J.M. Coetzee e Mariana Dimòpulos - Parlare in lingue - recensione di Habté Weldemariam

 

 

 

J. M. Coetzee; Mariana Dimópulos

Parlare in lingue

Traduzione di Maria Baiocchi

Einaudi, 2026

 

Parliamo di un volumetto di dialogo informativo e stimolante tra due autori e traduttori: Coetzee è un autore sudafricano, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 2003, ampiamente considerato uno dei letterati più influenti della letteratura contemporanea; Dimópulos non è solo la traduttrice spagnola di Coetzee in Argentina, ma anche una romanziera e filosofa. Si tratta dunque di due persone che pensano ad alta voce, al di là di confini, codici culturali e presupposti linguistici. Il loro dialogo, la loro discussione, esplora argomenti che spaziano da come acquisiamo il linguaggio, a come lo usiamo per parlare e scrivere; affrontano il tema della lingua madre e della lingua paterna, come la definiscono, nel complesso processo di apprendimento del linguaggio.

Il dialogo, a parte alcuni brevi riferimenti a figure come Walter Benjamin 1) e a un decostruzionista come Jacques Derrida, è piuttosto chiaro, scorrevole e accessibile.

Al centro della discussione vi è la pratica della scrittura e della traduzione, con il linguaggio inteso come fenomeno culturale e politico.

In "La lingua madre", la riflessione principale riguarda le persone che vivono una doppia vita linguistica: la loro "lingua madre", che usano con la famiglia e gli amici più stretti, e la loro "lingua paterna", che è quella che usano nella vita professionale ed è più ampiamente accettata. Con questa distinzione, si passa da riflessioni più romantiche sul linguaggio a riflessioni più politiche, in cui si parla del potere dello Stato di sopprimere le lingue madri e i dialetti regionali, come nel caso dell'Argentina, e della supremazia dell'inglese in Sudafrica, come osserva Coetzee: "Nel mio caso, sia da parte di madre che di padre, l'inglese - la lingua dominante - sembrava essere la strada per il futuro, e l'istruzione in inglese il modo migliore per garantire a un bambino la possibilità di crescere bene".

Il lavoro provocatorio di Coetzee e Dimópulos indaga questioni che hanno tormentato gli scrittori per secoli. Invitano i lettori a confrontarsi con l'idea che il linguaggio sia in realtà il riflesso unico della cultura nelle parole. La differenza tra le culture, e di conseguenza tra le lingue, porta al compito quasi impossibile di liberare la lingua imprigionata in un testo e infonderla nella sua rielaborazione dell'opera.

Così, Parlare in lingua si addentra nel mondo del linguaggio e della traduzione, mostrando come questi due aspetti non siano sempre compatibili. Offre spunti molto interessanti sull'etica morale che un traduttore deve adottare nel tradurre un’opera. Dimostrano come, in molte lingue, la traduzione letterale sia difficile a causa della struttura stessa della lingua; la distinzione tra linguaggio formale e informale; gli editori che privilegiano le traduzioni che "snelliscono" il linguaggio etc... Entrambi si interrogano a vicenda, ponendosi domande e quesiti più complessi, a volte spinosi, come ad esempio se un traduttore debba sempre rimanere fedele al testo originale. Sottolineano infine la fedeltà nella traduzione e le conseguenze dell'attuale predominio della lingua inglese.

Qui il discorso si arroventa: Coetzee aveva scritto un libro – “The Pole” – in inglese, ma non lo aveva ancora pubblicato perché voleva che uscisse prima in spagnolo, affinché “El polaco” fosse il testo "originale". Questo esperimento faceva parte della missione, già dichiarata da Coetzee, di combattere il predominio dell'inglese nella letteratura mondiale. Anche il suo romanzo del 2019, The Death of Jesus, era stato pubblicato in spagnolo prima di essere tradotto in inglese. Insomma, Coetzee è preoccupato per l'inglese come "forza politica globale”.

Da ricordare, anche lo scrittore keniota Ngugi wa Thiong'o, scomparso l’anno scorso, che aveva abbandonato la scrittura in inglese per dedicarsi alla sua lingua madre: il ghekuyu. Lo fece pur non avendo alcuna esperienza di scrittura nella sua lingua ghekuyu e pur sapendo che non esisteva un settore editoriale dedicato ad essa come letteratura. È riuscito, comunque, a far convincere gli editori a pubblicare i suoi libri in ghekuyu, per poi tradurli personalmente in inglese. Non importava se la traduzione inglese fosse poi quella utilizzata per tradurre i suoi libri in altre lingue occidentali - era logico, dato che c'erano molti più traduttori in grado di lavorare dall'inglese rispetto al ghekuyu. Ciò che contava era che l'originale esistesse in ghekuyu, contribuendo così a creare un canone letterario in ghekuyu - una sfida significativa alla supremazia della cultura letteraria inglese.

Dal terzo capitolo in poi, la conversazione inizia a ruotare attorno alla traduzione e il ruolo del traduttore di fronte a un'opera, ad esempio, che esprime idee che trova sgradevoli. Coetzee si chiede se il traduttore sia "libero di migliorare il testo laddove risulti goffo, sgraziato o oscuro". Per Dimópulos, il traduttore deve essere in grado di creare: l'obiettivo non è tradurre letteralmente, ma dare bellezza al testo. Questo però non significa che lo scrittore sia libero di modificare ciò che l'autore "originale" esprime, anche se è un pensiero non etico.

Le pagine finali di questo capitolo sono dedicate all'intraducibilità e all'etica del traduttore, offrendo l'esempio dei diari di Anna Frank, dove l’editore modificò un passaggio (non è specificato quale) a causa della natura orribile del rapporto che Frank presentava tra ebrei e tedeschi. Dimópoulos ritiene che tale modifica sia professionalmente non etica. Coetzee non è d'accordo. "Non sono sicuro che il traduttore tedesco di Anna Frank avesse torto", afferma. "Si può sostenere che, nella Germania degli anni '50, quando la nazione cercava di riprendersi da anni di barbarie per rientrare nella cerchia delle nazioni civilizzate, sebbene in alcuni ambienti covassero ancora risentimento nei confronti dei vincitori, fossero necessari messaggi di riconciliazione, non di ostilità. Se questo era il punto di vista del traduttore di Anna, allora questi agiva più come mediatore culturale che come traduttore in senso stretto ".

Il traduttore dovrebbe forse essere un mediatore culturale? Dimópulos non la pensa così. Il compito del traduttore è riprodurre fedelmente il testo originale: che sia razzista, scorretto o offensivo. Fare di più significherebbe fare editing, e il traduttore non dovrebbe essere un editor. Afferma: "L'etica della traduzione è l'etica della fedeltà".

Parlare in lingue è un libro per gli amanti delle lingue, per coloro che sono ossessionati dalle sfumature, che vivono nello spazio tra le lingue. È anche un libro che non pretende di risolvere nulla. Lascia le domande aperte, proprio come fa una buona conversazione.

Quanto al giudizio del livello di conversazione/dialogo, nel complesso, Dimópulos rappresenta la voce del buon senso pragmatico, mentre Coetzee è più interrogativo e speculativo. È un cauto sostenitore del concetto di intraducibilità e non apprezza le traduzioni "lisce", ritenendo che le traduzioni da una lingua straniera debbano "suonare" straniere.

 

P.S. Questo dialogo e confronto di Coetzee e Dimópulos ci ricorda Il focus di Margaret Mead e James Baldwin in A Rap on Race 2), una discussione molto accesa e diretta su razza, colpa storica, potere, giustizia sociale; mentre il focus in Parlare in lingue è un confronto intimo e rigoroso sulla struttura delle parole, su come le diverse lingue creino mappe dell'universo differenti, sulla neutralità di genere nei testi e sulla complessa resa dei termini offensivi o politicamente scorretti quando si passa da una cultura all'altra.

 

 

Note

1) Nell’introduzione si avverte che "non è un'opera concepita da o per specialisti. È presentata senza aspirazioni accademiche". Certo, non è un libro nel senso tradizionale del termine. È piuttosto un'intima conversazione letteraria sulla paternità, la traduzione e tutto ciò che si cela negli spazi intermedi del linguaggio. Ma pur non avendo una bibliografia esaustiva, la discussione fa riferimento a diversi linguisti, filosofi e sociologi, e le brevi note offrono un ottimo punto di partenza per approfondire alcuni filoni di pensiero. Infatti, sulla scia del fondamentale testo "Il compito del traduttore " di Walter Benjamin, "Parlare in lingue", con la sua vasta gamma di osservazioni e proposizioni, si configura come un'opera filosofica a sé stante, che getta luce su alcune delle più importanti questioni linguistiche e filologiche del nostro tempo.

2)- Discussione sulla razza”, già recensito in questo nostro sito di Scritti d’Africa, è un confronto fra l’antropologa bianca Margaret Mead e lo scrittore Nero James Baldwin che assume il valore di un’eccezionale testimonianza. Il volume si presenta come una conversazione, un dibattito che tocca tutti i temi della scottante attualità politica e culturale degli anni ’70 dello scorso secolo, dove protagonista assoluto è il dramma razziale e il suo riverbero sulla tormentata coscienza umana. Il tema del razzismo è però declinato e analizzato in tutte le sue sfumature, tanto da divenire un sistema interpretativo utile a leggere ogni forma di potere in cui si esercita il sopruso e la violenza sugli altri: i bianchi sui Neri, ma anche le società ricche su quelle povere, gli uomini sulle donne, i Paesi avanzati su quelli arretrati etc..

 

 

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