitto, confusa con la Nubia, includente il Corno d'Africa, talvolta l'Arabia meridionale e perfino l'India. Il colore della pelle fu visto da un punto di vista morale e religioso, assimilato al nero uguale a peccato. Neri come il diavolo perché non cristiani o comunque se erano neri e mostruosi era perché all'origine c'era un peccato (per esempio il peccato di Cam, maledetto da Noè) . Quindi potevano essere rappresentati o descritti come neri anche i Magiari, gli Unni o perfino i contadini di posti remoti d'Europa, legati a tradizioni pagane. L'adesione al cristianesimo era comunque il passaporto che consentiva il transito, tramite una predicazione redentiva, dal rango di neri peccatori pari al diavolo a “bianchi” metaforici.

Ad un certo momento si ha conoscenza di un re Ezana di Axum, nella prima metà del sec. IV, che cristianizzò il suo popolo: certamente la vicinanza ad Alessandria, dove aveva predicato l'evangelista Marco, non fu estranea a questa conversione.

I contatti culturali e commerciali del regno di Axum furono soprattutto con l'impero romano-bizantino. Ecco perciò l'ambivalenza degli etiopi, lontani e vicini ad un tempo.

Quando cominciò l'espansione arabo-islamica, l'Etiopia fu allontanata di nuovo e l'immaginario letterario e artistico dei codici miniati, delle vetrate, dei dipinti, delle sculture delle chiese si riempì di uomini-mostri, animali fantastici e arrivò a presentare come “neri” anche i saraceni o i mauri come si diceva. Nello stesso tempo, quando nel X sec. la dinastia fatimide s'impossessò dell'Egitto, si raggiunse un certo equilibrio con l'Etiopia reale: molti ebrei e cristiani copti d'Egitto entrarono nell'amministrazione civile del califfato.

Ma tutto ciò non riguardava i regni cristiani d'Europa che continuarono, fino all' XI secolo, a ignorare la realtà e a confondere le sedi geografiche in cui collocavano quel po' che sapevano. Finché con il vescovo e storico Ottone di Frisinga, zio di Federico Barbarossa, in una cronaca miniata si riprese la visione universalistica cristiana di Sant'Agostino (di origine africana) che aveva esaltato il valore degli apostoli portanti il messaggio di Cristo ai confini del mondo. Dunque Etiopia e tante altre zone, pur restando lontane, diverse e misteriose, erano pur sempre parte dell'ecumene cristiana.

Fu proprio nel 1200 che cominciarono ad apparire fantomatiche notizie su Prete Gianni, come per esempio la sua discendenza da uno dei Re Magi. Ne dà notizia anche Marco Polo nel suo Milione, dichiarando tuttavia che non aveva visitato le sue terre di persona ma ne aveva sentito parlare. 'Arrivavano' persino missive presso le corti bizantine e germaniche, anche ambasciatori, di cui non si è per nulla certi, data la confusione delle fonti.

Nacquero, nella seconda meta' del XII secolo, poemi cavallereschi con cavalieri bicolori come il Feirefiz di Wolfram von Eschenbach la cui vicenda viene rielaborata, in seguito, da Chrétien de Troyes nel suo Perceval.

Perfino l'intellettuale Abelardo, in una lettera ad Eloisa, entra nel dibattito sulla duplicità, negativa e positiva, che poteva essere assunta dal colore nero, richiamandosi alla sposa etiope del Cantico dei Cantici.

Una visione escatologica solo in apparenza contraddittoria. Da un lato la santificazione di Carlo Magno come incarnazione dell'ideale del “cavaliere di Cristo” che combatte i nemici della fede. Dall'altro la regina di Saba, espressione dell'universalismo cristiano e del riconoscimento del primato di Cristo su tutte le parti del mondo. Baldassarre, uno dei re Magi iniziò ad essere raffigurato con la pelle nera nell'araldica e nella pittura. Fu un pullulare di reliquie dei Re Magi provenienti soprattutto dall'Italia. E anche di notizie di ambascerie etiopi presso alcuni stati come Venezia o Roma di cui non ci sono riscontri reali.

Una cosa è certa : i cortei che accompagnavano gli spostamenti di Federico II e le sue imprese militari diffusero immagini di 'etiopi' reali che facevano parte del suo seguito; forse, chissà, proprio così lo scultore del san Maurizio di Magdeburgo, ebbe modo di dare tratti realistici africani alla sua statua… I fedeli avrebbero visto nel santo il colore del peccato, ma anche la generosità di Dio nell'accogliere tutti.

La duplicità tra Africa immaginata e Africa reale ebbe uno scossone quando un sovrano reale, il re del Mali Mansa Musa, divenuto famoso nel 1324 per un suo pellegrinaggio alla Mecca, facendo tappa al Cairo, riversò sui mercati una tale quantità di oro da creare il tracollo economico di una intera area geografica.

Ne abbiamo notizie da autori dei portolani dell'Atlante catalano. Dunque ora un simil Prete Gianni non era collocato in una Africa 'orientale' di fantasia ma in un'Africa ben reale. Ciononostante quando si ebbe notizia da parte di un mercante fiorentino di un'ambasceria alla repubblica di Venezia nel 1402, si continuò a farneticare di Prete Gianni, mentre fonti etiopi ci parlano di un re etiope cristiano realmente esistito, Dawit II.

Dunque “il legame tra mondo euromediterraneo e la lontana Etiopia continuava a essere una storia di specchi, nella quale l'esperienza reale si sovrapponeva a una memoria culturale millenaria”. Storia di fascinazione-repulsione che si sarebbe interrotta solo agli albori dell'età moderna, “quando gli europei irruppero nell'Africa subsahariana, abbandonando definitivamente l'Africa immaginata per un'Africa reale, nella quale una nuova tassonomia su base razziale non permetteva più ambiguità”. Certamente alcuni pregiudizi successivi affondano le radici proprio in questa ambiguità.

Un testo di circa 200 pagine, corredato di note storiche e bibliografiche, non sempre facile da seguire per coloro che non conoscono bene la storia europea alto-medievale, i testi biblici etc.; dati, tuttavia, resi con chiarezza dall'autore: si legge infatti come presi da una fascinazione.

La storia di San Maurizio fa riflettere sulla comprensione del rapporto tra colore della pelle e percezione dell'altro e capire le differenze tra i pregiudizi moderni e antichi, avvicinandosi ad epoche che si affidavano alla fantasia per la conoscenza del mondo.

 

 

 

 

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